Home 36° incontro nazionale CdB Piccole comunità cristiane; modalità diverse di essere Chiesa nella società di oggi

Piccole comunità cristiane; modalità diverse di essere Chiesa nella società di oggi

Sintesi degli interventi nel gruppo di lavoro 2: “Piccole comunità cristiane; modalità diverse di essere Chiesa nella società di oggi”

(presenti circa 40 persone, in rappresentanza di quasi tutte le comunità “storiche”, di provenienza parrocchiale o di altri gruppi o a livello personale).

Dai numerosi interventi si conferma la realtà che già conosciamo delle Cdb. Queste realtà di piccoli gruppi radicati spesso in un territorio e fortemente impegnati su vari fronti politico-sociali-caritativi, non hanno la pretesa di prefigurare un modello alternativo di Chiesa né tantomeno vogliono rappresentare una modalità generalizzata di vivere l’esperienza cristiana. Sono emersi invece tanti modi differenti anche tra loro di articolare la ricerca di fede, la vita comunitaria, i momenti di preghiera comune, i modi di presenza nella società.

I piccoli gruppi presentano il vantaggio di consentire un incontro vero tra le persone e di rendere possibili quindi momenti di vita comunitaria. Da questo punto di vista le realtà più strutturate (per esempio, parrocchie e movimenti) possono essere certo più rassicuranti ma anche più soffocanti. Le piccole comunità possono avere un futuro, possono rappresentare una ricchezza per la Chiesa. A questo proposito, ci è piaciuta l’immagine di Gesù che, nel contesto della moltiplicazione dei pani, divide la folla in gruppi di 100 e 50 persone, forse proprio per sottolineare che la pratica della condivisione difficilmente si può realizzare con i grandi numeri. In Africa e in America Latina (non sempre, però!) si punta sulle piccole comunità, si pone al centro la ricerca/invocazione/costruzione del Regno piuttosto che la Chiesa, si avverte l’esigenza di conoscere di più il Gesù storico. Generalmente il senso di appartenenza alla chiesa non è messo in discussione, le comunità di base si definiscono ecclesiali e proprio per amore della chiesa sono molto critiche e radicali.

Si è notato anche come il papa attuale stia “sparigliando le carte”, spostando il centro dell’attenzione e della prassi pastorale sulla sequela di Gesù e del vangelo, mettendo in secondo piano dogmi e precetti. Occorre seguire queste novità con grande attenzione, senza tuttavia lasciarci abbagliare troppo, e sostenerle con forza. Per fare un esempio, nella sua recente Amoris laetitia, il Papa ammette una certa carenza di carismi e ministeri e sembra auspicare l’apporto di esperienza dei preti sposati.

Sono stati molto ben accolti gli interventi di alcuni che, riportando esperienze maturate al di fuori degli ambienti delle comunità di base, hanno mostrato interesse, apprezzamento e vicinanza alla nostra storia e alle tematiche che più ci caratterizzano. Occorre registrare con soddisfazione ma anche con grande responsabilità queste aperture. Soprattutto i giovani, quelli che si trovano un po’ stretti e magari anche emarginati nelle strutture ecclesiali, faticano a trovare punti di riferimento. L’esperienza delle comunità di base, per il loro forte tratto di autenticità e per la loro capacità di andare al cuore dei problemi e per il loro tentativo di vivere in profondità il cammino di fede, può essere attraente. Forse ora i tempi sono maturi per allargare i nostri confini e per far conoscere di più e meglio il cammino e l’esperienza attuale delle comunità. In ogni caso non ci si deve preoccupare troppo dei giovani, compresi i nostri figli: i semi da noi gettati e le testimonianze che saremo riusciti a rendere significative matureranno secondo modalità nuove, diverse dalle nostre.

Continua però a pesare il problema strutturale: la figura del prete è ancora centrale e può determinare aperture ma anche chiusure, quindi tanto bene o tanto male, a seconda del prete del momento. Forse la nostra esperienza può mostrare che è la comunità che deve diventare adulta, acquistare consapevolezza di sé e farsi soggetto portante. Il prete fa parte della comunità, diventa un compagno di viaggio, con i carismi e le competenze che gli vengono riconosciuti. L’immagine del vino nuovo negli otri vecchi è quanto mai appropriata per far capire queste contraddizioni: desiderio di una vita cristiana più aperta, più libera e liberante e rigidità delle strutture. Questo non significa che la comunità non possa e non debba dotarsi di un minimo di struttura organizzativa, leggera e di servizio, meglio se i ruoli riconosciuti sono non di singoli ma di un piccolo gruppo. L’importante è crescere insieme, sentirsi responsabili, andare avanti ma guardare anche a quelli che fanno fatica, che sono più lenti e possono restare indietro. Una struttura leggera serve anche alla comunità per comunicare ad altri i propri valori, le riflessioni e gli impegni che si portano avanti. Non è certo proselitismo, ma uno strumento per proporre iniziative pubbliche al quartiere o alla parrocchia sui temi che ci stanno a cuore.

L’eucarestia è vissuta come momento centrale della vita della comunità: il segno del pane e del vino è segno di memoria e di condivisione. E’ tutta la comunità che celebra l’eucarestia, è la comunità dei credenti che si appropriano della loro dimensione sacerdotale ed è sempre la comunità che esprime una pluralità di ministeri, riconosciuti e valorizzati. Occorre comunque comprendere sempre meglio e di più che, caduto il valore sacrale del gesto dello spezzare il pane, è necessario viverlo, tradurlo concretamente nella vita di tutti i giorni, a livello comunitario e personale. Il costante riferimento e la riscoperta continua della figura di Gesù e la frequentazione assidua della Scrittura sono dati fermi e consolidati nell’esperienza delle comunità di base. Le parole e la prassi di Gesù sono stimolo continuo per l’azione a livello sociale.

E’ stato sottolineato più volte il ruolo positivo e propositivo delle donne, delle loro riflessioni e del loro peculiare cammino di conversione/liberazione. Particolarmente interessante l’esperienza di piccoli gruppi di donne, animate da suore che hanno deciso di spendere la propria vocazione fuori dai conventi, nelle periferie, al servizio degli ultimi.

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