Home Comunità Cristiane di Base Degrado, marginalità ed esclusione a Roma – CdB S.Paolo

Degrado, marginalità ed esclusione a Roma – CdB S.Paolo

LA DENUNCIA DELLA COMUNITÀ CRISTIANA DI BASE DI SAN PAOLO

E’ esperienza comune che la vita quotidiana a Roma sia diventata molto difficile. Il degrado della città, dei rapporti sociali e umani sono all’origine del disagio che vivono gran parte degli abitanti di Roma.
In questa situazione si accentuano le disuguaglianze, si creano piccole e grandi sacche di privilegio accanto a marginalizzazioni crescenti, fino ai ghetti costituiti dai centri di accoglienza degli immigrati e dai campi rom, sempre in bilico fra integrazione e annientamento.

Come cristiani, oltre che come cittadini e cittadine che rivendicano laicamente i comuni diritti, ci sentiamo interrogati dalle condizioni di vita nella nostra città, che lacerano ogni solidarietà, distruggono le ragioni stesse della convivenza e alimentano egoismi e violenze in ogni campo: quello che appare come “degrado” è causa e spia di disuguaglianze insostenibili ed ingiustizie insopportabili.
Rinnoviamo con questa denuncia la tradizione di interesse alla vita e ai problemi di Roma, già espressa nel 1973 con la lettera pastorale di Giovanni Franzoni, allora abate di San Paolo, “La terra è di Dio”, in cui si evidenziavano i guasti della speculazione fondiaria e le sue connivenze con il sistema delle istituzioni ecclesiastiche: “Nella misura in cui si ascolta la Parola di Dio … la Chiesa è chiamata oltre che a dare l’annuncio … anche ad esercitare un ruolo profetico di denuncia dello sfruttamento e dell’alienazione dell’uomo … sembra invece che la Chiesa non solo non abbia saputo denunciare certe situazioni ma di fatto sia stata dalla parte di coloro che hanno fatto della città non il luogo della liberazione e della crescita … ma un centro funzionale allo sviluppo capitalistico …” (parag. 112 – 113 de La terra è di Dio).
Le ragioni di questo degrado sono complesse ed hanno radici lontane. Nel corso del Novecento la nostra città è stata protagonista di una vorticosa crescita: dai 200.000 abitanti del 1870 ai quasi 3 milioni di un secolo dopo, a seguito di una massiccia immigrazione dal resto d’Italia. Questo fenomeno non è stato fronteggiato come si sarebbe dovuto dalla politica, che non è stata in grado o non ha voluto governare questa espansione, permettendo il perpetuarsi di un sistema di potere di pochi soggetti dominanti, che hanno fatto prevalere i propri interessi particolari su quello generale, ed in cui la Chiesa Cattolica, anche attraverso il regime concordatario, ha fatto la sua parte.
La crescita urbana è stata gestita in funzione di grandi interessi particolari che hanno prevalso sull’interesse generale, provocando il degrado del tessuto cittadino, fino a favorire, in un clima di diffusa illegalità, l’inserimento della criminalità organizzata. Si è costituita così la rete attraverso cui opera il potere reale che agisce sulla città e si è determinata una situazione che penalizza fortemente i più deboli, coloro che non hanno potere né voce.

Cinque priorità.
Cinque temi andrebbero affrontati prioritariamente dalla prossima amministrazione capitolina, rispetto ai quali tutta la cittadinanza dovrebbe responsabilizzarsi per contribuire a trasformare Roma in una città accogliente, solidale e inclusiva.

Povertà vecchie e nuove.

A causa della profondità della crisi economica, si sono ora aggiunte alle vecchie povertà, nuove forme di bisogno in cui famiglie, dove uno o più componenti, estromessi dal lavoro, non riescono a trovarne uno nuovo. A questo si aggiunge il problema dei giovani che navigano tra disoccupazione, precariato e “lavoro gratuito e volontario”. Altre situazioni difficili sono quelle in cui, per fronteggiare difficoltà economiche, si commettono reati e si finisce in carcere, oppure, non riuscendo a pagare la rate del mutuo o l’affitto, si perde l’abitazione o si resta privi di servizi essenziali come acqua ed elettricità per morosità. C’è anche chi di giorno sopravvive con un lavoro precario e di notte dorme in roulotte o addirittura in macchina, utilizzando i bagni delle stazioni e quelli dei cimiteri, e frequenta le mense pubbliche per trovare un pasto caldo.
I dati più recenti forniti dal Campidoglio ci dicono che gli ospiti delle mense convenzionate con Roma Capitale sono passati tra il 2012 e il 2013 da 13/15 mila persone a 16/20 mila. Coloro nel 2014 hanno utilizzato un servizio di mensa o un dormitorio sono stati circa ottantamila.
Il Comune di Roma, oltre ad intervenire sul piano della pubblica assistenza, dovrebbe svolgere un ruolo importante nel sostenere reti locali di economia solidale, quali alternative possibili ad un sistema che non è più capace di assicurare a tutti i cittadini i diritti che la Costituzione annovera tra quelli fondamentali.
E’ necessario assumere la qualità della vita collettiva come priorità di ogni scelta politica, puntare all’uso sociale dei beni comuni e considerare il Comune ed ogni singolo Municipio come luoghi deputati alla partecipazione democratica.

Lo scandalo dei “senza casa” nella città degli immobili inutilizzati
Negli ultimi 15 anni, a Roma, pur essendo rimasta sostanzialmente invariata la popolazione, il numero degli edifici è cresciuto del 20%: il risultato è che in città si contano almeno 110.000 abitazioni vuote. Tuttavia si continua a costruire, certamente non per i “senza dimora”: gli immigrati, i rom e i tanti impoveriti che, ovunque vi sia una nicchia che possa fungere da riparo, lì “fanno casa” coi loro giacigli di cartone.
Il panorama si incupisce se si considera il numero degli immobili di proprietà privata abbandonati che potrebbero essere trasformati per adattarli ad abitazioni e sottrarli così al degrado.
La situazione è ancor più scandalosa se si considerano le caserme e gli immobili di proprietà demaniale ormai inutilizzati.
Due accordi, del 2010 e del 2014, tra Comune di Roma e Ministero della Difesa, che potevano andare nella giusta direzione, per motivi diversi non sono diventati operativi.
Intanto la gestione commissariale, invece di affrontare la situazione intollerabile dei senza tetto e dei senza fissa dimora, persegue con ordinanze di sgombero e la richiesta di fitti arretrati le realtà associative che, per soddisfare bisogni frustrati di socialità, avevano portato a nuova vita spazi e luoghi abbandonati.
Basterebbe ricorrere agli strumenti giuridici dei quali si possono giovare le Amministrazioni Locali, compresi i Municipi, quali la concessione di immobili di proprietà comunale in custodia e guardiania e le requisizioni del patrimonio edilizio non utilizzato, che ebbero già in passato l’avallo della Magistratura.

I Rom, un’emergenza inventata di cui nessuno si cura.
Dopo diversi atti amministrativi che costruivano, a beneficio dell’opinione pubblica, una emergenza che la Corte di Cassazione nel 2012 ha definitivamente spazzato via, a Roma nulla è cambiato: i “Campi Nomadi”, denominati, a volte, con scarso senso del ridicolo, “Villaggi della Solidarietà”, esistono come prima. Pur nelle loro diverse classificazioni burocratiche, sono comunque tutti luoghi di emarginazione. Di conseguenza sono inevitabilmente divenuti anche luoghi di degrado ambientale, sociale ed umano, che hanno gravemente compromesso la personalità e la dignità di chi vi ha abitato per anni.
Il superamento dei “Campi Nomadi”, richiestoci dall’Europa, è stato deciso dal Governo italiano il 24 febbraio del 2012, con l’adozione della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti. Per la sua attuazione sono stati assegnati precisi compiti anche alle Regioni ed ai Comuni. Del sistema organizzativo, che dovrebbe provvedere all’attuazione della “Strategia”, è stato istituito solo il Tavolo Regionale di concertazione, mentre, per ciò che riguarda quello comunale, non sono stati neppure adottati gli atti preliminari per la sua istituzione.
In compenso, il Comune ha intimato ad 80 famiglie alloggiate nel centro di accoglienza di Via Salaria di lasciare l’edificio entro il 30 aprile, senza proporre alcuna altra soluzione alloggiativa. Un ricorso al Tar ha ottenuto la sospensione della intimazione per cui il problema dovrà essere affrontato dalla nuova Amministrazione: questo sarà, senza dubbio, un banco di prova.
Il processo di inclusione resta tutto da avviare. Sul piano operativo andrebbe gestito dai Municipi, perché solo in prossimità del terreno di azione è possibile intervenire con efficacia. Infatti bisogna realizzare la convergenza di due dinamiche che non sono spontanee: quella di chi intende entrare a far parte pienamente della società e quella di chi è chiamato ad accogliere un popolo, di cui non si conosce l’apporto alla cultura europea, a cominciare dalla musica, come poco o nulla si sa dello sterminio subito nei campi nazisti con oltre 500.000 vittime.

Ancora una volta dovrebbe essere chiamata la cittadinanza attiva ad un impegno forte, oltre ogni pregiudizio.
Gli immigrati, sfruttati e sconosciuti
Nel corso del 2015, tra tutti i bambini, le donne e gli uomini che, scappando da guerre, persecuzione e fame hanno affrontato il Mare Mediterraneo, alcune migliaia sono morti. I sopravvissuti hanno incontrato grandi difficoltà per ottenere adeguate condizioni di rispetto e accoglienza.
A Roma, in particolare, la condizione di vita degli immigrati che chiedono asilo è in buona misura delegata alle agenzie di volontariato, a volte in relativa partnership con il Comune e con la Regione.
Riteniamo sia necessario moltiplicare gli interventi per contrastare l’emarginazione e la povertà dei rifugiati e dei richiedenti asilo. La conoscenza e l’incontro con chi è diverso da noi e viene da culture e religioni diverse dalla nostra è anche un potenziale arricchimento reciproco, oltre che una difficoltà sociale da risolvere. Sentiamo che per contribuire al superamento di discriminazioni religiose ed etniche sia molto importante il ruolo della scuola primaria. Inoltre vogliamo sottolineare l’importanza della formazione di mediatori sociali e culturali per facilitare la fruizione di servizi, in particolare quelli socio-sanitari, per le persone più vulnerabili.

Il consumo delle risorse che eccede l’impronta compatibile
Con una media inferiore a due abitanti per autovettura circolante, senza contare gli altri autoveicoli, Roma lascia “un’orma ecologica” iniqua e distruttiva: se il resto dell’umanità seguisse il nostro esempio, il parco mondiale delle sole autovetture crescerebbe di ben quattro volte, causando, nelle varie fasi (mineraria, industriale e di consumo), un tale livello di distruzione delle risorse e d’inquinamento che la Terra diverrebbe una landa desolata con scarse possibilità di vita.
Quanto alla popolazione romana i danni sono immediati, non solo per lo stress da traffico e per gli incidenti stradali: l’inquinamento prodotto provoca ogni anno migliaia di vittime, soprattutto nei ceti più poveri, ulteriormente danneggiati dalla marginalità del servizio di trasporto pubblico urbano e extraurbano. Il traffico privato pervade la città, dal centro alla periferia, segnando un’impronta prepotente e aggressiva che mortifica ogni tentativo di mobilità alternativa.
Non c’è dunque molto tempo a disposizione per porre riparo a questa situazione. Non ci si può affidare solo alla presa di coscienza personale o aspettare il completamento della rete delle metropolitane. Occorre adottare subito provvedimenti di razionalizzazione del traffico.

Che fare?
Quelli che abbiamo descritto sommariamente sono solo alcuni degli aspetti della complessa situazione, grave e critica, in cui versa la città di Roma.
Ci sembra evidente che, perché questo stato di cose possa cambiare, sia necessaria un’adeguata azione delle istituzioni, insieme ad una presa di coscienza e un impegno fattivo della cittadinanza, che da una parte incalzi, sostenga ed indirizzi lo sforzo al quale le istituzioni sono chiamate e, dall’altra, si assuma la responsabilità di adottare comportamenti e stili di vita coerenti.
Come credenti e testimoni di quel Gesù, che ha messo proprio i poveri e gli esclusi al centro del suo interesse e del suo amore, ci rivolgiamo a tutte le donne ed a tutti gli uomini che vivono nella città di Roma e che condividono con noi il sogno di una Roma aperta e inclusiva, auspicando che si apra un dibattito trasparente in tutte le sedi sugli indirizzi e le priorità che dovrebbero improntare le politiche della futura Amministrazione, per trasformare Roma in una città solidale, attenta ai bisogni di tutti e tutte, in primo luogo di coloro che vivono ai margini della società o ne sono esclusi/e, poiché riteniamo principio fondamentale che non si debba avere per carità ciò che è dovuto per giustizia.

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