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IL NUOVO LIBRO DEL CARDINALE MARTINI

LA DISPERATA INVOCAZIONE DI CHI È CONSAPEVOLE CHE LA CHIESA È L’OSTACOLO PRINCIPALE ALLA FEDE

di Valter Vecellio
da: Notizie Radicali

Il libro si chiama “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, sarà in libreria a partire dal 28 ottobre, lo pubblica Mondadori, è un dialogo tra il cardinale Carlo Maria Martini, ex arcivescovo di Milano, e il gesuita Georg Sporschill. Un “dialogo” che farà discutere per il suo carattere franco, senza reticenze. “Assaggi” di questa franchezza se ne sono avuti settimane fa, con le anticipazioni pubblicate dal “Sole 24 Ore”. Il cardinal Martini affronta temi spinosi e cruciali per la fede e la chiesa; e non mancano le risposte scomode sulle difficoltà che il cattolicesimo vive. Martini da tempo si esprime con la libertà di chi deve rispondere solamente alla propria coscienza; ed ecco affermazioni che sono destinate a fare rumore, anche se, magari, ne giungeranno appena eco attutite, come è costume in Vaticano. “Oggi in Europa la situazione della chiesa esige delle decisioni”, dice Martini. “Vi sono comunità dove non troviamo più giovani. Soprattutto nelle grandi città bambini e ragazzi sono una presenza rara alla messa domenicale…Manca la prossima generazione”.

Ad un certo punto si arriva alla madre di tutte le domande. Sporschill chiede: “Se Gesù venisse adesso, tratterebbe l’attuale Chiesa cattolica come a quel tempo i farisei?”. Lapidario e sferzante, Martini risponde che sì, Gesù “scrollerebbe tutti i responsabili della chiesa”.

Milano, d’accordo, ha una tradizione di diocesi progressista; e valgano le recenti affermazioni del cardinal Tettamanzi sul caso di Eluana Englaro, le sue parole di compassione e di comprensione; ma qui Martini, con sincerità aspra, a volte perfino brutale, affronta e risponde a un quesito centrale: se la chiesa cattolica debba essere in funzione del mondo, o piuttosto il contrario, il mondo sia in funzione della chiesa e delle sue gerarchie. Il cardinal Martini è esplicito: è la chiesa che deve essere al servizio del mondo. Poi, come consapevole che quello è il suo desiderio, ma che la realtà è il suo opposto, sospira: “Mi angustiano le persone che non pensano…vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti”. Perché “solo gli audaci cambiano il mondo”.

E’ un Martini libero, ormai, da ogni condizionamento terreno, che si esprime con l’unica preoccupazione di non tradire sé stessa, e di essere compreso da chi lo ascolta. Sollecitato a dare un giudizio sull’“Humanae Vitae” con cui Paolo VI condannò la contraccezione, dice che “ha contribuito a far sì che molti non prendessero più in seria considerazione la chiesa come interlocutrice o maestra…Molte persone si sono allontanati dalla Chiesa”; e quel che è peggio, la chiesa si è allontanata dalle persone. E ancora: è necessario individuare e percorrere “una via per discutere seriamente di matrimonio, controllo delle nascite, fecondazione artificiale e contraccezione…saper ammettere gli errori e la limitazione delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d’animo e di sicurezza”. La contrapposizione con la chiesa di Benedetto XVI non può essere più netta, decisa. La conferma viene dalla successiva affermazione: “La Chiesa dovrebbe sempre trattare le questioni di sessualità e di famiglia in modo tale che alla responsabilità di chi ama spetti un ruolo portante e decisivo”.

Si arriva a un punto decisivo. Martini ricorda che durante il conclave tra i cardinali si discusse anche del rapporto con la sessualità e la comunione per divorziati e risposati; questioni che il nuovo pontefice avrebbe dovuto affrontare, “cui avrebbe dovuto dare nuove risposte”.

“Nuove risposte”. Dove abbiamo già sentito questo appello, questa esortazione? Ma sì, sono venute da un singolarissimo uomo di chiesa, lontanissimo si direbbe, dal cardinal Martini; un uomo di chiesa certamente di fede, ma anche di fede (e, si dice, non estraneo ad affari che hanno fatto sollevare il sopracciglio a parecchi); e si parla di don Luigi Verzè. Ve lo ricordate il suo libro, scritto con Giorgio Gandola, quattro anni fa? “Pelle per pelle” racconta l’avventura del San Raffaele, questo istituto d’eccellenza unanimemente riconosciuto attraverso le parole del suo protagonista; ma non solo. Ve lo ricordate il capitolo XIV, “Il Patto”? Nel punto 7, a pagina 108, si legge: “Il nuovo papa è universalmente atteso per rivedere coraggiosamente, da padre universale, le decisioni tradizionali sugli argomenti: a) celibato del clero cattolico latino; b) attribuzione di poteri ministeriali a laici ‘probati’, donne comprese; c) sacramenti ai divorziati; d) uso di anticoncezionali; e) procreazione assistita; f) non si può sonnecchiare accontentandosi di divieti contro una scienza biologica che irresistibilmente corre. Il guarire è un sacramento imperativo-cristologico; g) coinvolgimento dei fedeli nelle scelte gerarchiche, episcopato compreso”.

Il libro di don Verzé, non per un caso è stato lasciato passare come nulla fosse, e non che fosse pubblicato da un editore di nicchia, si tratta della Mondadori. E ora scende in campo, quasi con le stesse parole, il cardinale Martini, che lamenta come nella Chiesa regni “troppa calma…Sento la nostalgia di Gesù di lanciare sulla Terra il fuoco ardente dell’entusiasmo”.

E’ una forzatura dire che in buona sostanza Martini fa sua l’esortazione del Vangelo di Matteo: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone…”, la raccomandazione insomma scelta da Oliviero Toscani per commentare quel manifesto radicale che mostra i monaci tibetani in corteo e in preghiera, vestiti povere vesti, e in un sapiente fotomontaggio papa Ratzinger, addobbato come neppure ai tempi di papa Giulio III.

Dove esistono conflitti lo Spirito Santo è all’opera, dice Martini; l’importante è non eludere i problemi, facendo finta che non ci siano. Quei problemi cui Martini non si era sottratto, per esempio in quel lungo e interessante “dialogo” pubblicato qualche anno fa dall’ “Espresso” con il professor Ignazio Marino: due credenti che si confrontavano su temi come l’inizio della vita, la fecondazione eterologa, la ricerca sulle cellule staminali embrionali, le adozioni per i single, l’Hiv e l’Aids e come contrastarli, la fine della vita e l’accanimento terapeutico, la scienza e il suo limite…Le risposte che se ne ricavano dalle parole di Martini sono l’opposto della certezza, piene di dubbi, problematiche; domande che suscitano e provocano altri interrogativi, desiderio di essere compresi e di comprendere. Del resto non è stato Martini, quand’era arcivescovo di Milano a dare vita a quella pratica del “dialogo” e dell’“ascolto” delle “ragioni degli altri”? Dalle tribune di molte diocesi e dal pulpito di alcune basiliche minatesi, ricordate?, venne consentito (e anzi, si sollecitavano) interventi di filosofi dichiaratamente non credenti, ma anche loro con il culto del “dubbio”, personalità credenti in altre religioni, ma aperti al confronto.

Tutto questo ha una qualche attinenza con la riflessione che da tempo attraversa il mondo e la “galassia” radicale? Sarebbe utile, opportuno, “formativo”, accostare questo libro con alcuni recenti testi del fondatore della comunità monastica di Bose Enzo Bianchi (e per citarne uno, il rizzoliano “Ero straniero e mi avete ospitato”); e gli atti di quel convegno sulla religione e la religiosità tenuto questa estate a Bruxelles su impulso e iniziativa dei deputati radicali al Parlamento Europeo. Su questo libro di Martini bisognerà tornarci su; magari – anche – tra qualche giorno in una delle sei commissioni del congresso di Chianciano ormai alle porte, non sarà inutile discuterne.

I clericali, annota il giornalista cattolico Roberto Beretta nel suo bel “Chiesa padrona” (Piemme), “possiedono una memoria da elefante. E infatti, non a caso, i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere”; e ricorda come “l’aureo principio che suonava, nella splendida concisione del latino di Sant’Agostino, ‘in necessariis unitas, in dubiis libertas, in monibus caritas’, è spesso citato, ma poco applicato”. Verissimo. Ed è vero che “di fronte alla vivacità del mondo cattolico nell’epoca fascista e di fronte alla vitalità del dibattito degli anni ’60, l’epoca attuale si presenta come un’’omogeneità che diviene conformismo o assenza…l’uniformità assoluta è una coltre pesante; l’obbedienza cieca pronta e assoluta non è una virtù cristiana; le oceaniche folle plaudenti, ma sostanzialmente silenti, non hanno mai fatto avanzare la storia…la Chiesa pullula di sinodi, giornali, conferenze, consigli pastorali, convegni ma raramente si assiste a un dibattito libero e vero tra credenti”.

Teniamocelo dunque ben stretto, questo libro del cardinal Martini. E scommettiamo che se ne parlerà senza dire nulla, e si farà di tutto per occultare con la coltre pesante dell’uniformità assoluta la parola di questo pastore che parla schiettamente e che non ha niente da perdere? Il cardinal Martini è persona ricca di esperienza umana che si esprime liberamente, ed esercita il ruolo di coscienza critica della gerarchia. Il cardinal Martini e i non molti come lui, oggi, ricordano alle gerarchie che “la Chiesa è divenuta per molti l’ostacolo principale alla fede”. Chi lo disse, sapeva molto bene cosa diceva, perché oggi lui incarna quell’ostacolo: Joseph Ratzinger, quando ancora non era Benedetto XVI.

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