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Quando si parla di Chiesa di M.Vigli

Marcello Vigli

Per le canonizzazioni, talune contestate e per il Sinodo dei giovani, per la prosecuzione delle accuse al papa di Viganò, condivise in ambienti conservatori, e per le destituzioni di autorevoli ecclesiastici negli Stati Uniti, l’interesse per gli affari interni alla Chiesa cattolica è aumentato anche nella pubblica opinione. Si è recentemente aggiunta per gli addetti ai lavori, ma non solo, la pubblicazione e la divulgazione del Dossier statistico sulla Chiesa cattolica, curato dall’Agenzia vaticana Fides.

Divulga dati interessanti per una valutazione dello stato di salute di questa Chiesa funestata al vertice da gravi conflitti e in crisi di vocazioni, ma vitale alla base per l’aumentato impegno dei laici. Sacerdoti, suore e frati sono in calo ovunque nel mondo. Oggi i preti sono 415mila, i consacrati poco più di 52mila e le suore si attestano sulle 659mila unità, ma la decrescita, figlia del fenomeno acclarato della mancanza di vocazioni, è un trend che si nota per il quarto anno consecutivo. Sono dati inquietanti, soprattutto se si tiene conto che l’età di frati e preti è piuttosto alta e che ben diversa è la distribuzione geografica di tale declino: il numero totale dei sacerdoti nel mondo è diminuito rispetto all’anno precedente di 687 unità, ma non in modo omogeneo: in Europa vi sono 2.583 preti in meno, mentre in Africa sono aumentati di 1.181  e in Asia di 1.304. In aumento sono, invece, i missionari laici (354mila con aumento di circa 3.000 unità) e i catechisti (3 milioni) che in molte diocesi del mondo suppliscono alla cronica carenza di consacrati.

In questo contesto si va sviluppando fra grandi difficoltà, l’eccezionale evento costituito dal processo avviato con l’accordo fra il governo cinese e la Santa Sede sulla nomina dei vescovi pur se, come è noto, non è condiviso da una parte dei vescovi e dei cattolici cinesi, e non solo. Non minori sono, infatti, le difficoltà nell’integrazione fra la chiesa patriottica, fin qui riconosciuta dal governo, e la chiesa, fin qui clandestina, dei cattolici fedeli a Roma. Certo la presenza di due vescovi cinesi al Sinodo dei giovani costituisce una svolta radicale, ma non è certo che si configuri come una reale e definitiva affermazione del ritorno della Chiesa cinese nell’obbedienza romana.

Restano aperti il ridimensionamento della chiesa irlandese e la crisi della gerarchia cilena.

E’ questa la Chiesa che Bergoglio si trova a governare a garantirne l’unità intorno a Roma, magari riconoscendo la “santità” di tre dei suoi recenti predecessori. Tre papi santi in pochi anni non si erano mai visti, per di più così diversi fra loro.

Non è dietrologico ipotizzare un disegno!

Se, infatti, sulla santità di Giovanni XXIII c’era ampio consenso, su quella del suo successore e su Paolo VI si erano formati schieramenti opposti, portatori di veti reciproci superati con la scelta di canonizzarli entrambi, pur se in tempi diversi, suscitando, ovviamente, diverse reazioni fra i fedeli attenti a che le dinamiche ecclesiastiche non si trasformino in compromessi clericali, specie trattandosi di distribuire patenti di santità. D’altro canto, se non è facile riconoscere la santità di un comune mortale, ben più difficile valutare e proclamare quella di un papa. Più difficile distinguere nel suo agire quello che attiene alla sua persona e quello da attribuire alla sua responsabilità di capo insindacabile della Chiesa.

Se si perde di vista la necessità che l’Istituzione segua le sue logiche la fede nella Chiesa è priva di reale convincimento e si rinnega che essa sia Santa, oltre che cattolica e apostolica. La Chiesa è, infatti, la Comunità dei credenti, l’istituzione è lo strumento necessario per la sua visibilità. I suoi funzionari, ad ogni livello, hanno, perciò, solo il compito di garantirne la continuità e la diffusione. Difficile è, però, la necessaria integrazione fra le due realtà: l’una costituita da oltre un miliardo di fedeli distribuiti nei cinque continenti con caratteristiche e storie fra loro diverse, l’altra facilmente soggetta alla tentazione di considerarsi autoreferenziale e fine a se stessa.

In verità, nessuna delle chiese/comunità locali può pretendere di essere la Chiesa e nessuna autorità, locale o centrale, può dimenticare di esistere a servizio di quelle. Accade, invece, che l’interazione fra le due realtà si è sviluppata nel tempo, e ancor oggi si sviluppa, non senza eventi che rendono conflittuali talune delle tensioni fisiologiche che inevitabilmente, per la quantità e la qualità dei soggetti in campo, accompagnano il divenire di una realtà così complessa.

Così ad esempio ben diversi fra loro sono la provocatoria accusa di monsignor Viganò a papa Francesco e le critiche di Noi siamo Chiesa alla sua scelta di aggiungere il suo predecessore Polo VI alla schiera dei santi in paradiso. La prima è espressione di un conflitto di potere per opporsi all’impegno di papa Bergoglio volto a scardinare il sistema di camarille costituitosi all’interno della gerarchia vaticana. L’altra nasce dal dissenso nei confronti della decisione dello stesso Paolo VI di non conformarsi in materia di celibato alle conclusioni della Commissione da lui stesso nominata, quasi che non si trattasse di una questione opinabile.

Nell’un caso e nell’altro, però, si pretende, seppur con intenti diversi e fatta salva la buona fede, di attribuire a gerarchi e a fedeli un ruolo di giudici in aperto contrasto con il secondo comandamento che impone l’obbligo di amare il prossimo “a prescindere”.

Questo amore può esercitarsi anche con la correzione: “fraterna” non “autoritaria”.

Forse è giunta l’ora di assumere la definizione della Chiesa come Popolo di Dio come definitiva sconfessione della definizione di “società” perfetta per sostituirla  con quella di Comunità in cammino nella storia. 

Roma, 27 ottobre 2018

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