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DDL N°2092 di F.Tortora

Fausto Tortora
(Cdb San Paolo – Roma)

L’agenda di questi grigi giorni di novembre ci propone almeno quattro temi su cui val la pena riflettere: le elezioni per il presidente degli Stati Uniti d’America e i conseguenti scenari internazionali determinati dal loro esito, gli atti e le parole del vescovo di Roma fra viaggio in una delle capitali della “riforma” protestante e discorso ai movimenti di lotta, e poi il post-terremoto che, nel cuore d’Italia, tormenta genti e paesi dalla storia illustre e poi, ancora, una piccola ma tipica storia italiana che riguarda sì poche persone che si raggruppano dietro una sigla: ddl n°2092, che ha condotto alcuni di noi, della cdb di san Paolo, a ragionare sulla effettività dei diritti civili di quel nucleo di invisibili che sono i figli degli immigrati, residenti dalla nascita in Italia. Naturalmente, a contorno di tutto questo, il cicaleccio che fa da sfondo alla consultazione per il referendum sulle modifiche alla seconda parte della Costituzione.

Mi sembra giusto, in questa sede, ribaltare la gerarchia delle notizie. E cominciare proprio dal raccontare la vicenda “minore”: quella di ragazzi e ragazze, spesso con un tasso di melanina superiore alla media (come ironicamente ricordava una di loro) nati o giunti piccolissimi nel nostro ospitale Paese, che sono privati della cittadinanza e quindi sottoposti a limitazioni dei loro diritti, primo fra tutti quello di voto. Da mesi e mesi quel disegno di legge numero 2092 giace bloccato al Senato della Repubblica Italiana perché la Commissione competente non dà il suo parere favorevole e quindi il via libera per la messa all’odg dell’Aula. E basterebbe assai poco, visto che la Camera dei Deputati ha già dato la sua approvazione. Così un provvedimento che non ha costi, che non viola alcun vincolo europeo, né alcun “patto di stabilità”, rimane sul binario morto dell’indifferenza ad alimentare paure, pregiudizi e luoghi comuni. Mentre a pezzi della “meglio gioventù” vengono negati diritto d’espatrio, accesso ai concorsi pubblici, diritti politici, uguaglianza sostanziale.

Per sentirci solidali e condividere una storia “incarnata” abbiamo deciso, come comunità cristiana, di appoggiare questa sacrosanta battaglia per il diritto di cittadinanza e ci siamo fatti parte attiva nell’inviare alla Presidenza del Senato cartoline, stampate per l’occasione, che sollecitano l’approvazione delle legge. Sarebbe bello che anche altre comunità cristiane, e non, affiancassero questa iniziativa fino a sommergere di cartoline l’ufficio postale di Palazzo Madama. Cartoline che su un lato riportano singole storie di vita (e di vessazioni) di questi ragazzi che sono i compagni di scuola dei nostri figli e dei nostri nipoti, che parlano la nostra lingua e i nostri dialetti.

Altri commentatori di questo “primo piano” si misureranno con gli scenari di politica internazionale e di politica italiana indotti dagli avvenimenti citati all’inizio di queste righe, o con le conseguenze ecumeniche dell’incontro del vescovo di Roma con la vescova di Lund e con le emozioni forti suscitate, sempre da Francesco, nel corso del terzo incontro coi movimenti popolari il 5 novembre scorso. Apprezzo anch’io il passaggio da una pastorale (e da una politica) verso i poveri ad una più ambiziosa (ed efficace) spinta al protagonismo dei poveri e degli esclusi.

Ma non dimentichiamo che il futuro si nutre anche dei piccoli passi verso coloro che non hanno voce e volto: le storie che abbiamo raccolto, durante l’Eucarestia, leggendo l’orgogliosa rivendicazione di Paolo negli atti degli apostoli, “Civis romanus sum”, costituiscono un impegno e una speranza per dare sostanza ai nostri propositi di condivisione.

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