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Una nuova sfida per le CdB? di Fausto Tortora

(Fausto Tortora
Cdb San Paolo – Roma)

E’ sempre doveroso sottoporre le nostre azioni al vaglio analitico di una critica severa e ricorrente. Ancora più necessario è passare anche le nostre idee, soprattutto quelle ormai consolidate, allo stesso filtro. In assenza di questa attenzione il rischio è cadere preda di luoghi comuni, assenza di creatività, gesti abitudinari e privi di reale significato. A questa dinamica non sfuggono, oltreché le persone, nessuna realtà collettiva, nessuna formazione sociale, a prescindere dalle modalità in cui si organizza e vive.

Queste riflessioni si applicano quindi alla realtà, un tempo assai più corposa e autorevole, delle comunità di base italiane sorte a cavallo degli anni ’60/70, come manifestazione antiautoritaria di dissenso dall’interno della Chiesa cattolica. Il percorso compiuto da questo movimento ha senza dubbio inciso sull’insieme della società italiana: parole come dialogo, dissenso, sono transitate dal gergo ecclesiale a quello politico. Al contrario, molte analisi dello strumentario socio-politico sono state applicate alle realtà ecclesiali svelandone sistemi di potere, strumenti di legittimazione e controllo, basi economiche e alleanze.

In quasi mezzo secolo di storia, non solo italiana ma soprattutto italiana perché segnata profondamente dalla presenza del Vaticano in questo Paese, si può dire che lo svelarsi del “sacro” come mero strumento di potere e il riappropriarsi diretto di una Parola/Gesto da parte di molti credenti abbiano segnato l’apice di una ricerca che ha rivisitato il concetto di un Dio antropomorfo e, sulle tracce di una ricerca teologica liberata da vincoli di fedeltà ai dogmi e alla tradizioni, ha riscoperto, grazie al metodo storico-critico, il Gesù storico, ebreo disobbediente di Galilea.

E’ pur vero che in questi cinquant’anni il processo di laicizzazione della società è progredito lasciando spesso assenza di impegno, indifferenza e rifiuto di valori alternativi a quelli dominanti. In questa temperie il movimento delle comunità di base si è contratto fin quasi a sparire in molte realtà anche metropolitane; quel che resta è ridotto nella sua base numerica e spesso in crisi. La celebrazione della memoria del Signore conosce momenti di stanchezza e ripetitività, l’approfondimento teologico non ha saputo riverberarsi sui gesti della condivisione eucaristica, all’interno delle comunità, l’invecchiamento dei loro membri non è temperato dall’ingresso di giovani con le loro sensibilità e i loro bisogni.

Forse i luoghi e i modi in cui vivere la spiritualità sono oggi assai più frammentati e “disciolti” nella società. Certo è che come ieri molti di noi erano fuggiti dalle parrocchie, laddove la Parola veniva amministrata con burocratico lealismo all’istituzione ecclesiastica, il rischio è oggi veder morire per lenta consunzione anche le comunità cristiane di base, un tempo corteggiate anche dal sistema politico, per il loro autorevole impatto di elaborazione e di creatività sull’intera società civile.

Oggi quindi è all’ordine del giorno una discussione, prima che sia troppo tardi e le inesorabili leggi del tempo facciano il loro corso, fra tutti quelli che hanno investito almeno un pezzo delle loro vita in questa vicenda di liberazione, sul futuro delle comunità di base. Una discussione che investa, con analisi politica ed emozioni, istituzioni, chiese, religioni ma anche e forse soprattutto il senso di una nuova ricerca del divino, di un’incarnazione plurale come in perenne espansione è la nostra idea del mondo in cui viviamo con tutte le sue contraddizioni.

In questa ricerca di nuovo confronto col divino ci aiutano ormai diverse coraggiose elaborazioni: da quella di Maria Lopez Vigil a quella (solo per citare le ultime in ordine di tempo pubblicate fra i documenti di ADISTA) di Leonardo Boff. Ma anche le comunità superstiti se guardano dentro, e oltre se stesse, sanno che devono compiere un salto di qualità che consegni al terreno di una nuova e più radicale ricerca quello che un tempo chiamavamo la sequela di Gesù. Forse si apre la via di una nuova solitudine in questa ricerca: la riconoscibilità di essa nell’insieme delle altre comunità di fede fatalmente impallidirà giacché il relativo, il precario, il fragile, l’incompiuto, costituiranno, forse, la filigrana destinata a sostituire le liturgie con cui ci siamo confrontati in questi anni.

3 comments

Paolo ferrari lunedì, 4 Gennaio 2016 at 23:39

Grazie fausto, questo scritto si inserisce perfettamente nel tema del convegno……

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Francesco Zanchini martedì, 5 Gennaio 2016 at 11:22

Caro Fausto, grazie di quanto hai scritto. Un’indicazione per tutti…

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Casimira Furlani (detta Mira) sabato, 9 Gennaio 2016 at 17:37

Vorrei capire che cosa l’autore intende quando dice: “…senso di una nuova ricerca del divino, di un’incarnazione plurale come in perenne espansione è la nostra idea del mondo in cui viviamo con tutte le sue contraddizioni”. Forse pensa ad una forma di politeismo? Mi sembra un’assurdità.
Altra domanda: che cosa intende quando parla di divino?
Noi donne autonome dei gruppi cdb facciamo ricerca sul divino da più di venti anni insieme ad altri gruppi donne cristiane e non cristiane, cattoliche o meno. C’è differenza fra dire divino e dire Dio? Si che c’è: “divino” è lo spazio del mistero proprio della condizione umana; “Dio” è lo spazio della fede in un essere trascendente la condizione umana, purtroppo visto e gestito solo al maschile, con storica cancellazione del femminile. Per questo motivo noi donne preferiamo parlare di “divino”, come mistero di una condizione umana che comprende i due sessi, donne e uomini. Un rinnovamento delle comunità di base, a mio avviso, può avvenire solo aprendosi al pensiero della differenza sessuale. Grazie a questo pensiero il femminismo ha messo al mondo autorità e libertà femminile verso cui, oggi, società e chiese le più diverse dovranno fare i conti.
(Mira Furlani – Isolotto, Firenze)

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