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Referendum costituzionale: “No alla democrazia dimezzata” di CattoliciDelNo

Cattolici del No
www.adista.it

Si svolgerà nel prossimo ottobre il referendum sulla riforma costituzionale che elimina il Senato come organo eletto dai cittadini e rappresentativo della sovranità popolare e che ingloba una legge elettorale già incostituzionale in alcune sue parti, secondo quanto decretato da una sentenza della Corte. Invita ad opporsi a quella che viene letta come una controriforma il comitato dei “Cattolici del No” con un appello intitolato “NO alla democrazia dimezzata” che riportiamo di seguito corredato dalle prime 152 firme e che sarà presentato il 21 marzo, alle 16,30, a Roma, presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Corso Vittorio Emanuele, 349). «I cristiani già altre volte, in momenti cruciali della storia della Repubblica – vi si legge – sono stati determinanti con le loro scelte nei referendum per un avanzamento della democrazia e della laicità e per tenere aperta la via di vere riforme. Oggi come cattolici ci sentiamo di nuovo chiamati a votare No alle spinte restauratrici» per «una questione di giustizia», «di verità», per «patriottismo costituzionale», per «coerenza storica». In fondo al testo dell’appello – le cui firme si aprono con i nomi di Anna Falcone (avvocata), Domenico Gallo (magistrato), Raniero La Valle (giornalista), Raffaele Nogaro (vescovo emerito di Caserta), Alex Zanotelli (missionario comboniano), Lorenza Carlassare (costituzionalista), Paolo Maddalena (vice-presidente emerito della Corte Costituzionale), Boris Ulianich (storico del cristianesimo), Enrico Peyretti (“operaio del leggere e scrivere”) – le indicazioni per sottoscriverlo.

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Cattolici del No nel referendum costituzionale – No alla democrazia dimezzata

La posta in gioco tra il Sì e il No nel prossimo referendum costituzionale non è il Senato ma è l’abbandono della Costituzione vigente e la sua sostituzione con un sistema di democrazia dimezzata in cui i valori e i diritti riconosciuti nella prima parte della Carta, da cui dipendono la vita, la salute e la possibile felicità del cittadini, sarebbero isolati e neutralizzati per lasciare libero campo al potere del denaro e delle sue istituzioni nazionali e sovranazionali. Questo, col supporto di una legge elettorale congegnata per dare tutto il potere a un solo partito, è il disegno delle riforme istituzionali oggi sottoposte al popolo come nuove, ma concepite da vecchi politici, nostalgici dei modi spicciativi di governo di un lontano passato.

Mettendo mano alla Costituzione questi politici vogliono riaprire vecchie questioni di democrazia risolte da tempo e da cui non si può tornare indietro: divisione dei poteri, sovranità popolare, fiducia parlamentare ai governi senza vincolo di disciplina di partito, libertà e diritti sottratti all’arbitrio dei poteri, anche se espressi dalle maggioranze. Si sarebbero dovute fare al contrario riforme rivolte al futuro, a partire dalla domanda sul perché i diritti al lavoro e a condizioni economiche e sociali che non impediscano il pieno sviluppo della persona umana, pur sanciti in Costituzione, non si sono mai realizzati, e non certo per colpa solo del Senato. È questa domanda, non quella sul numero dei senatori, che avrebbe risvegliato la coscienza pubblica, a cominciare dai giovani oggi così disperati, e curato la piaga sociale dell’assenteismo e dell’indifferenza.

La Costituzione è un bene comune e, pur provenendo ciascuno da parti diverse, comune deve essere la battaglia di uomini e donne per la sua cura e la sua difesa, ognuno lottando però con i suoi colori e con le sue bandiere. I cristiani già altre volte, in momenti cruciali della storia della Repubblica, sono stati determinanti con le loro scelte nei referendum per un avanzamento della democrazia e della laicità e per tenere aperta la via di vere riforme. Oggi come cattolici ci sentiamo di nuovo chiamati a votare NO alle spinte restauratrici, e così ci saranno dei “Cattolici del No” in questo referendum. Allo stesso modo speriamo nell’impegno di molti altri cristiani di ogni denominazione e confessione. Ugualmente voteranno No moltissimi che cristiani o credenti non sono, magari anche più motivati e determinati di noi. Ma noi, che pur non siamo soliti nominare la fede nella lotta politica, questa volta diciamo No proprio come cattolici, rispettando in ogni caso quanti saranno spinti da motivazioni diverse.

Prima di tutto votiamo No per una questione di giustizia. Se, nel suo significato più elementare, la giustizia è “la correttezza di una pesata eguale”, lo scambio che ci viene proposto, di dar via metà della Costituzione per avere in cambio ancora Renzi al potere, non è giusto. Renzi e la Costituzione non hanno lo stesso peso, e mentre il primo non ci è costato niente (non lo abbiamo nemmeno eletto) la Costituzione ci è costata molto, in pensiero e martiri anche nostri. Perciò, come voto di scambio, Renzi contro la Costituzione è uno scambio ineguale.

Di conseguenza, se in questo gioco d’azzardo con la Costituzione, Renzi, perdendo, vorrà lasciare il potere, ce ne faremo una ragione. Ma avremo salvato l’idea che ci vuole un minimo d’equità anche in un baratto.

In secondo luogo votiamo No per una questione di verità. Non è vero che la Costituzione vigente è vecchia, tant’è che da vent’anni si cerca di cambiarla. Vero è che da vent’anni essa resiste, anche grazie a imponenti voti popolari. Vecchia è invece la proposta “Costituzione nuova”, che dà più potere al potere e meno potere ai cittadini, in ciò tornando allo Statuto albertino concesso dal re e finito in Mussolini. Ma è un’illusione che dia più potere a Renzi e alla Boschi, che già conosciamo; in realtà darà più potere e forza esecutiva a uno di quei mangiapopoli arruffoni e razzisti che oggi circolano in Europa e che facilmente, col marketing delle agenzie pubblicitarie e dei telefonini scambiati per modernità, potrà insediarsi a palazzo Chigi e nei 340 seggi di replicanti assegnatigli per legge nella Camera residua, con tutti i poteri compreso il diritto di guerra.

Non è vero che con la nuova Costituzione si ridurranno i costi della politica. I deputati restano 630, le spese delle province ricadranno su altri enti, il Senato rimane a gravare sul bilancio pubblico col suo palazzo e tutto il suo apparato, anche se viene ridotto ad un club nobiliare per consiglieri regionali e sindaci che passeranno a Roma uno o due giorni alla settimana (sicché il Senato sarà il primo Ufficio Pubblico a brillare per l’assenteismo del suo personale).

In terzo luogo votiamo No per una questione di patriottismo costituzionale. Consideriamo la Costituzione la nostra Patria, sia come cittadini che come cattolici. Come cittadini temiamo che il crollo dell’architettura della Repubblica causato dalla ristrutturazione in corso travolga anche i diritti e i valori fondamentali. Come cattolici ci sentiamo figli della Costituzione perché, benché inattuata, mette al di sopra di tutto la persona umana e perché fa del lavoro, che una volta era considerato il compito abbrutente del servo, il fondamento stesso della Repubblica e il diritto col quale sta o cade la dignità del cittadino.

Infine votiamo No per coerenza storica. Per secoli si è chiesto alla Chiesa di riconoscere la sovranità del diritto e la divisione dei poteri, e sarebbe assurdo che proprio ora che il papa le ha solennemente proclamate all’ONU, i cattolici italiani ne abbandonassero la difesa per tornare a quella vecchia, decrepita, infausta cosa che è l’uomo solo al comando e tutti gli altri a dire di sì.

Ma coerenza storica ci impone di votare No anche perché i cattolici in Italia hanno messo il meglio di sé nella Costituzione repubblicana. È la cosa migliore che hanno fatto nel Novecento. Dopo la scelta antiunitaria e revanscista della questione romana, dopo la sconfitta del Partito popolare, dopo l’acquiescenza al fascismo, e grazie alla partecipazione alla Resistenza, la Costituzione è stato il dono più alto che i cattolici, certo non da soli, hanno fatto all’Italia. Ora si dovrebbe cambiarla per portarla su posizioni più avanzate (più diritti, più sicurezza sociale, lavoro, cultura, più garanzie contro la cattiva “governabilità” e l’arroganza della politica), non certo sfasciarla.

Queste sono le ragioni, laiche e sacrosante, del nostro No alla rottamazione costituzionale.

Le prime firme

Anna Falcone, avvocata, Domenico Gallo, magistrato, Raniero La Valle, giornalista, Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, Alex Zanotelli, missionario comboniano, Lorenza Carlassare, costituzionalista, Paolo Maddalena, vice-presidente emerito della Corte Costituzionale, Boris Ulianich, storico del cristianesimo, Enrico Peyretti, “operaio del leggere e scrivere”, Torino, Adista, settimanale di informazione politica e documentazione, avv. Francesco Di Matteo, presidente del Comitato per il No di Bologna,-Giovanni Avena, giornalista, Roma, Eletta Cucuzza, Roma, Angelo Cifatte, funzionario comunale, Genova, Marcello Vigli, Lidia Menapace, partigiana già senatrice, “Koinonia”, mensile, Convento San Domenico, Pistoia, Alberto Simoni, domenicano, Vittorio Bellavite, “Noi siamo Chiesa”, Lorenzo Acquarone, docente universitario, già parlamentare, Genova, Suore orsoline di Casa Rut, Caserta, Raffaele Luise, presidente del Cenacolo degli amici di papa Francesco, Maurizio Chierici, giornalista, Waldemaro Flick, avvocato, Genova, Francesco De Notaris, senatore nella XII legislatura, Napoli, Giuseppe Campione, docente di Geografia politica, presidente della Regione Sicilia dopo le stragi del ’92, avv. Nanni Russo, già parlamentare, Savona, Sergio Tanzarella, professore di Storia della Chiesa, Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, Pasquale Colella, docente di diritto canonico, Napoli,-I redattori de “Il tetto”, Napoli, Giuseppe Florio, Presidente di “Progetto Continenti”, Roma, Lanfranco Peyretti, Marco Romani, “Pane Pace Lavoro”, Reggio Emilia, Gilberto Squizzato, giornalista, Busto Arsizio, Marina Sartorio, insegnante, Genova, Maria Pia Porta, insegnante, Genova, Paolo Farinella, prete, Genova, Paolo Lucchesi, sindacalista, Barberino Val D’Elsa (FI), Antonino Cinquemani, Palermo, Maria Luisa Paroni, Sabbioneta (Mantova), Giovanni Bianco, giurista, Nicola Colaianni, professore di diritto ecclesiastico, Bari, Franco Ferrara, Presidente Centro Studi Erasmo, Gioia del Colle, Carlo Cautillo, prete passionista, Claudio Michelotti, Parma, Michele Celona, architetto, Mantova, Maria Luisa Maioli, pensionata, Mantova, Gaetano Briganti, insegnante, Mercogliano (Av), Fiorella Ferrarini, vicepresidente ANPI provinciale di Reggio Emilia, Valeria Indirli, catechista, Roncoferraro (Mantova), Rosa Pappalardo, San Fratello (Messina), Corrada Salemi, Dina Rosa, Agoiolo (CR) per SALVIAMO IL PAESAGGIO (sezione casalasca), prof.ssa Marzia Benazzi, Mantova,-Bianca Mussini, maestra, Bozzolo (Mn). Eliana Strona, Torino, Carla Zauli, Bologna, Stefano Ventura, ricercatore CNR, capo scout, Bologna, Giovanni Nespoli, Renata Rossi, insegnante, Giorgio Azzoni, diacono,-Carla Pellacini, Gianni Gennari, teologo e giornalista, Annamaria Fiengo, insegnante di filosofia, Marco Badiali, Salesiano Cooperatore, Bologna, Luigi Bottazzi, presidente del Circolo G. Toniolo di Reggio Emilia, Fabio Ragaini, Francesco Capizzi, chirurgo, Bologna, Giuseppe Acocella, ordinario di Teoria generale del diritto, Università Federico II, Napoli, Maria Teresa Cacciari, Bologna, Roberto Mancini, docente di filosofia, Università di Macerata, Aldo Antonelli, prete, Avezzano (AQ), Carmine Miccoli, prete, Lanciano (CH), Pio Russo Krauss, Comunità cristiana di Via Caldieri, Napoli, Antonio Vermigli, direttore della rivista “In dialogo”, Quarrata (PT), Giancarlo Poddine, Savona, Antonio Mammi, Comitati Dossetti di Casalgrande, Reggio Emilia, Angela Mancuso, Firenze, Nicola Tranfaglia, Università di Torino, Grazia Tuzi, eredi via Chiesa Nuova 14, (Comunità del porcellino), Emanuele Chiodini, San Martino Siccomano, (PV), Aristide Romani, Flavio Pajer, Biblioteca per le scienze religiose (TO), Saverio Paolicelli, Antonio D’Andrea, Margherita Lazzati, fotografa, Milano, Marina Lazzati, pedagogista, Fausto Pellegrini, giornalista, Carlo Cefaloni, Francamaria Bagnoli, insegnante, Ivano Pioli, Ilario Maiolo, avvocato, Roma, Piera Capitelli, già Sindaco di Pavia, Totu Paladini, Fulvio Mastropaolo, ordinario di diritto civile a Roma tre, Anna Sforza, Eli Colombo, Augusto Cacopardo, Firenze, Agata Cancelliere, insegnante, Roma, Nino Cascino, ricercatore sociale, Roma, Giorgio Nebbia, professore, ambientalista, Roma, Maria Ricciardi, Felice Scalia S.J., gesuita, Messina, Luciano Benini, Comitato per la Costituzione, Fano, Marco Bernabei, psicologo, Mauro Magini, chimico, Roma, Marta Lucia Ghezzi, Pavia, Mauro Armanino, missionario e antropologo, Niamey (Niger), Andrea Rocca, Paolo Candelari, Miriam Gagliardi, Vladimir Sabillón, grafico, Francesco Riva, cooperante, Jessica Veronica Padilla, bancaria, Donatella Gregori, dipendente pubblico, Pietro Vecchi, studente di architettura, Donatella Caruso, insegnante, Loris Lanzoni, imprenditore, Ilaria Barbieri, maestra, Umberto Musumeci, Montebelluna (TV), Antonio Caputo, Giustizia e Libertà, Maria Rosa Filippone, bibliotecaria, Genova, Mario Epifani, avvocato, Genova, Raffaele Porta, professore di liceo, Andrea Trucchi, avvocato, Genova, Daniele Ferrarin, Vicenza, Mauro Bortolani, Reggio Emilia, Renzo Dutto e la Comunità di Mambre, (Cuneo). Franco Comandona, medico, Genova, Giuliano Minelli, Anna Maria Sforza, educatrice penitenziario di Bologna, Maurizio Mazzetto, prete, Vicenza, Luca Pratesi, neurologo, Roma, Giandomenico Magalotti, Francesco Grespan, Maria Paola Patuelli, Luigi Antonio Faraco, Marzabotto, Giacomo Grappiolo, insegnante, Genova, Paolo Palma, presidente dell’associazione Dossetti “Per una nuova etica pubblica”, già deputato dell’Ulivo, Irene e Francesco Palma, Cosenza, Irene Scarnati, insegnante di lettere, Cosenza, Giovanni Serra, imprenditore sociale, già assessore al Welfare, Cosenza, Franca Sità,-Gianni Russotto, pensionato, Genova, Giovanni Colombo, avvocato, Milano, Giuseppe Deiana, presidente dell’Associazione C.C. Puecher di Milano, Mauro Castagnaro, giornalista

Possono firmare questo appello sia persone singole che riviste, gruppi, circoli, associazioni, inviando una email a cattolicidelno@gmail.com.

I “Cattolici del No” aderiscono al Comitato per il No nel referendum e al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. Chi, pur senza firmare questo appello, vuole partecipare alla battaglia per il No, può aderire al Comitato per il No nel referendum costituzionale a questi link: http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net, http://www.iovotono.it; oppure scrivere all’indirizzo email: segreteria.comitatoperilno@gmail.com

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Referendum: le ragioni del nostro “No”

Valerio Gigante
www.adista.it

Su Adista troverete il testo di un appello a difesa della nostra Costituzione, cioè in sostegno al “no” al referendum che vorrebbe modificarla. Lo hanno firmato cattolici e credenti con diverse storie ed appartenenze politiche. Lo ha sottoscritto anche la nostra testata.

Per qualcuno questa circostanza rappresenta forse una anomalia. Ma come, Adista si schiera così nettamente su una questione – per di più – che non riguarda temi “ecclesialmente sensibili”, né aspetti della vita collettiva su cui la gerarchia sia pesantemente intervenuta per tentare di orientare l’opinione pubblica cattolica?

Altri lettori, invece, memori di una storia che ha ormai quasi raggiunto i 50 anni, si ricorderanno le tante battaglie di Adista per il diritto dei cattolici di votare a sinistra, rompendo con il dogma dell’unità dei credenti nella Dc; la nostra mobilitazione a favore del divorzio e del diritto all’interruzione di gravidanza; l’appello al voto che nel 2005 cercò di contrastare la campagna astensionista promossa dal card. Ruini sulla legge 40. Ma – si potrebbe eccepire – erano tutte battaglie su cui la gerarchia cattolica si era nettamente schierata. E quindi in quel caso Adista rivendicava legittimamente l’autonomia nella sfera politica che sempre i cattolici e tutti i credenti devono custodire come un bene prezioso.

Ci sono state però altre circostanze in cui i temi più squisitamente ecclesiali non erano in discussione (la guerra in Iraq, la prima come la seconda; quella nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia; l’installazione dei missili a Comiso; la legge 185/90 per limitare il commercio delle armi; la lotta alla legge Bossi-Fini ed al reato di clandestinità) in cui Adista si è schierata in maniera netta. Facendo una scelta di campo e di “parte”; giammai a senso unico, seppure da una prospettiva sempre dichiarata, illuminata dalle ragioni stesse per le quali il giornale è nato. In questo senso andava anche l’appello delle riviste di ispirazione cristiana a difesa della Carta del 1948, che Adista lanciò nel 2006.

Insomma, è dal 1967 che Adista si schiera, ogni volta che le ragioni costitutive della sua esistenza e del suo impegno sono messe in discussione. Accade anche oggi, come dieci anni fa, con le proposte governative di modifica della nostra Costituzione. Per questo pensiamo che il mondo conciliare e progressista, insieme a tante altre realtà fatte da laici e credenti, debba far sentire la propria voce. Perché il cattolicesimo politico e quello democratico hanno avuto un ruolo fondamentale nell’elaborazione della nostra Carta, che resta una delle testimonianze più alte e significative di come credenti e non credenti, laici e cattolici, liberali, moderati, socialisti, comunisti abbiano saputo trovare le necessarie mediazioni affinché tutte le culture, tutte le istanze, tutte le opzioni democratiche potessero avere la loro dignità e rappresentanza nel testo costitutivo del nostro vivere associato.

Oggi sentiamo che quel patto fondamentale è profondamente minacciato. La riforma che siamo chiamati a votare – se lasceremo che venga approvata – finirà per attribuire poteri enormi alla coalizione o al partito che risulti vincente alle elezioni. Non finisce il bicameralismo, ma la Camera che “conta” diventerà una sola, quella dei Deputati, nella quale una minoranza – che diventa maggioranza grazie alla legge elettorale – avrà un potere quasi assoluto, privo del necessario contrappeso finora garantito dal Senato. Questo sarà composto di pochi membri, nemmeno eletti direttamente, e con limitatissimi poteri.

Questa riforma s’inserisce in quel ciclo di interventi e riforme istituzionali, avviato nel 1993 con l’introduzione  del sistema maggioritario che, “venduto” da oltre 20 anni come la panacea di ogni male, non ha fatto che moltiplicare frammentazione, instabilità, malcostume politico, ingovernabilità. La riforma voluta da Renzi non fa che completare questo percorso involutivo della nostra democrazia. In nome della “governabilità” e di una presunta “semplificazione”, si concede carta bianca agli esecutivi, liberandoli dai vincoli e dai controlli esercitati dal Parlamento. Chi non si schiererà col più forte conserverà forse un diritto di tribuna, non più una vera rappresentanza. Men che meno un potere di indirizzo. E quando sono in pochi a discutere e pochissimi a decidere, gli scenari non sono mai tranquillizzanti.

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