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Referendum trivelle: un voto per paesaggio, biodiversità e salute di E.Cucuzza

Eletta Cucuzza
Adista Notizie n° 11 del 19/03/2016

Siamo chiamati alle urne, il 17 aprile prossimo, per votare al referendum contro il rinnovo delle concessioni per le trivellazioni in mare entro le 12 miglia dalla costa: il governo vuole che lo sfruttamento dei pozzi già attivi vada avanti fino ad esaurimento dei giacimenti di gas e petrolio ed è perciò disposto al rinnovo. È lo stesso governo che ha decretato l’inammissibilità delle trivellazioni entro le 12 miglia, ma solo per nuove perforazioni. Chi è d’accordo con il governo voterà “no”. Chi vuole che trivellazioni e sfruttamento dei pozzi siano interrotti -– pur se il giacimento non è ancora “svuotato” – allo scadere del contratto stipulato con lo Stato e con le Regioni interessate voterà “sì”.

Andremo dunque a primavera a rispondere a tale quesito, l’unico – fra i sei di partenza contro la ricerca e l’estrazione di energie fossili nelle italiche acque – ammesso dalla Corte di Cassazione il 7 gennaio scorso. Su due dei rimanenti quesiti non ammessi, le Regioni richiedenti il referendum avevano fatto ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato (v. Adista Notizie n. 4/16), ricorso respinto con sentenza del 9 marzo non nel merito, ma per vizio di forma: solo una delle sei Regioni ricorrenti, il Veneto, ha fatto deliberare il ricorso al proprio Consiglio regionale (procedura corretta seguita infatti nella fase di richiesta di ammissibilità dei 6 quesiti del referendum), condizione indispensabile perché la Consulta potesse accettare di intervenire. Le altre si sono limitate ad un atto del vertice regionale. Invece, le Regioni ricorrenti, e nel pieno rispetto della procedura prevista dalla legge referendaria, avrebbero dovuto essere almeno cinque (proprio come il numero minimo necessario per richiedere un referendum).

Le Regioni impugnavano il conflitto di attribuzione relativamente alle richieste di referendum sulla «pianificazione delle attività estrattive degli idrocarburi» – il cosiddetto Piano aree soppresso con la Legge di Stabilità – e sulla durata delle attività previste sulla base del nuovo “titolo concessorio unico” (ricerca e perforazione insieme, solitamente separati).

Un sauté di idrocarburi

La questione trivelle non è di poco conto, basta considerare gli interessi economici ed energetici che ci sono dietro, nonché quelli occupazionali. Tanto che la Cgil (per lo meno per quanto detto da Emilio Miceli, Filctem Cgil) si è schierata per il “no” al referendum, temendo una ricaduta sul tasso di disoccupazione (peraltro aggirabile: basterebbe avviare davvero una poderosa politica industriale di riconversione energetica e di ricerca sulle energie alternative alle fossili). E tutt’altro che di piccolo conto è l’aspetto sanitario, perché le attività estrattive nei fondali marini producono inquinamento in modo accertato, anzi “certificato” dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (in sigla, Mattm). Di tale situazione si ha ora conoscenza grazie a Greenpeace che ha fatto richiesta al Ministero, tramite istanza pubblica d’accesso, dei «dati relativi ai monitoraggio ambientali effettuati in prossimità delle piattaforme offshore presenti nei mari italiani», stilando un rapporto messo in rete all’inizio di questo mese. Ne riportiamo qualche passo.

«Delle oltre 130 piattaforme operanti in Italia – vi si legge – sono stati consegnati a Greenpeace solo i dati relativi ai piani di monitoraggio delle piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione. Si tratta di 34 impianti (33 nel 2012 e 2014) che estraggono gas, tutti di proprietà di ENI. I dati si riferiscono agli anni 2012, 2013 e 2014. Per quel che riguarda le altre 100 piattaforme operanti nei nostri mari, Greenpeace non ha ottenuto alcun dato dal Ministero». «La mancanza di dati per queste piattaforme – osserva Greenpeace – può essere dovuta all’assenza di ogni tipo di controllo da parte delle autorità competenti o al fatto che il Ministero ha deciso di non consegnare a Greenpeace tutta la documentazione in suo possesso». In entrambi i casi, c’è da stare poco tranquilli.

«A seconda degli anni considerati, il 76% (2012), il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Questi parametri sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014».

«Tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (o SQA, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, piombo (e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico), e alcuni idrocarburi come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e la somma degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Alcune tra queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo così l’essere umano e causando seri danni al nostro organismo».

«La relazione tra l’impatto dell’attività delle piattaforme e la catena alimentare emerge più chiaramente dall’analisi dei tessuti dei mitili prelevati presso le piattaforme. Gli inquinanti monitorati in riferimento agli SQA identificati per questi organismi (le comuni cozze, appartenenti alla specie Mytilus galloproncialis), sono tre: mercurio, esaclorobenzene ed esaclorobutadiene. Di queste tre sostanze solo il mercurio viene abitualmente misurato nei mitili nel corso dei monitoraggi ambientali. I risultati mostrano che circa l’86% del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli SQA».

«In termini alimentari – commenta il rapporto dopo una particolareggiata e comparata disanima dei tessuti delle cozze – usare quei mitili equivarrebbe a cucinare un sauté di idrocarburi cancerogeni e metalli pesanti tossici».

Fin qui solo un “assaggio” del rapporto, e non andiamo oltre. L’integrale si può “gustare” al link (http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2016/Trivelle_Fuorilegge.pdf).

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