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Oltre il referendum di M.Vigli

Marcello Vigli
(Cdb San Paolo – Roma)

Chiamati a confermare o respingere la legge di modifica della Costituzione, proposta dal governo Renzi, i cittadini italiani l’hanno bocciata salvando l’assetto democratico della Repubblica.

Restano le conseguenze della radicalizzazione del dibattito sul testo sottoposto a referendum favorita dall’impostazione impressa da Matteo Renzi a partire dall’ingiustificato allungamento del tempo ad esso riservato e dall’interventismo del governo, fortemente impegnato a sostenerlo; ne è derivato che il già difficile confronto fra favorevoli e contrari ha prodotto fratture che nell’immediato rischiano di restare insanabili.

E’ il prezzo pagato per la vittoria sulla manovra che avrebbe stravolto le istituzioni repubblicane. Avrebbe rotto definitivamente l’equilibrio fra Parlamento e Governo, già compromesso negli ultimi anni dall’uso spregiudicato della decretazione d’urgenza, resa superflua proprio dalla legittimazione del sistematico prevalere dell’esecutivo sul legislativo realizzata nel nuovo testo.

Per di più, l’interventismo dello stesso Renzi, nella sua veste di Presidente del Consiglio, ha seriamente compromesso la dignità delle Istituzioni: non è, infatti, nelle sue competenze, in presenza di questioni sottoposte a referendum istituzionale, spendersi a favore di una delle due soluzioni. Lui è stato, invece, costantemente presente nei telegiornali della Rai e in molte rubriche anche di altre emittenti, nell’affannosa ricerca di argomenti per coinvolgere gli indecisi e sedurre gli indifferenti, magari offrendo esenzioni fiscali e distribuendo mance a pensionati e impiegati.

Contro di lui si è, invece, verificata una inattesa mobilitazione della società civile. In tutta Italia sono nati Comitati per la difesa della Costituzione, più o meno collegati con il Comitato nazionale, che hanno promosso dibattiti, divulgato documenti, diffuso volantini favorendo il formarsi di una pubblica opinione informata e consapevole.

Anche partiti e movimenti hanno fatto la loro parte, ma la mobilitazione spontanea e indipendente assume un particolare valore perché testimonia una vitalità democratica che non si era manifestata negli ultimi anni. Se la si collega con l’ampia e, anch’essa inattesa partecipazione di cittadini al referendum, consente di contestare la tesi che vuole la società italiana ormai indisponibile all’impegno politico. In verità non sono mancate negli ultimi anni altre manifestazioni di tale vitalità in difesa di interessi particolari o su temi specifici, ma questa partecipazione referendaria è espressione di ben chiare scelte politiche.

Forse proprio dalla sua esplosione possiamo trarre motivi di speranza che sia possibile superare la fase che stiamo vivendo, resa drammatica dalle dimissioni del governo, dagli interrogativi sulla durata della legislatura, dalla necessità di definire la legge elettorale, aggravate dal permanere della crisi economica e dalle tensioni interne alle forze politiche.

Emblematica, in questa prospettiva, è la proposta di Stefano Rodotà di continuare a contare sul protagonismo dei cittadini, che hanno dimostrato di voler esercitare le loro prerogative in proprio, impegnandoli a coinvolgersi nella partecipazione all’iniziativa della Cgil che ha promosso tre referendum, tra cui quello contro l’abolizione dell’articolo 18.

Sta anche circolando la proposta di promuovere un’intesa, un raccordo, un coordinamento dei Comitati per il No, a partire dal livello locale, per non disperdere il potenziale di iniziativa politica emerso per vincere la sfida referendaria sulla Costituzione.

Ugualmente finalizzato a non dissipare l’altra significativa testimonianza di impegno civico affidata alle urne referendarie dall’alta percentuale di votanti, è l’appello, lanciato da più parti, a: ricucire la divisione che si è determinata nel Paese tra chi ha sostenuto il sì e chi ha sostenuto il no.

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