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Gesù è ancora parte della mia vita ? di P.Coscione

Peppino Coscione
(Comuntà Oregina – Genova)

Lo è perché continuo a riconoscere nelle sue parole, nelle sue azioni, nella sua vita e nel suo essere stato assassinato una manifestazione, né unica né esclusiva né egemonica, dell’energia umano–divina di cui siamo tutti e tutte soggetti, una presenza fattasi compagno/a di strada, a partire dalle ultime e dagli ultimi della terra, dalle persone private dei diritti.

Lo è perché riconosco nelle parabole narrate da lui, o attribuite a lui, la presenza di un amore trasformatore, liberante; riconosco il rovesciamento dei codici dominanti, riconosco il compito di nominare il “mondo” in un altro modo; riconosco l’appello a cambiare mentalità, cultura, linguaggio, stile di vita.

Lo è perché anche la sua è stata un’esperienza esistenziale, tramandata da tante comunità, affinché diventasse terreno fertile per giocarsi la vita nel modo più pieno possibile, libera da ogni gabbia dogmatica e da ogni struttura gerarchia.

Lo è nonostante che io non possa più condividere la concezione teistica e patriarcale che per ragioni culturali e religiose gli era consona, anche se ho intravisto lampi di luce innovatori rispetto all’ortodossia dominante. Al di là dei tratti tipici della cultura del tempo con i quali viene espresso, è un messaggio ancora attuale e sovversivo perché oltrepassa ogni forma di discriminazione, di disumanizzazione.

Lo è, e per questo faccio fatica a riconoscerlo nelle attuali istituzioni che pretendono di rappresentarlo. Istituzioni ancora strutturate su una mito-teologia di altri tempi, ma questo non mi impedisce di lottare con tutte le persone di diversi orientamenti culturali che si impegnano, con parole ed opere, a favorire la liberazione di uomini e donne da ogni forma di sudditanza e di discriminazione.

Non è casuale che il simbolo centrale della nuova visione della vita,”il regno di Dio” di cui Gesù si fa messaggero, non sia altro che l‘umanità, come una comunità di sorelle e di fratelli, di amiche e di amici, di compagne e di compagni riunita in un pasto festivo, dove il pane, che sostiene la vita, e la gioia del vino, che sostiene lo spirito, vengono condivisi.

Vivo la comunità, perché essa è tuttora lo spazio d’incontro di amici e amiche che hanno scelto di operare per la solidarietà, la giustizia: orientamento ideale e pratica reale che sopravanza il modo in cui ciascuno/a pensa e vive il divino.

Come dice Antonietta Potente: “credo, crediamo sia importante essere persone che abitino e che si lascino abitare, che creino spazi dove altri e altre possano vivere e incontrarsi, spazi nuovi dentro la storia in cui viviamo”.

Del resto sono convinto con Emmanuel Lévinas che “i rapporti interumani, indipendentemente da ogni comunione religiosa, nel senso stretto del termine, costituiscono in qualche modo l’atto liturgico supremo, autonomo rispetto a tutte le manifestazioni della pietà rituale”.

“Reinventare il sacro”, per riprendere il titolo di un recente libro di Stuart Kauffman, vuol dire sforzarsi di vederlo con occhi nuovi: rinunciarne a farne una realtà a sé stante, cimentarsi con una visione del mondo e del nostro inserimento in esso in cui alla spiritualità, intesa nella sua accezione più vasta, sia riconosciuta una incidenza rispetto non solo alla vita dell’uomo, ma anche al destino dell’ambiente naturale e sociale in cui egli vive.

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