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Giuseppe Barbaglio a 10 anni dalla scomparsa

Antonio Guagliumi
(CdB San Paolo – Roma)

Il 28 marzo di quest’anno si compiono 10 anni da quando Giuseppe Barbaglio ci ha lasciati. In verità tutti quelli che hanno letto i suoi libri e hanno avuto la fortuna di ascoltarlo in convegni o incontri o ancor meglio presso le rispettive comunità o gruppi biblici sanno bene che egli è sempre presente tra noi. E non è questa una formula retorica o consolatoria.

Quante volte infatti il suo fondamentale “Gesù ebreo di Galilea” o i suoi studi sull’apostolo Paolo vengono citati durante le nostre eucarestie o ricerche bibliche quando abbiamo dubbi sui passi difficili delle scritture?

A lui peraltro siamo debitori non solo e non tanto per il fatto che ci aiuta con i suoi commenti, quanto perché ci ha messo a disposizione un metodo di ricerca, l’esegesi storico-critica, che lui stesso ha proficuamente utilizzato per dare concretezza e attendibilità ai suoi studi e che resta per tutti un prezioso strumento di lavoro. Dalla settimanale presenza al gruppo biblico della Comunità di S. Paolo, per esempio, nasce il suo “Viaggio dentro la Bibbia” (CNT editore), una sorta di manuale di istruzioni per l’uso delle scritture ebraiche e cristiane, viatico necessario per chi senza particolari studi precedenti si avvicina quelle antiche testimonianze.

Ma parlando in generale, il testo che più lo ha fatto conoscere ad un largo pubblico è il già citato studio su Gesù, pubblicato in due edizioni ed in un numero di copie inusuale per un serio libro di ricerca scientifica sul Nazareno. Questo testo ha avuto la ventura di venire alla luce parallelamente alla traduzione italiana dei primi volumi dell’opera “Un ebreo marginale – ripensare il Gesù storico” di J. P. Meier, (Queriniana, 2001 e sgg.) che è condotto anch’esso secondo i rigorosi criteri dell’indagine storico-critica e arriva quasi sempre alle stessi conclusioni di Barbaglio. Dalla loro lettura emerge un quadro dei detti e dei fatti di Gesù liberato dalle aggiunte conseguenti alle elaborazioni teologiche o apologetiche della prime comunità post-post-pasquali.

Intendiamoci: non è detto che tutto ciò che non risale, con più o meno probabilità, a Gesù sia per ciò stesso materiale deteriore e da trascurare. Anche ciò che ha elaborato la comunità può essere valido, basta valutarlo caso per caso e con la consapevolezza di questa sua origine.

Facciamo un esempio. Grazie ai libri di Barbaglio e del Meier (e di altri) sappiamo ora che i cosiddetti “vangeli dell’infanzia” di Matteo e Luca non sono storici, nel senso che non narrano fatti realmente accaduti così come vengono presentati. In essi si possono tuttavia trovare racconti che amplificano e interpretano, ma non alterano l’insegnamento di Gesù, e altri che invece non hanno nulla a che vedere col suo messaggio.

Nel primo caso rientra la narrazione di Gesù che nasce povero, viene adorato dai pastori, è ricercato da Erode che lo vuole uccidere perché potrebbe mettere in discussione il suo potere. Ciò è conforme al suo “farsi povero”, al suo insegnamento sui poveri, destinatari privilegiati del Regno che viene, nonché alla sua persecuzione e morte.

All’opposto, la narrazione della sua nascita miracolosa da una vergine non ha nessun aggancio con ciò che lui ha detto o fatto in vita e, come direbbe un tradizionalista, con la “storia della salvezza”. Essa è frutto di una comunità che sta riflettendo teologicamente sulla divinità di Gesù. Sappiamo però quale enfatizzazione ha avuto in seguito questo aspetto della verginità, divenendo un bene in sé a scapito di una corretta visone del sesso e spingendo verso forme di culto mariano francamente paganeggianti.

Sarebbe troppo lungo parlare della ricchezza di informazioni e interpretazioni che si trovano nei vari libri di Giuseppe su Paolo di Tarso (per es. la traduzione e il commento delle sue lettere (Borla); il volume “Gesù di Nazaret e Paolo di Tarso (2006); “Il pensiero dell’apostolo Paolo” (2004) entrambi delle Dehoniane). Da quest’ultimo ritengo utile segnalare, per le discussioni che spesso ci impegnano, il capitolo XV: “Il vangelo della morte liberante e oblativa di Cristo” per una parola motivata e risolutiva sul problema della pretesa morte “sacrificale” di Gesù.

E’ anche da ricordare, in conclusione, che il metodo di indagine di cui si sono avvalsi sia Barbaglio che Meier, l’esegesi storico-critica, è da tempo oggetto di critiche anche severe da parte di studiosi e rappresentanti dell’Istituzione (tra i quali lo stesso papa Ratzinger nel suo “Gesù di Nazaret”). Tali critiche sono state motivatamente respinte dallo stesso Barbaglio nell’appendice alla seconda edizione del suo “Gesù, Ebreo di Galilea”.

Si tratta, dice Barbaglio, di un equivoco nato probabilmente dal timore che queste ricerche sul Gesù storico mettano in discussione la sua divinità e vari istituti e dogmi che su questa divinità sono stati costruiti. Si tratta invece di due àmbiti diversi di indagine che devono restare distinti: la ricerca storica su Gesù non presume di fare teologia e non si interessa di storia della Chiesa. Vuole solo depurare ciò che con maggiore o minore probabilità può farsi risalire al Nazareno da ciò che la Chiesa post-pasquale ha detto di lui.

Una cosa è la fede di Gesù e un’altra la fede in Gesù. Il “sottile ponticello che unisce le due sponde” come dice Giuseppe può essere superato da chi si sente cristiano o non essere superato da chi è ebreo, agnostico o ateo. La vicenda del Gesù storico resta in entrambi i casi la stessa, anzi è una più solida base per ogni riflessione e ogni scelta.

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