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Con l’onda dei ricordi all’orlo del mistero di N.Lisi

Nino Lisi
(Cdb San Paolo – Roma)

Una mia zia, donna saggissima e di grande generosità, soleva affermare: “La testa dell’uomo è come una sfoglia di cipolla”, intendendo dire che il cervello umano, organo che si ritiene responsabile dei nostri comportamenti, ha l’impalpabile consistenza della sottile pellicola che avvolge una cipolla, tanto leggera da volare per un alito di vento.

Un’altra mia congiunta, assistente sociale giudiziaria presso il Tribunale dei Minorenni di Napoli, che aveva in carico la Casa di Rieducazione di Airola, un carcere minorile cui avevano cambiato il nome e nel quale continuavano ad affluire da tutto il Mezzogiorno i casi più gravi di devianza di donne giovanissime, sosteneva in forza della propria esperienza professionale: “Non ci sono delinquenti, ma malati”.

Un mio cognato, medico e psicologo, all’epoca dello scandalo della pedofilia in Belgio, pubblicò un articolo su di una rivista scientifica nel quale asseriva che i pedofili non andrebbero processati e puniti, bensì curati, trattandosi di malati, il più delle volte essi stessi vittime, da bambini, di abusi e violenze sessuali.Più di recente un altro mio parente, medico neuropsichiatra, chiamato spesso dal Tribunale di Roma ad eseguire perizie psichiatriche, mi spiegava a proposito di un fatto di sangue avvenuto a Roma, che, se ho ben capito, si può essere perfettamente “in grado di intendere e di volere” cioè di essere consapevoli di ciò che si sta facendo e di volerlo effettivamente e fermamente fare, ma di non poter fare a meno di volerlo, poiché in preda ad un impulso irrefrenabile e incontrollabile. Tradotto nel linguaggio del catechismo di quando ero piccolo, significa che dei tre elementi concorrenti a configurare un “peccato mortale” (la materia grave, la piena avvertenza, il deliberato proposito) mancherebbe il terzo, cioè il deliberato proposito: il proposito ci sarebbe, però non libero, bensì coartato.

Questi ricordi mi sono tornati in mente giorni fa, quando all’intrecciarsi di notizie di tremende stragi che si stavano susseguendo nel mondo si è aggiunta quella sconcertantissima dell’ assassinio di un giovane romano, ucciso da altri due giovani, solo per sperimentare che effetto fa dare la morte a qualcuno. Ho pensato allora: “Zia Sofia aveva ragione: davvero il cervello dell’essere umano è una sfoglia di cipolla!”
A darle ragione non pare che sia da solo; anche le neuroscienze sembrano farlo .

Le quali, se vent’anni fa sostenevano che ogni cervello mantenesse inalterato il proprio patrimonio di neuroni indipendentemente dalle esperienze vissute, oggi affermano che il cervello è molto malleabile, si modifica cioè a seconda della propria storia. C’è sì una base genetica, ma su di essa intervengono sia l’educazione sia il susseguirsi delle esperienze. Si è scoperto infatti che “anche in età adulta l’espressione dei geni può essere molto influenzata dall’ambiente ed anche da un allenamento volontario teso a coltivare qualità umane fondamentali”, cioè da quella pratica, ad esempio, che va sotto il nome di meditazione. Risulta da ricerche scientifiche che venti minuti al giorno, dedicati a sviluppare compassione, altruismo, coscienza di sé, possono ridurre sensibilmente l’ansia, lo stress e persino i rischi di ricaduta in stati depressivi gravi, poiché la meditazione non si risolve soltanto in un’esperienza interiore ma “si manifesta anche con cambiamenti strutturali e funzionali del cervello, avendo pure un effetto notevole sulla salute fisica e sul sistema immunitario”.

Partendo da ciò, posso chiedermi da profano se non sia vero anche il contrario? Posso chiedermi se uno shock, un trauma psichico, un ambiente di violenza, di aggressività, di opposizione agli altri, un clima impregnato di odio ed egoismo possono comportare modifiche “strutturali e funzionali” del cervello di segno e senso opposti a quelli che un ambiente di compassione e comprensione per gli altri e la pratica della meditazione possono comportare? Ed ancora: essendo confermato, almeno per ora, che ciascuno/a di noi è in gran parte frutto degli incontri che ha avuto, delle esperienze che ha vissuto, cioè di relazioni (con altr@ e con se stess@) che per la maggior parte non ha scelto, ma gli/le sono capitate senza sapere come e perché, si può dire che nessuno ha scelto di essere come è?

A questo proposito, Claudia Fanti sul numero 2 di quest’anno di Adista Documenti, dal quale ho tratto le nozioni di carattere scientifico che ho riferite, scrive: “Emerge con chiarezza come le neuroscienze comportino un’evoluzione del modo in cui percepiamo e consideriamo l’essere umano come pure del nostro discorso su Dio”.

Partito sull’onda dei ricordi vengo dunque a trovarmi sullo stesso terreno di un settore della ricerca teologica che prova a capire qualcosa dell’uomo e di Dio anche avvalendosi delle acquisizioni recenti delle neuroscienze.

Io però mi fermo qui, sull’orlo del mistero. Mistero che non riguarda solo Dio, di cui più o meno invano ci sforziamo di farci un’idea, ma anche l’uomo. L’uomo non come idea, concetto, immagine, bensì l’uomo concreto, fatto, come si dice, di carne ed ossa.

E sull’orlo del mistero incontro il perentorio invito di Gesù che con un atto di elementare saggezza mi dice: “non giudicare”. Infatti come potrei giudicare ciò che non riesco a conoscere appieno? Credo anche di intuire il perché persino Dio sembra ritirarsi dal giudicare. Come potrebbe farlo se noi più che scegliere siamo scelti ed è plausibile che ci siano malati piuttosto che delinquenti?

Non a caso il suo nome è Misericordia e si pensa che non esista colpa così grave che non possa avvolgere tra le sue braccia. Si sia o no in un anno chiamato santo.

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