Home 36° incontro nazionale CdB Vino nuovo in otri vecchi. Il XXXVI Incontro nazionale delle CdB di C.Mattiello

Vino nuovo in otri vecchi. Il XXXVI Incontro nazionale delle CdB di C.Mattiello

Cristina Mattiello
Adista Notizie n° 18 del 14/05/2016

“Novità e contraddizioni nelle comunità e nella società al tempo di Francesco”: le Comunità cristiane di base italiane (quasi 200 presenti, provenienti da una ventina di comunità sparse su tutto il territorio nazionale), riunite nel loro XXXVI Incontro Nazionale, si sono interrogate sulle problematiche aperte dalla fase ecclesiale inaugurata da Bergoglio. Perché, per una volta, un movimento sempre “avanti” nel cammino ecclesiale, con la funzione storica di aprire strade nuove per tutti, ha voluto indagare e riconoscere che sono molti gli otri vecchi che stanno cercando di riempirsi di vino nuovo. La sfida di Verona (23-25 aprile) è stata quindi quella di recuperare nella propria eredità culturale e politica proprio la capacità di restare da un lato in sintonia ed ascolto con i drammi sociali di sempre, perfino aggravati dai nuovi scenari di una globalizzazione feroce e a senso unico; dall’altro però comprendere e interpretare anche le contraddizioni preziose e feconde che Francesco ha aperto nella Chiesa. In dialogo col suo messaggio. Le CdB, senza perdere se stesse, senza rinunciare a 40 anni di vita e di esperienza, hanno voluto così impostarsi pronte a rimodulare la propria identità, calati come sempre nel mondo contemporaneo, vicine nella prassi agli ultimi, agli emarginati, ai nuovi diseredati senza nome, ma anche, sul piano teorico, alla ricerca di nuovi linguaggi della fede.Quali prospettive apre Francesco?

I partecipanti hanno perciò seguito con attenzione le testimonianze e le analisi proposte nel confronto iniziale fra i quattro relatori chiamati a proporre all’assemblea piste di riflessione (Maria Soave Buscami, biblista italo-brasiliana; don Pier Luigi Di Piazza, fondatore del Centro di Accoglienza e di Promozione Culturale “Ernesto Balducci” a Zugliano, UD; Maria Bonafede, pastora valdometodista e già moderatora della Tavola valdese; Sergio Tanzarella, docente di “Storia della Chiesa” alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale) ed a dialogare sulle novità e contraddizioni nella comunità cristiana e nella società nelle quale le CdB si trovano ad operare. Ciascuno dal suo punto di vista, e a partire dalle proprie esperienze professionali e pastorali, ha offerto ai presenti una visione articolata del tempo nel quale le comunità sono chiamate a vivere e una valutazione delle conseguenze della presenza e dell’azione di papa Francesco nella Chiesa e nella società. Un contesto al quale le Cdb non intendono restare estranee. Anzi: forte è la volontà di partecipare alla costruzione di un orizzonte che in parte coincide con quanto il movimento da anni è andato (spesso in modo quasi solitario) testimoniando. Dall’analisi dei relatori è emerso che, indipendentemente dalla valutazione che si può dare del pontificato di Francesco (in ogni caso complessivamente positiva), esso rappresenta una novità nella storia, ma soprattutto nell’attualità della Chiesa e, più in generale, delle Chiese e dei loro rapporti con evidenti conseguenze sulle società e sui rapporti fra gli Stati.

Nuovi modi di essere Chiesa

La ricchezza delle esperienze raccontate e condivise nei laboratori (non soltanto nel secondo, centrato specificamente su questo tema), resta una caratteristica fondante: essere concretamente e profeticamente vicini alle “solitudini”, individuali e sociali, è costruire otri nuovi (Lab. 3). Perché “relazione” è uno dei nomi di Dio, e nessuno si salva da solo. Che è poi la via della condivisione: costruire reti, anche piccole, è dare spazio all’ascolto autentico e porre le basi per un dialogo realmente fecondo. A tutto campo l’impegno sul nuovo drammatico fronte dell’immigrazione – scuole di Italiano L2, sportelli d’ascolto, reti di solidarietà ma anche accoglienza concreta, in famiglie o in piccole comunità e senza sussidi, perché il dono sia davvero tale e il rapporto personale più autentico –; poi il carcere, per una concezione della pena non vendicativa, ma realmente riabilitativa e anche per favorire lo scioglimento, sul piano della coscienza, della dinamica conflittuale generalmente bloccata tra vittima e colpevole, o tra i familiari di entrambi, con la prospettiva di una riconciliazione che fa crescere tutti. E il lavoro delle donne e con le donne, dall’accoglienza alle vittime di tratta e di violenza, al lavoro sulla prostituzione, con l’elaborazione teorica delle teologie al femminile sempre sullo sfondo, la cui centralità nel movimento resta una caratteristica italiana. Perché di movimento si può ancora parlare, pur nella molteplicità delle esperienze, sia per l’infaticabile lavoro di collegamento degli organismi preposti, sia per il sentire di tutte e tutti, come dimostra la partecipazione numerosa e calda al convegno stesso. E anche per una capacità attrattiva inedita, di cui si cominciano a vedere incoraggianti segni: la presenza significativa di gruppi e associazioni anche laiche esterne ma vicine, che sono intervenute nei laboratori e nei dibattiti in un’ottica di reale condivisione, è il maggiore elemento di novità di quest’anno.
Un altro tema di fondo è stato la ricerca di «nuovi linguaggi e nuove prassi della fede che parlino al nostro tempo». Si è cioè parlato della necessità di sostituire nell’Eucarestia e nella preghiera alcune formule e parole desuete e distanti dalla sensibilità reale, per introdurre termini con una valenza liberante e liberatoria, senza però rischiare una eccessiva de-istituizonalizzazione e de-ritualizzazione, che potrebbero far perdere il cammino comunitario: nel Padre Nostro, estendere l’uso della formula «Non ci abbandonare nella tentazione» al posto del tradizionale «non ci indurre in tentazione»; dopo la Lettura, dire «Parola di un uomo ispirato da Dio»; abolire il Confiteor, o un Credo ancora “niceano”, davvero troppo distante. Un messaggio semplice, che si potrebbe tentare di trasmettere anche in parrocchie aperte e potrebbe aiutare ad eliminare almeno una delle tante barriere (quella di liturgie distanti e formule incomprensibili) che tengono lontani i giovani dalle comunità ecclesiali, utilizzando anche gli «inequivocabili» segnali di novità portati dal pontificato di Francesco.

Le contraddizioni ancora aperte

Su questi segnali e sulla domanda iniziale si è riflettuto e dibattuto molto. E non si è mancato di sottolineare le problematiche ancora aperte, i «muri dottrinali» invalicabili, a partire dalla stessa figura del papa, ancora capo religioso e insieme politico, fino alla mancanza di intervento strutturale sulla struttura finanziaria ed economica vaticana, o alle posizioni sulla donna e sull’etica familiare e sessuale in genere. Un’«insufficienza» sia dei gesti che del linguaggio, che però le comunità riconoscono in modo diverso anche in se stesse. Ma le sia pur timide aperture lasciano intravedere oggi la possibilità di immaginare una Chiesa poliedrica di cui il movimento può essere «una delle facce», senza rinunciare a se stesso, né correre il rischio di essere «neopapista». I ricordi indelebili di questi 40 anni devono riemergere «come se volessero tornare a vivere in noi, a ispirare un’altra storia, un’altra politica, un’altra pace».

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