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Gli otri vecchi di M.Vigli

Marcello Vigli
(Cdb San Paolo – Roma)

Alla vigilia del nostro Incontro nazionale, chiamato a riflettere sulle “Novità e contraddizioni nella comunità cristiana e nella società al tempo di Francesco” mi pare opportuno avviare una riflessione proprio sul “tempo” di Francesco, per individuare che cosa rende vecchi gli otri in cui versare il Vino nuovo.

Penso, infatti, che non ci si debba interrogare tanto sul nuovo stile da lui introdotto nel modo di vivere le sue giornate di papa, né sui suoi interventi nell’azione di governo della Chiesa universale, quanto piuttosto sulle gravi difficoltà che incontra nel promuovere il decentramento e la responsabilizzazione delle chiese locali nell’intento di rendere più cristiana e magari, evangelica, la Chiesa universale. Fra tali difficoltà è da collocare la resistenza delle gerarchie locali a condividere tale suo intento. Luigi Sandri l’altra settimana, analizzando sul sito il viaggio del papa in Messico, ha evidenziato le tensioni con l’episcopato di quel paese sordo ai suoi inviti.Anche noi dobbiamo fare i conti con un episcopato indisponibile a mettersi in discussione per entrare in sintonia con il papa che, a sua volta, non ha mancato di prenderne le distanze non incontrando il presidente della Cei nel vivo del dibattito sul tema delle unioni civili del Ddl Cirinnà, annullando l’incontro con Scola a Milano programmato per il 7 maggio prossimo, dichiarando che non parteciperà al 26esimo Congresso eucaristico nazionale indetto per settembre a Genova. Già a Firenze nel novembre 2015 in occasione del quinto convegno nazionale della Chiesa italiana aveva detto ai vescovi: “Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia”, aggiungendo l’invocazione: ”Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro”.

In verità di tale protezione c’è grande bisogno come si può ricavare anche dall’introduzione di Bagnasco ai lavori della Presidenza della Cei, riunita proprio in questi giorni a Genova. Lucida e senza omissioni è la sua analisi della situazione della società italiana e chiara è la denuncia del male che la condiziona: “sono le ricchezze esorbitanti di alcuni, che esercitano il loro spropositato potere per cambiare il modo di pensare della gente, spinti solo da un’insaziabile avidità di profitto”. Sono parole di papa Francesco queste usate da Bagnasco, che, però, non ne trae occasione per interrogarsi su quale siano le responsabilità della Chiesa, che è chiamato a guidare, nel determinare la realtà di questo Paese non solo segnato da gravi disuguaglianze sociali, ma anche dominato da corruzione e scarsa solidarietà.

Eppure è un Paese di battezzati!

In verità si tratta di “fedeli” di una Chiesa concordataria le cui scuole sono alla pari di quelle statali, In queste sono presenti suoi delegati per insegnare le sue “verità”.  La sua Cei gode di un contributo finanziario di oltre un miliardo l’anno frutto della scelta della metà dei contribuenti resi titolari della gestione dell’otto per mille dell’intero gettito IRPEF. La sua gerarchia interviene alle pubbliche cerimonie a cui presenziano le “autorità civili e religiose”. Delle sue opinioni alle forze politiche, pur se meno di un tempo, conviene tener conto come si è visto recentemente nel loro adeguarsi alla sua intransigenza nell’evitare ogni somiglianza con il matrimonio delle unioni fra omosessuali nella legge, che ne definisce lo status!

Tale complice interventismo le rende autonome e autoreferenziali, escludendo i “fedeli”, pur se impegnati nelle parrocchie e nelle tante associazioni e gruppi nell’evangelizzazione e nelle opere di solidarietà, dal responsabilizzarsi in queste compromissioni. Forti di tale ruolo si confermano pastori destinati a guidare il “gregge”, che per questo non riuscirà mai a diventare Popolo di Dio.

Delle sempre nuove forme assunte da queste contraddizioni penso che dovremmo occuparci nei laboratori se intendiamo versare vino nuovo in otri vecchi ricercando, in dialogo con Francesco, nuovi linguaggi e prassi della fede per testimoniare modi nuovi di essere chiesa nella società di oggi.

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