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Riconoscerci il potere di agire! di P.Cavallari

Paola Cavallari
(redattrice di Esodo, www.esodo.net)

Sul secondo incontro nazionale dei Viandanti : «Chiesa di che genere  sei?»

Certo!  non si poteva trovare un titolo più accattivante! Con la formula allusiva  «Chiesa di che genere  sei?», la rete Viandanti ha colto nel segno,  realizzando a Bologna, il 22 ottobre scorso, il 2° convegno nazionale dell’ associazione che porta questo nome. Il  successo dell’iniziativa è  indubitabile. Dall’esordio del mattino fino alla conclusione nel pomeriggio, si è visto un crescendo di interesse; il numeroso pubblico intervenuto rispondeva agli stimoli con l’incalzare di domande.

Introducendo, Franco Ferrari, presidente della rete, ricorda il senso dell’impegno dell’associazione, tra cui quello di offrire contributi qualificati, volti  alla ricerca  di una dimensione più matura e responsabile  della fede. L’attività di messa-in-rete di realtà locali, gruppi di base e riviste trova qui un segno concreto:  è la prima volta, infatti,  in cui la sotto-rete delle riviste che aderiscono alla più vasta Rete dei Viandanti si fa visibile al “grande pubblico”. Materialmente tramite un efficace roll up  e un tavolo espositivo dove sono a disposizione del pubblico copie delle riviste.

Nel suo discorso introduttivo F. De Giorgi ha ripreso  parole del Papa pronunciate nella chiesa dell’Assunta a Tiblisi il 1° ottobre scorso, focalizzando l’attenzione in quell’ “accogliere”, “accompagnare”, “integrare” che il Papa indicava come linee pastorali direttici, sia nei confronti del matrimonio  eterosessuale,  sia nei confronti di persone con orientamenti sessuali non codificati.  Altre frasi espresse dal Papa in quella occasione non sono risultate in sintonia con l’andamento del convegno. Intendo l’accenno alla “teoria del gender”, alle “colonizzazioni ideologiche” e la lunga citazione su Maria: «Ci sono due donne che Gesù ha voluto per tutti  noi: sua madre e la sua sposa. Queste due si assomigliano. La madre è la madre di Gesù. La Chiesa  è la sposa di Gesù. Con la Madre Chiesa e la Madre Maria si può andare avanti  sicuri».  De Giorgi cita senza essere visitato da dubbi, né tanto meno prese di distanza. Nel pomeriggio,  Noceti non mancherà di evidenziare la cecità di genere da cui sono abitate tali frasi di Francesco.  La mia vicina francese, sentendo riproporre tale modello femminile idealizzato e asessuato, nonché la retorica dell’ indistinzione di  singolarità, un cui si confondono “Maria/Madre/Vergine/Sposa/Chiesa”  e  “Figlio/Sposo/figli-maschi/pastori”,  ecc. ecc… mi  sussurra: “Ma è apologia dell’incesto”!

Distanti assai da quest’orizzonte tutte le altre relazioni, quelle di uomini incluse.  La prima – di Cettina Militello-  si è incentrata sul “comune sacerdozio”: esso si riceve con la “grazia battesimale” e non con il sacramento dell’ordine.  Nel  solco delle affermazioni contenute nelle scritture vetero e neo testamentarie, e a partire dai testi conciliari, la teologa  ha articolato i caratteri dell’ identità cristiana che deriva dal comune sacerdozio (un’ identità regale, profetica e sacerdotale) che ogni battezzato e ogni battezzata riceve con tale iniziazione cristiana. Il riconoscimento di tali doni  è stato via via sottratto al popolo di Dio, in special modo nell’ età medievale  per opera della teologia scolastica, in parallelo con l’amplificazione sacrale e sociale del ministero ordinato, cioè le figure di vescovi e sacerdoti.  Questa complessa ma necessaria base teologica porta Militello ad affermare che l’ecclesiogenesi  battesimale  dal basso ci garantisce nell’opera di rifondazione della chiesa. Non possiamo stare ad aspettare che qualcuno ci riconosca o ci “dia il via”. Come battezzati non abbiamo bisogno di autorizzazioni.

L’intervento della teologa francese Paule Zellitch [della Conférence catholique des baptisé-e-s francophones],  mette in luce le migliaia di scismi silenziosi che da tempo stanno avvenendo in territorio  francese, fornendo- cifre alla mano- un quadro di progressiva inesorabile agonia. Occorre la promozione di un nuovo sensus fidei, i cui promotori /attori emergano da scelte ecclesiali  che non penalizzino i laici e le donne. Per  ora, nulla è cambiato negli equilibri tra uomini e donne negli spazi  diocesani e affini: a queste ultime è riservata la “naturale” assenza;   le pochissime chiamate a condividere l’impegno gestionale sono “fidate”  e per lo più vergini consacrate. Alle battezzate – anche quelle in età  adolescenziale – non è concesso  avvicinarsi all’altare!

Il secondo tema della mattinata, Convergenze e divergenze ecclesiali. Ecumene e ministerialità, vede al tavolo rappresentanti delle tre confessioni cristiane: Gianfranco Bottoni per il cattolicesimo, Yann Redalier per la chiesa evangelica, Dionisios Papavasiliou per quella ortodossa.

Non  la convergenza – ha detto Bottoni- ma il profondo ascolto dell’ altro, assumendone la differenza come segno provvidenziale, è la via per l’unità tra le chiese. Richiamandosi poi al testo di  Yannaras  Contro la religione,  ha osservato che, fin dagli esordi, si è delineata la deriva che interpretava la fede cristiana come  una nuova religione civile e la  riduceva ad ideologia; contemporaneamente  i ministeri si evolvevano sempre più come funzionali all’autoconservazione di tale religione. La censura sulle donne è cifra eloquente della distanza tra Annuncio  e religione, tra stile impersonato da Gesù e sistema, in un crescendo di ecclesiocentrismo.

Se all’interno del protestantesimo si dischiudono molte differenze -prosegue Yann Redalié-  nell’organizzazione ecclesiastica riformata, comunque, la figura del pastore/pastora è laica.  Il ministro  non ha  potere sacramentale sulle cose (consacrare la sostanza che si trasforma in corpo di Cristo, per esempio).

Se poi la globalizzazione, che ha investito la vita delle chiese in generale, ha sollevato molte questioni, quella del genere, per lo più, non si pone. Ministro è colui che, insieme alla comunità, ascolta e interpreta la Parola e amministra i sacramenti, perché la presenza di Cristo non risiede nel prete, ma nella Comunità che celebra. La chiesa non è Madre, è piuttosto Scuola: ognuno deve essere formato e reso responsabile.

Se ci si decentrasse per un attimo dall’ordine simbolico in cui siamo immersi,  ci renderemmo conto dell’ “assurdità del problema in questione”: apre così il suo intervento  M.Cristina Bartolomei. Lo  scollamento tra diaconia delle donne e ministeri si evidenzia perfino in quelli istituiti; inesistenti  i ministeri per le battezzate; a loro ci si rivolge solo per dire quello che non possono fare. Che cosa fa così paura?  L’interdizione  alla  ministerialità  appare intrecciata a quella sacerdotalizzazione  dei ministeri che è estranea all’insegnamento del secondo testamento; proibizione che è interpretabile come sbarramento simbolico nei confronti dall’ “eccesso” di  potenza “naturale” del  femminile, cifra rimossa nello psichismo maschile (clericale in primis), ma di cui non sono smentibili gli effetti. M. C. Bartolomei  pone poi all’attenzione i risvolti sociali e politici che opera l’ esclusione all’esercizio di autorità femminile.  Il crimine del femminicidio, per non dire che un esempio, né una ricaduta.  Tra  il serio e il faceto, Bartolomei lancia una proposta shock: un accordo tra le donne per cui, una domenica, all’Eucarestia, esse si accostano in fila all’altare, ma poi, giunto il momento, visibilmente si sottraggono dal ricevere l’ostia. Qualcuna nel pubblico, stando al gioco, simpaticamente le chiede di metterla in internet.

Se il Concilio Vaticano II ha scardinato censure, promuovendo partecipazione dei laici e aprendo gli studi teologici anche alle donne – sostiene Serena Noceti– e se tali studi sono fioriti dischiudendo nella teologia la prospettiva di  genere, è vero però che nell’ ufficialità cattolica – nei manuali di ecclesiologia correnti, per esempio-  si è schiacciate da un soffitto di cristallo, e si ignora o marginalizza questa produzione.

Il femminile è interpretato solo nella cifra della madre.  La Mulieris dignitatem ha sistematizzato questo strabismo: da un lato invisibilità delle donne reali, d’altro lato iper-visibilizzazione del femminile materno. Non è  solo questione di teologia o di ministerialità, ma di sessismo anche nell’ organizzazione: le catechiste-donne sono la stragrande maggioranza, ma quasi non esistono  direttrici-donne di uffici catechistici. Sulla base del Vaticano II, altre aperture si  sviluppavano, e Noceti mette in luce soprattutto il codice comunicativo: se prima, nel modello gerarchico tridentino, la comunicazione era unidirezionale, top-down, <da chi sa a chi non sa>,  il Concilio  inaugura  dinamiche molteplici, sinodali, dove l’essere propositivo del laico è diritto/dovere.

Tabu rimane poi la questione maschile, che blocca i processi di consapevolezza dell’identità sessuata dei ministri.

Infine, Noceti propone uno “sciopero delle donne”: renderebbe visibile  “la nostra ovvia presenza attraverso una sistematica assenza”:  per una settimana non offrire nessuna ministerialità attiva. Con la parola d’ordine entitlement (darsi “titolo”, riconoscimento; più appropriata che non empowerment,)  la teologa  ribadisce le esortazioni espresse da Militello: riconoscerci il potere di agire!

Il pubblico- come si è detto- risponde con un notevole coinvolgimento. Tra gli interventi vorrei riportarne alcuni. Uno sottolinea l’importanza di certe formule linguistiche: il fatto che il relatore abbia usato l’espressione “sororità” insieme a fratellanza, viene commentato con soddisfazione. Un altro dice: l’ordinazione delle donne è una tappa necessaria per l’uguaglianza di genere nella chiesa. Altro intervento: occorrerebbe una ammissione di colpa, da parte della Chiesa; con questo gesto profondamente trasformativo si aprirebbe un percorso di riconsiderazione, dolorosa ma liberante insieme, del proprio passato.

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