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Un pontificato ambiguo o equilibrato? di A.Ballarò

Antonio Ballarò
Adista Segni Nuovi n° 11 del 19/03/2016

Parlare dell’attuale pontificato non è facile. Anzitutto per la natura espressamente “popolare” che la Chiesa di Bergoglio intende assumere e, inoltre, in virtù dei rapporti che il papa intrattiene con i vescovi italiani. Il distacco evidente tra il solito modus agendi della Cei e quello messo in campo da Francesco costituisce infatti l’apertura di una nuova stagione. Se poi stringiamo lo sguardo al nostro Paese, ancora succube di scomode ingerenze, il quadro si presenta ancor più complesso e desideroso di redenzione.

In un recente saggio su La Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro ha enucleato, attraverso il tema della misericordia, la diplomazia geopolitica di Francesco. Ne ha presentato i tratti salienti e ne ha esaltato la singolarità. Il papa, secondo Spadaro, affronta le sfide del secolo con la volontà che la stessa misericordia promana e di essa vuol fare il principio ispiratore di tutta la sua azione politica. Al netto di conclusioni imbarazzanti, Francesco non ha esitato nel parlare di «oceano di misericordia», facendo appello ad una certa “fluidità” che il direttore della rivista dei gesuiti indica come «motivo che fa comprendere perché egli non sposi mai i meccanismi interpretativi rigidi per affrontare le situazioni e le crisi internazionali».

Ma la validità del tema è tale da suscitare non pochi effetti ambivalenti. Se da un lato il popolo cattolico si è riscoperto unito sotto la ritrovata franchezza evangelica, dall’altro non si può che registrare una certa quale insoddisfazione nelle fasce cosiddette ultracattoliche o tradizionaliste che alimentano polemiche, contrarietà e, non ultimo, forti dubbi sulla “consistenza” del pontefice argentino.

Il concreto bisogno di una svolta nella Chiesa rimane tuttavia la base comune dalla quale dipanare i fili di un discorso quanto più possibile oggettivo. Resta ormai consolidato il fattore di adeguamento del linguaggio e della prassi pastorale ai tempi e alle culture, perlomeno nella grande maggioranza dei casi. A contrastare questa evidente necessità si pongono infatti gli ultracattolici, ai quali il papa si è implicitamente rivolto parlando proprio della misericordia di Dio; mentre i più moderati tradizionalisti, e con loro i più agguerriti progressisti, si rifugiano spesso in quel senso di benefico dubbio che tutto, almeno apparentemente, riesce ad appianare. Questo detto, occorre ancora una volta ribadire che ogni caso costituisce una situazione a sé stante e che mai nessuna riflessione generalizzata (come potrebbe essere quella di chi scrive) potrà saziare la personale sete di esattezza che ciascuno nutre. La realtà è data infatti dalle differenze e con esse bisogna convivere, senza invocare per questo l’odore della sopportazione forzata, per costruire una società più equilibrata e giusta. Lo sa bene il papa, al quale non importa categorizzare la gente, bensì evidenziare i rischi che una o più forme di schiavitù (anche ideologiche) può o possono provocare.

In virtù di queste considerazioni non si può fare a meno di notare che Bergoglio, seppur a suo modo, dimostri equilibrio. Mi pare questo il carattere fondamentale del pontificato di Francesco che con la ricerca di un punto equidistante dagli estremi prova a costruire (o a ricostruire) una Chiesa con l’orizzonte della povertà. Una Chiesa povera riparte dall’accoglienza fraterna e indistinta, dalla libertà di espressione e infine dalla rinuncia ai privilegi economici. È qui che Bergoglio gioca la partita più importante.

Un discorso a parte lo meritano invece le “ambiguità” di cui pure egli si è reso protagonista. Quelle che uno sguardo probabilmente ansioso di vedere realizzate le riforme in tempi brevi giudica come espressioni ambigue non sono altro che testimonianze lapalissiane di un certo equilibrio di fondo che si staglia coerentemente nella mente del pontefice. In questi casi vale sempre il detto famoso dell’albero che, cadendo, fa più rumore di una foresta che cresce. Papa Francesco agisce come quella foresta. La Chiesa svolge la sua missione con i tempi che anni e anni di storia gli hanno riversato sulle spalle, divenendo venerata tradizione di cui difficilmente si dispone in libertà. Perciò ogni cambiamento ha bisogno di tempo e saggezza politica per attuarsi con fermezza.

Quale, dunque, il messaggio di Francesco? Immagino che egli valuti a fondo ogni intervento, ogni parola e perfino ogni momento per intersecarsi con i processi del mondo. I cattolici “formati” sotto questo pontificato sono coloro che ne sposano la vitalità paziente e talvolta “attendista” per edificare il futuro.

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