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Vino nuovo in otri nuovi di P.Coscione

Peppino Coscione
(Cdb Oregina – Genova)

Abbiamo celebrato da poco la Pasqua che significa oltrepassamento, andare oltre, in questo senso la resurrezione è uscire fuori dal sepolcro, andare oltre la tomba. Riflettendo sul significato di tomba, mi sono venute in mente le parole di Nietzsche che troviamo in Gaia Scienza: “Che altro sono ancora queste chiese se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.

Certamente si può riconoscere che la condizione non sia come ai tempi di Nietzsche, che le chiese cristiane , le altre fedi religiose chi più chi meno hanno fatto passi avanti nel senso di andare oltre la gabbia dell’autoreferenzialità ed autosufficienza , ma possiamo sostenere che le chiese cristiane e le altre fedi religiose in quanto strutture istituzionali e ideologiche che pretendono di presentarsi come esecutrici di un improbabile piano, progetto, disegno presentato come divino in realtà umano troppo umano, come portatrici di salvezza, abbiano perso del tutto i connotati di fosse e sepolcri di Dio?Dio è un simbolo che non coincide mai con ciò che è simboleggiato. La realtà di Dio o la realtà che è in Dio supera qualsiasi possibilità di esegesi o di ermeneutica perché Dio è al di là di ogni chiesa, di ogni religione, di ogni ideologia; Dio è spirito che non ha vincoli, che pervade tutta l’umanità e tutta la natura e chi adora questo Dio deve farlo in spirito e verità, come è detto nel vangelo detto di Giovanni.

Vivere la pasqua, vivere la resurrezione nella quotidianità ci chiama ad andare oltre ogni forma di tomba e di sepolcro, significa camminare, come Gesù, oltre i confini della propria religione, oltre le barriere, le divisioni , i pregiudizi umani, rimanendo aperti/e alla visione di un divino che si situa nel cuore dell’umanità, nell’essere di tutti i viventi e della natura.

Nel cielo non ci sono strade, una fede autentica non segue strade ma le crea continuamente con l’energia che viene da quello Spirito che soffia dove e quando vuole. Simone Weil nell’ultima lettera inviata a padre Perrin, ove ribadiva la decisione di restare fuori dalla Chiesa, affermava: “Ai nostri tempi c’è bisogno di un tipo nuovo di santità, una santità che porti il segno dell’universalità in modo esplicito”. Questa visione comporta un mutamento di orizzonti, una trasformazione totale nella considerazione del cosmo, di Dio e dell’uomo, del loro ruolo e delle relazioni reciproche, che è necessario cercare di comprendere e di attuare essendo questa la religiosità emergente nel nostro tempo.

Per farmi capire meglio: Panikkar è convinto che il teismo non basti a soddisfare la sete di sacro e contesta la possibilità che la sfera religiosa si esaurisca in esso. Inoltre ritiene che il modello teistico, per motivi storici, sociologici, psicologici, sia entrato in crisi. Egli ritiene che all’interno dell’animo umano esista da sempre la percezione di un elemento particolare, qualcosa che ha a che fare con l’infinito. Questo elemento, che è stato interpretato in molti modi, è all’origine delle religioni, ma i teismi non sono più adeguati ad esprimere il Mistero che in esso si racchiude.

Ecco, su questo terreno che ritengo più radicale di quello politico, siamo chiamati a diventare otri nuovi per vino nuovo; non si tratta di imporre un altro dogma ma di prendere atto con umile saggezza che la nuova visione del mondo ci chiama a vedere in un’altra luce la relazione tra immanenza e trascendenza, tra il divino, l’umano e il cosmo.

Faremmo bene a continuare a riflettere sulle otto immagini di Dio che Carlo Molari definisce non efficaci ma che a mio avviso sono diventate ormai insostenibili. C’è il rischio infatti che il richiamo alla misericordia continui a velare come maschera il potere reale e patriarcale delle gerarchie che presenziano quasi tutte le fedi religiose con il sostegno del potere mediatico.

1 comment

Mira Furlani martedì, 26 Aprile 2016 at 12:44

Caro Peppino, leggendoti, oltre Simone Weil a me è venuta in mente Margherita Porete, la beghina, mistica francese, che nel medioevo scrisse il libro “Lo specchio delle anime semplici, per il quale fu bruciata viva a Parigi nel 1310. Essa chiamava Dio il “lontanovicino” e la sua visione di chiesa era sopra la legge non contro la legge. La mistica beghinale sta alla base di una cultura cristiana Europea che in nome del multiculturalismo noi abbiamo dimenticato. Il mio discorso non vuol essere integralista, all’opposto vuol segnalare quello che tu stesso affermi: “prendere atto con umile saggezza che la nuova visione del mondo ci chiama a vedere in un’altra luce la relazione tra immanenza e trascendenza, tra il divino, l’umano e il cosmo”. Verso questa nuova visione del divino non partiamo da zero, la mistica cristiana, in particolare quella spiegata da Margherita Porete nel suo libro, ha molto da insegnarci.

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