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La storia dimenticata dei preti operai di B.Manni

Beppe Manni
Comunità di base del Villaggio Artigiano (Modena)

I preti operai iniziarono la loro attività in Francia durante la Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza italiana nacque solo alla fine degli anni ’60 e assunse caratteri particolari: era terminato il Concilio Vaticano II e l’Italia era attraversata dai fermenti del ’68.

Trecento preti negli anni ’70, scelsero un lavoro manuale: per lo più entrarono in fabbrica come operai. Erano spinti dal desiderio di conversione individuale per aderire al Vangelo e al messaggio del Concilio che parlava di una Chiesa povera e per i poveri. Decidersi per il lavoro manuale, per un prete, significò una scelta radicale legata alle parole di Gesù con un chiaro riferimento alle comunità cristiane delle origini (Gesù aveva lavorato, così gli apostoli e Paolo).

Il prete di fronte alla modernità e alla laicizzazione della società si sente profondamente in crisi. Vuole cambiare la sua figura di sacerdote costruita da 13 anni di seminario: l’uomo del sacro, dalle parole magiche che danno benedizioni, che trasformano il pane e il vino, che perdonano i peccati, non solo predica la povertà, ma fa un gesto rivoluzionario altamente simbolico ed evangelico. È una sorta di ‘incarnazione’: l’uomo che si era fatto Dio ridiventa uomo tra la sua gente, lui figlio di operai e contadini. Scende dal piedistallo e condivide la sorte di ogni uomo non con una professione prestigiosa, ma si sporca le mani consacrate, che vengono ‘riconsacrate’ al contatto del lavoro ‘manuale’. Si libera dalla dipendenza dello stipendio della curia, dell’insegnamento di religione, della ‘congrua’ e delle offerte sacramentali.

Scopre un nuovo modo di essere cristiano e prete. Con una spiritualità non devozionale, alienante e consolatoria, ma radicata nella quotidianità tra la gente. Non dice la messa in fabbrica ma la sera e la domenica, incontra gruppi e celebra l’eucarestia.

Il lavoro in fabbrica diventa progressivamente anche scelta della classe operaia, per condividere le condizioni di vita dei lavoratori e immergersi in un mondo tradizionalmente ormai lontano dalla Chiesa. Voleva anche dire partecipare alle lotte sindacali, sociali e politiche che stavano investendo la società.

Questa laicizzazione del prete significò non solo avere una professione autonoma ma uscire dal tempio, abitare in un appartamento in affitto, smettere la talare o il clergyman, avere amici laici e per molti di loro scegliere di formarsi una famiglia.

I preti in fabbrica dunque non andavano a ‘fare missione’ per convertire (come lo facevano prêtres- ouvriers in Francia) ma per convertirsi e ritrovare una radice e un identità nuova e più autentica.

Erano consapevoli che l’estraneità della classe operaia dalla Chiesa prima e dal Vangelo poi, era l’ultimo scisma voluto dalla Chiesa che in ondate successive aveva allontanato consistenti fette di cristiani dalla pratica religiosa: alla fine del ’700 gli illuministi intellettuali che cominciavano a ragionare di scienza e libera ricerca; agli inizi del ’900 i braccianti socialisti; nel ’68 i giovani della contestazione e le donne del femminismo; e poi chi usava il contraccettivo, chi divorziava e chi abortiva. E le unioni civili, i gay.

Ultima fetta che se ne andrà saranno i giovani, silenziosamente – dopo la “chiesa dell’obbligo” come diceva un ragazzo – che dopo la cresima, non si fanno più vedere in parrocchia. Ma la ferita più profonda era stata quella inferta dopo la guerra. Già l’adesione al fascismo di gran parte della gerarchia aveva scandalizzato gran numero di credenti; ma nel 1949 Pio XII scomunicò i comunisti perché ‘marxisti e atei’, in verità perché lottavano contro il padronato alleato con la Chiesa e la Democrazia Cristiana, per ottenere i loro diritti in fabbrica e in campagna: martello e falce. Il prete in fabbrica segna un’aperta contestazione della classe di appartenenza: il clero italiano alleato con la borghesia, protetto e foraggiato dal concordato fascista del 1929.

A Modena i preti operai furono circa trenta. Ma non solo preti, ci furono anche molti studenti di teologia, suore e anche laici che fecero la scelta di entrare in fabbrica e di mantenersi non con i soldi della curia o della congregazione ma del proprio lavoro manuale.

L’ONARMO (Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale degli Operai) con i suoi cappellani di fabbrica garantiva una presenza pastorale nelle principali fabbriche modenesi, con una lodevole assistenza alle famiglie dei lavoratori. I due fondatori furono Don Savino e don Galasso. In quei tempi si sosteneva che il prete non doveva andare in fabbrica con la talare e il ‘permesso’ del padrone, ma vestire la tuta e diventare operaio tra gli operai.

Alcuni dei preti operai di Modena furono Vesce, Manni, Ferrari, Govoni, Pezzuoli, Soliani, Botti, Cavagna, Capponi, Bernabei, Turcato. Vittorio fa i turni di notte come fuochista; Angelo fa il contadino; Sandro lavora in una carrozzeria; Giuseppe fa il tornitore; Paolo il ceramista; Giorgio il camionista ecc. Non rinunciano ad essere cristiani e preti. Chi aveva ruoli pastorali in parrocchia dovette diminuire i suoi impegni pastorali e liturgici: la messa quotidiana e il numero eccessivo di liturgie domenicali e feriali come le benedizioni alle case.

Non c’era più tempo per organizzare squadre sportive e campeggi. I “laici”, i cristiani non preti, erano responsabilizzati e attivati. Madri di famiglia curarono il catechismo in casa per gruppi di bambini, altri curavano l’accoglienza, il doposcuola, l’amministrazione finanziaria, ecc.

Mentre in altre diocesi i preti operai incontrarono difficoltà o furono osteggiati. Il vescovo mons. Amici di Modena appoggiò questa modalità di presenza cristiana e i preti operai parteciparono alla vita della diocesi con documenti e interventi pubblici, nella fortunata stagione di dialogo e di rinnovamento postconciliare dei primi anni settanta. Intervennero in pubbliche assemblee Balducci, Franzoni, La Valle.

A Modena non ci fu un movimento particolare di preti operai, ma fu una delle tante espressioni di un particolare momento storico. In molte parrocchie ci furono cambiamenti e innovazioni; c’erano venti Comunità di Base: la più importante fu quella legata alla Parrocchia del Villaggio Artigiano. Si realizzarono nuovi tipi di comunità anche laiche come le “Comuni”, dove ragazzi e ragazze o famiglie, vivevano insieme condividendo il lavoro manuale, lo stipendio e l’accoglienza.

Una ventina di preti e laici e laiche andarono a prestare la loro opera in Brasile attraverso una convenzione con il vescovo di Goiania, prevista dal Concilio. Erano anni di ricerca e sperimentazione che coinvolsero la società e la Chiesa. Ma in modo diversificato a seconda delle diverse diocesi: accolte da vescovi illuminati o contrastate da vescovi impauriti da queste rivoluzionarie innovazioni.

La denuncia dell’alleanza Chiesa-Democrazia Cristianapadronato, il dibattito sulla libertà del voto a sinistra, sul Concordato, sulla legge del divorzio e dell’aborto, segnarono la fine del dialogo. Le spinte innovative si spensero nel nuovo contesto di riflusso sociale e religioso specialmente sotto il papato di Wojtyla.

Molti sono stati i convegni nazionali dei preti operai: uno dei più importanti fu tenuto a Serramazzoni di Modena nel gennaio del 1975. L’esperienza dei Preti Operai si affievolì negli anni Novanta, anche perché progressivamente il ruolo della classe operaia diventò meno rilevante.

Negli anni che seguirono altre furono le testimonianze altrettanto importanti di preti e laici uomini e donne che inventarono nuove forme di incarnazione tra gli emarginati e di vicinanza ai poveri. Non solo come assistenza ma con un impegno sociale e politico sul territorio e nella società (tra i tossicodipendenti, nel carcere, tra gli immigrati, per i giovani in difficoltà…).

A Modena e in altre diocesi negli anni del dopoguerra fino agli anni novanta va ricordato un altro fenomeno originale. Parroci prevalentemente di montagna, non solo fondarono scuole professionali, ma anche piccoli laboratori o cooperative agricole per creare posti di lavoro e arginare il fenomeno di esodo giovanile verso le fabbriche della pianura.

Molte comunità e parrocchie soffrono oggi della mancanza di un pastore e si cercano soluzioni e risposte (preti polacchi o africani) di difficile applicazione come suggerisce la lettera pastorale del Vescovo di Modena sulla parrocchia. Il prete operaio non fu solo un frutto di ‘ingenui visionari’ ma una scelta profetica e radicale che poteva tracciare una strada per un nuovo modo di essere presbitero oggi in un momento di crisi delle vocazioni: i giovani non se la sentono più di fare i preti nel modo tradizionale.

Il nuovo presbitero non sarà più “un prete-operaio ma un operaio-prete”: un cristiano cioè, uomo o donna sposato o celibe, lavoratore. Con una sua professione, una sua famiglia una sua casa, desacralizzato e inserito in un mondo laico, allontanato dal messaggio evangelico compromesso proprio dal comportamento della chiesa, di tanti preti e cristiani.

Il nuovo pastore imparerà in questo modo un nuovo linguaggio rinunciando alle terminologie antiche e teologiche incapaci di essere comprese dall’uomo moderno. Purtroppo oggi sembra che per certi preti il cammino sia opposto: impaurito dalla modernità, in un mondo oramai secolarizzato non pare dotato di strumenti per la comprensione della società attuale. Spesso ritorna a chiudersi metaforicamente nella veste talare e nella canonica, nel culto della liturgia e lontano dalla gente.

È un clero dotto e laureato in teologie e sociologie varie, ma astratto dal mondo attuale. (Dei preti operai italiani parla anche il libro di Giuseppina Vitali L’anima in fabbrica, storia, percorsi e riflessioni dei preti operai emiliani e lombardi (1950- 1980), edizioni Studium, con l’introduzione di Marta Margotti dell’Università degli Studi di Torino dove viene raccontata l’esperienza dei preti operai italiani e modenesi).

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