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Un papa e un sindaco di M. Vigli

Marcello Vigli

www.italialaica.it 4 Nov. 2015

Stiamo vivendo giorni in cui appare in tutta la sua evidenza l’anomalia di  Roma ad un tempo capitale di una Repubblica democratica che, come tale, dovrebbe essere laica, e la Sede, santa, di una monarchia autoreferenziale, che governa una comunità religiosa a dimensione universale fra le più strutturate.

Si rivela nell’intrecciarsi fra le vicissitudini del sindaco Marino e l’operato di papa Francesco. Entrambi al centro delle contraddizioni delle loro Istituzioni chiamate dall’indizione del Giubileo a condividere per un anno la confluenza nella città di milioni di persone e il dispiegarsi dell’intenso programma di eventi, ad alto  effetto mediatico, in cui saranno coinvolte.

Marino  si è trovato implicato, mentre era impegnato a tentare un risanamento di Roma, a scontrarsi con quei poteri e quegli interessi che per decenni, ma soprattutto ai tempi della gestione Alemanno, si sono ritagliati spazi per i loro affari e prebende ad alto contenuto lucrativo.

Collabora con i magistrati che processano mafia capitale e si impone alle dirigenze dell’Ama e dell’Atac. Interviene in vari campi con  provvedimenti adeguati: dalla chiusura della discarica di Malagrotta all’allontanamento dal Colosseo e altre aree turistiche di Roma dei camion-bar; dalla “bonifica” di Ostia alla chiusura del traffico nella zona dei Fori imperiali e del Tridente; dalla “turnazione” imposta ai Vigili urbani all’obbligo per i macchinisti Atac di “strisciare” il badge all’ingresso e all’uscita. Ma sua è anche la decisione di trascrivere i matrimoni gay contratti all’estero senza farsi scrupolo che proprio in quei giorni si apriva il primo Sinodo dei vescovi.

Per questa scelta subisce una dura reprimenda dal vicariato di Roma e dalle organizzazioni cattoliche della capitale che, in verità, gli avevano manifestato la loro avversione opponendosi alla sua candidatura a sindaco.

Non c’è dubbio che in questo clima, fatto di diffidenza e autentica ostilità, trova il suo fondamento la piena soddisfazione manifestata dalla chiesa di Roma nelle sue espressioni ufficiali, laiche ed ecclesiastiche, alla notizia delle dimissioni imposte a Marino dal suo stesso partito.

Contro di lui era già intervenuto con insolita foga papa Francesco dichiarando io non ho invitato il sindaco Marino a Philadelphia, chiaro? Rispondeva ad un giornalista che, sull’aereo di ritorno dall’America,  aveva lasciato intendere che lo stesso Marino avesse millantato tale invito.

C’è da pensare che il papa fosse indotto a preoccuparsi per la gestione della città, impegnata nel Giubileo, affidata da un sindaco sfiduciato dalla sua stessa maggioranza.

Di qui il nesso fra le due vicende determinato dalla necessità, per il papa, che la buona riuscita del giubileo potesse mediaticamente compensare il suo sostanziale insuccesso, che in quei giorni si andava delineando, nel confronto con il Sinodo.

L’importanza di questa posta in gioco è emersa negli stessi giorni nei duri attacchi rivoltigli da parte dei suoi oppositori. Una lettera a lui diretta firmata da una dozzina di cardinali lo accusava di voler manipolare il Sinodo. Con uno show mediatico un prete funzionario di curia esce allo scoperto nel dichiararsi omosessuale, per di più presentando il compagno con cui convive, per rivendicare il diritto ad essere legittimato. Si diffonde una falsa notizia su una presunta malattia del papa per minarne la credibilità proprio alla vigilia della conclusione del Sinodo felicemente approdato, invece, alla mediazione che riconosce il “discernimento” come criterio per promuovere unità fra diversi.

È di questi giorni il nuovo scandalo della diffusione di notizie riservate confluite, per di più, in due libri che rivelano sperperi nella Curia e condotte scandalose fra i suoi funzionari.

Si tratta di fatti di cui papa Francesco non è responsabile, perché precedenti alla sua elezione,  sui quali è intervenuto e sta intervenendo, in modo riservato e prudente, con provvedimenti di riforma e con la sostituzione di responsabili, magari da lui stesso scelti per avviare il processo riformatore che hanno tradito la sua fiducia. Si dice che queste rivelazioni possono aiutare la sua opera, ma evidentemente si intende colpire proprio questo processo e inquinare il contesto  del Giubileo.

Difficile è valutare il danno reale provocato a tale processo, certo ne rimane compromessa l’immagine avvalorando la diffusa opinione sulla irriformabilità della Chiesa Istituzione.

Anche l’immagine dello Stato ha subito un duro colpo in questi giorni proprio nella gestione dei suoi rapporti con la Chiesa. Il Presidente del Consiglio indifferente alla denuncia della Corte dei Conti  – finalmente, proprio in questi giorni la sua autorevole voce si è aggiunta a quella di chi da sempre ha contestato l’anomalia e le contraddizioni del sistema dell’otto per mille con cui si finanza ampiamente la Chiesa cattolica – si è mostrato, invece, sensibile all’insofferenza delle gerarchie ecclesiastiche  nei confronti di un sindaco, cattolico, ma non allineato.

Complici i suoi stessi errori e l’ignavia dei consiglieri del Pd eletti al Comune di Roma, il Governo ha costretto Marino alle dimissioni.

In entrambi i casi a pagare il prezzo di tanta spregiudicatezza sono le due istituzioni, Chiesa e Stato minate nella loro credibilità.

In verità non ci si può limitare ad una conclusione parziale sulla base di apparenze fattuali senza valutare le responsabilità degli operatori prescindendo, cioè,  dagli scopi perseguiti e dalla coerenza dei mezzi usati. Per scoprirle basta affidarsi alla laicità o, per chi vuole seguire la lezione del Sinodo, al “discernimento”: il papa persegue le finalità, che si possono non condividere, della sua Istituzione; Renzi le tradisce per perseguire l’interesse di parte, coincidente nella sua visione del mondo, con quello del  Paese che sarebbe, invece, chiamato a perseguire.

La benevolenza della Curia, preziosa in sede elettorale, vale più del rispetto delle Istituzioni.

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