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Guerre non per caso di E.Deiana

Elettra Deiana
elettradeiana.it

Il caos che domina i rapporti internazionali, i venti di guerra che alimentano la rincorsa a devastanti tattiche belliche, la cui unica funzionalità è quella di alimentare lo stesso caos, e le oscure manovre di ogni protagonista in gioco – manovre che i potenti appostamenti satellitari potrebbero mettere in chiaro ma le cancellerie usano, come sempre, a proprio vantaggio, con l’obiettivo di far piombare tutto nella confusione e procedere loro come vogliono – e la scia infinita di morti innocenti, ridotta ad asettica citazione di cronaca, a meno che non riguardi il “nostro” lato del mondo: tutto questo e molto altro ancora diventa la fatale materia del circo mediatico, nel turbinoso amalgama degno di un grande wargame che in questi giorni contrassegna la performance dei nostrani talk show.

Ho sentito questa mattina il conduttore di Agorà chiedere al suo corrispondente da Ankara se tra Putin e Erdogan si sia di fronte a una baruffa da galli del cortile o a qualcosa di più complicato. Battuta significativa, perché il conduttore non è ovviamente lo sprovveduto che potrebbe apparire, parlando così. L’instabilità è la nuova norma, il nuovo standard di vivibilità del mondo, compresa – è ben chiaro ormai – anche per quella parte felice in cui siamo vissuti “noi”, nella magica finestra del tempo racchiuso tra la fine della seconda guerra mondiale – terrificante carneficina del tutto metabolizzata con i suoi orrori costitutivi e aggiuntivi – e la fine del secolo che abbiamo alle spalle.

Siamo entrati nella fase del disordine, che sarà lunga, complicata, piena del rischio di esiti – gli dei ce ne scampino – anche catastrofici. Rendere adattivo il “fattore umano” a una modalità di governo del mondo sempre più separato, autoreferenziale in nome della sicurezza, militarizzato, pronto a ricorrere – per via di consenso istituzionale, beninteso, siamo “in democrazia”, non scherziamo! – alla proclamazione di stati di emergenza, eccezione, urgenza e via proclamando: fare questo oggi è indispensabile per chi governa a vari livelli. Per garantire l’esercizio del potere, il controllo delle risorse, la preminenza geopolitica su aree del mondo. Chi vota, da noi, cioè il cosiddetto popolo sovrano, deve solo chiedere sicurezza, essere rassicurato ma anche accettare come inevitabile che la norma del caos imponga le priorità. Adattività a ogni tipo di crisi – lo abbiamo visto e vediamo con quella economica – e arrendevolezza alle soluzioni che i governanti propongano.

Inaspettatamente il Parlamento del Regno Unito. dopo averlo rifiutato due mesi fa, ha dato l’ok alle bombe di Cameron contro l’Isis; inaspettatamente il nuovo leader del Labour ha concesso il voto libero a chi del suo partito non se la sentisse di votare contro la richiesta del governo conservatore; inaspettatamente l’ammissione dell’ex premier britannico Tony Blair, che ha detto che nel 2003 la scelta dei bombardamenti su Baghdad non fu felice, non vale più niente. Inaspettatamente ma certo non per caso.

Corbyn si è mosso come il leader che è: il laburista di sinistra che cerca di ricollocare politicamente il suo partito e forse così riaprire il futuro a sinistra. Ma l’assenza di un pensiero in grado di rovesciare la logica del caos – così spudoratamente radicata in logiche che sono quelle di di sempre: del potere e delle sue convenienze – è evidente ovunque, a partire da noi. E conferma che ciò che manca perché una sinistra abbia senso ad esistere oggi è proprio innanzitutto la capacità di pensare audacemente fuori dal coro.Pensare radicalmente a dove siamo da un altrove, che sia anch’esso radicalmente tale.

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