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Fare domande e dare risposte aiuta la pace di C.Cifatte

Catti Cifatte
Cdb di Oregina – Genova
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Quando ho scritto questo primo piano lunedì 2 novembre, non immaginavo che oggi, 14 novembre, ci sarebbe stato da commentare anche questo grave fatto terroristico di Parigi; a maggior ragione quindi credo che il mio ragionamento valga oggi più che mai, ma aggiungo anche che non basterà repressione, chiusura delle frontiere ed altro… Occorre “debellarci” dappertutto, occorre toglierci di dosso la “ragione delle guerre”, l’odio razzista che serpeggia e serpeggerà ancora! Ecco, occorre eliminare l’origine prima della violenza da qualsiasi parte arrivi sia dai terroristi, sia dai signori delle guerre… a cominciare da noi
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Domenica 1° novembre sarebbero state avvistate delle navi da guerra italiane nel mare libico… notizia falsa? Quello che è tristemente vero è che siamo attrezzati, siamo sempre pronti a fare guerre e siamo in guerra in altre parti del mondo! Vale ancora la pena di ricordarlo e ripensare a ciò che possiamo fare per cambiare le cose; una cosa è sicura, non basta più operare solo sul piano delle logiche politiche!

Più forte è oggi l’esigenza di cambiamento radicale del nostro modo d’intendere la pace, obiettivo da perseguire con tenacia mettendo veramente in discussione nel profondo la nostra visione della vita, delle relazioni tra i popoli, della relazioni con la terra e tutto il modo animale, vegetale e minerale che ci circonda; non stanchiamoci di ripeterlo e cerchiamo di vivere già oggi a livello comunitario il cambiamento per poter anche già godere, almeno un po’, delle nostre scelte consapevoli.

Diceva Rosmary Radford Ruether nel suo “Gaia e Dio” (1995, Queriniana – tradotto dall’amica Maria Sbaffi Girardet):“(…) La vera resistenza alla conversione dell’industria militare non sta nella tecnologia o in genuino ‘buonsenso’ economico, ma nelle spinte di potere che provengono dalle élite corporative congiunte del governo, degli affari e dei militari di carriera: è il loro sistema di potere che è il vero ‘nemico dell’umanità’ e della terra; ma smantellare questo sistema di potere distruttivo richiede una reale ‘conversione’, una métanoia, un cambiamento del cuore e della coscienza. Questo mutamento di coscienza riconosce che la vera ‘sicurezza’ non sta nel potere di dominio e nell’impossibile ricerca di una totale invulnerabilità, ma nella accettazione della vulnerabilità, dei limiti e della interdipendenza con gli altri, con gli altri umani e con la terra. (…) In che modo condurre la lotta per guarire il mondo e costruire una nuova comunità biosferica di fronte a questo intransigente sistema di morte? Io credo che coloro che vogliono condurre questa lotta in modo responsabile devono costruire forti comunità di celebrazione e di resistenza. Per ‘comunità di base’ intendo i gruppi locali con i quali viviamo, lavoriamo e preghiamo faccia a faccia. (…) Dobbiamo cominciare con il riconoscere che la metanoia, o cambiamento di coscienza, comincia da noi.   Cominciamo dunque a farci delle domande e a riflettere sinceramente su noi stessi.

Quale coerenza ritrovare dunque tra pace, ecologia e femminismo? Sono termini che s’intrecciano, anzi l’obiettivo ecologico viene scoperto proprio da una angolazione femminista e raggiunto in totale sintonia con l’obiettivo femminista, entrambi gli obiettivi non possono poi non traguardare la pace come condizione finale ma anche come punto di partenza.

Per prender coscienza leggiamo la storia dell’umanità in questo modo, qui necessariamente sintetico, di due modelli antitetici, come bene ha illustrato Riane Eisler (Il piacere è sacro, Frassinelli 1996), la società della dominanza e la società della partnership:

– da una parte il patriarcato, nelle società ad economia stanziale, cui consegue il possesso della terra, la proprietà della femmina e della prole da parte del maschio, la sottomissione della famiglia e della tribù al ‘capo maschio’; l’ideologia dell’impero nel possesso e sottomissione dell’ ‘altro’, del diverso, dello schiavo/a, la violenza sugli uomini/sulle donne ed anche sugli animali e sui vegetali, la guerra e la sopraffazione, la prevaricazione, una economia di profitto e uno sviluppo distorto che produce solo squilibri, diseguaglianze, distruzione e sottrazione alla terra anche dei sui beni profondi (estrazione)…. alla fin fine verso la catastrofe!

– dall’altra parte la conservazione di valori di condivisione pacifica, la cura delle persone e della natura, l’amore e la costruzione di relazioni pacifiche, la valorizzazione delle differenze tra le persone e in particolare tra uomini e donne, una società di ripartizione del bene comune, dei cibi e delle ricchezze naturali, il controllo delle proprie idee e l’ascolto, la gestione democratica dello spazio sociale, la percezione dei limiti e l’impegno al superamento dei conflitti, la valorizzazione degli animali, e in generale del mondo che ci circonda, la conservazione della cose belle costruite dall’umanità nel tempo e la valorizzazione della storia dell’umanità in ciò che protende al bene comune…… alla fin fine perseguire sempre la condivisione e la gioia!

Prendere coscienza di ciò, di queste differenze, vuol dire anche valutare quanto le religioni hanno influito negativamente a dar peso alla società della dominanza e quanto ancora oggi si avverta questo peso!

In particolare la dottrina cattolica continua nell’insegnamento sulla complementarità uomo-donna (il disprezzo per gli studi di genere volutamente confusi con l’ideologia gender) nascondendo i rapporti di forza sanciti nella società della dominanza, con la conseguenza che le donne diventano per consuetudine passive e subiscono la presenza degli uomini ‘naturalmente’ attivi e violenti: passività e attività sono paragonati al rapporto tra cristo e la chiesa, e la “moglie” ricettiva ed obbediente per eccellenza viene addirittura a coincidere con il modello mariano!

Che legame abbiamo ancora con questa impostazione religiosa?

“Qualcuno/a di voi saprebbe dirmi perché un bimbo che gioca a mettere il rossetto sarebbe di gran lunga più spaventoso di uno che gioca con la pistola?” Questa domanda viene posta, su face-book, da una nota teologa che s’intende di studi di genere, Benedetta Selene Zorzi. Domanda provocatoria che apre la mente ad una valutazione esplicita dell’appartenenza; come rispondiamo? Noi da che parte stiamo?

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