Home Comunità Cristiane di Base La croce: un’eredità da accettare di M.Vigli

La croce: un’eredità da accettare di M.Vigli

Marcello Vigli

Nel rileggere il testo così stimolante di Leo Piacentini apparso sull’ultimo numero di Viottoli e, opportunamente, rilanciato sul sito Cdbitalia alla vigilia del prossimo Incontro nazionale, mi sono è riproposto l’interrogativo sui motivi che m’inducono a condividerlo pienamente e ad avere qualche perplessità sulle sue conclusioni.

Sulla religione e la sua funzione oggi nelle società “evolute” a mio avviso non si può non convenire con Piacentini. Non altrettanto si può dire della sua funzione nelle società che stanno uscendo dal tribalismo superstizioso e acculturandosi a partire dall’acquisizione di nuove tecniche operative.

Siamo sei miliardi di individui e non possiamo ignorare le profonde differenze che ci dividono perché la stragrande maggioranza di noi non ha maturato le conoscenze e le idee dei “noi” occidentali e degli altri “noi” assimilati che le condividono, che sono oggi sempre più numerosi.

Siamo in tanti, ma diversi nei confronti dei rapporti con Dio.

Pure in passato lo siamo stati, se si eccettuano pochi pensatori, ma sempre convinti di una sua esistenza pur se più meno definita o definibile.

Oggi per molti dio non esiste: sono in gran numero gli atei, gli agnostici, gli indifferenti.

Per di più non si può ignorare che il suo nome è stato “strattonato” a destra e manca nei diversi secoli e nei diversi luoghi, proprio da quelli che dicevano di conoscerlo e di credere in lui, rendendolo inviso a molti e generando confusione, diversità ed anche guerre in suo nome: Dio lo vuole.

Per il dio dei cattolici come non distinguere quello di Francesco e La Pira, da quello di Bonifacio e Pacelli, che pur hanno parlato dello stesso Dio. Eppure il Dio di Gesù il cui messaggio, che si limita al comandamento “amatevi gli uni gli altri”, è giunto fino a noi grazie agli uni e agli altri intimamente integrato con il simbolo della croce.

Tale resta per i molti che continueranno ad aver bisogno di quel simbolo per sentirsi riscattati da un Figlio morto su di essa per soddisfare un Padre molto esigente.

Resta quindi il problema del come realizzare un dialogo collaborativo senza infingimenti e in fraterna comunione all’interno della comunità ecclesiale con chi, pur se ateo, agnostico o indifferente, si considera integrato in essa convinto che non si sentirà più bisogno di quel simbolo quando sarà venuto il “regno” (e) non ci sarà più bisogno di religioni e di chiese, perché l’umanità sarà stata umanizzata e l’obiettivo di costruire la comunità universale sarà stato raggiunto.

Siamo in molti ad esserne convinti.

Roma, 7 settembre 2019

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