Home Chiese e Religioni Lettura cattolica della Bibbia, lettrici della Bibbia. Alcuni temi cruciali emersi nel Sinodo dei vescovi

Lettura cattolica della Bibbia, lettrici della Bibbia. Alcuni temi cruciali emersi nel Sinodo dei vescovi

di Luigi Sandri
in “dialoghi” n. 204 del dicembre 2008

Il metodo storico-critico; la questione del «lettorato» alle donne; il problema del Sinodo in sé:
questi, tra diversi altri aspetti pur significativi, mi sembrano i nodi principali emersi dai lavori e
dalle conclusioni della XII Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, svoltasi in Vaticano dal 5 al
26 ottobre sul tema «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa».

Il metodo «storico-critico»: sì, ma…

Dopo la Dei verbum, la costituzione dogmatica sulla divina rivelazione che il Concilio Vaticano II
approvò nel 1965, e dopo L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, documento della Pontificia
commissione biblica, del 1993, il metodo storico-critico ha pienissima cittadinanza nella cattolicità.
Perché dunque al Sinodo, insieme a sincere lodi, si sono sentite dai «padri» preoccupate riserve?
Forse perché cresce il timore che, dalla cerchia degli specialisti, e dalle severe aule delle università
teologiche, alcune acquisizioni, o conseguenze, di una lettura storico-critica delle Scritture, ed in
particolare degli Evangeli, arrivino alle orecchie della gente semplice, provocando sconcerto. Ma la
domanda è: bisogna tenere i fedeli al riparo da conoscenze a prima vista conturbanti e però, in
prospettiva, fortificanti la fede, o non è meglio, con la necessaria saggezza, informarli, prima che
non lo scoprano magari… da Internet?
Qualche esempio – riassunto schematicamente – per chiarire la materia del contendere e gli
interrogativi. Secondo molti esegeti:
• il Nuovo Testamento non può fondare una credenza nella verginità fisica della Madonna,
perché Matteo e Luca, con il loro genere letterario, intendono solo affermare che Maria
viveva sempre totalmente protesa ad ascoltare, ed attuare, la Parola del Signore;
l’affermazione evangelica che Gesù aveva «fratelli e sorelle» va dunque presa alla lettera;
• storica è la fede delle discepole e dei discepoli nella risurrezione di Cristo, ma non la
risurrezione in sé, perché questa non è dimostrabile e si basa sulla nuda fede, non certo su
racconti edificanti (o mitici) come la questione della tomba vuota;
• nell’Ultima Cena Gesù non ha istituito il sacramento dell’Ordine, riservando a preti e vescovi
il diritto di celebrare l’Eucaristia, ma ha affidato a tutti i suoi discepoli e discepole il
mandato «Fate questo in memoria di me».
È evidente – gli esempi si potrebbero moltiplicare! – che la coerente attualizzazione del metodo
storico-critico (anche se su singoli punti spesso vi sono opinioni divergenti tra gli esegeti) rischia di
mettere in crisi il mondo simbolico di molti cattolici e, soprattutto, l’impianto istituzionale della
Chiesa cattolica romana, così come ufficialmente inteso, e anche compreso, dalla maggior parte
della gente.
Forse ritenendo i «padri» timidi nel porre in rilievo i limiti del metodo storico-critico, il 14 ottobre
al Sinodo è intervenuto nel dibattito lo stesso Benedetto XVI: «La Dei verbum (n. 12) offre due
indicazioni metodologiche per un adeguato lavoro esegetico. In primo luogo, conferma la necessità
dell’uso del metodo storico-critico… Il fatto storico è una dimensione costitutiva della fede cristiana.
La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi
della seria ricerca storica. Tuttavia, questa storia ha un’altra dimensione, quella dell’azione divina,
quella pneumatologica. Di conseguenza la Dei Verbum parla di un secondo livello metodologico
necessario per un’interpretazione giusta delle parole, che sono nello stesso tempo parole umane e
Parola divina».
Una corretta esegesi, secondo Ratzinger, deve salvaguardare tre elementi: (1) interpretare il testo
tenendo presente l’unità di tutta la Scrittura; (2) tener presente la viva tradizione di tutta la Chiesa;
(3) osservare l’analogia della fede [la coesione delle verità della fede tra loro e nella totalità del progetto
della Rivelazione]. «Solo dove i due livelli metodologici, quello storico-critico e quello
teologico, sono osservati, si può parlare di una esegesi teologica – di una esegesi adeguata a questo
Libro. Mentre circa il primo livello l’attuale esegesi accademica lavora ad un altissimo livello e ci
dona realmente aiuto, la stessa cosa non si può dire circa l’altro livello. Spesso questo secondo
livello, il livello costituito dai tre elementi teologici indicati dalla Dei Verbum, appare quasi assente.
E questo ha conseguenze piuttosto gravi (…) La prima conseguenza dell’assenza di questo secondo
livello metodologico è che la Bibbia diventa un libro solo del passato… C’è anche una seconda
conseguenza ancora più grave: dove scompare l’ermeneutica della fede indicata dalla Dei Verbum,
appare necessariamente un altro tipo di ermeneutica, un’ermeneutica secolarizzata, positivista, la cui
chiave fondamentale è la convinzione che il Divino non appare nella storia umana… Si propongono
interpretazioni che negano la storicità degli elementi divini. Oggi il cosiddetto mainstream [è la
corrente principale, ndA] dell’esegesi in Germania nega, per esempio, che il Signore abbia istituito
la Santa Eucaristia e dice che la salma di Gesù sarebbe rimasta nella tomba. La Resurrezione non
sarebbe un avvenimento storico, ma una visione teologica. Questo avviene perché manca
un’ermeneutica della fede: si afferma allora un’ermeneutica filosofica profana, che nega la possibilità
dell’ingresso e della presenza reale del Divino nella storia».
«Mi sembra auspicabile – ha concluso il Papa – che in una delle proposizioni si parli della necessità
di tener presenti nell’esegesi i due livelli metodologici indicati dalla Dei Verbum n. 12, dove si parla
della necessità di sviluppare una esegesi non solo storica, ma anche teologica». Auspicio che il
Sinodo ha prontamente ripreso alla lettera nelle Propositiones da 26 a 29 1.

Il «lettorato» alle donne

Nelle riflessioni condensate nelle Propositiones il Sinodo ha ignorato – e non è dimenticanza da
poco – il fatto che i libri biblici sono stati infine redatti da uomini, cioè da maschi intrisi di idee
maschiliste e patriarcali tipiche, salvo eccezioni, della loro epoca; e perciò non ha avvertito la
necessità, nell’interpretare le Scritture, di tener conto di questo dato oggettivo. E, ancora
(esplicitamente, almeno) nulla ha detto di aver preso, e compreso, da una lettura femminile e femminista
della Bibbia.
Che in proposito vi sia però stato un qualche disagio, e un qualche pur timido dibattito, lo dimostra
la proposizione 17, intitolata Ministero della Parola e donne: «I padri sinodali riconoscono e
incoraggiano il servizio dei laici nella trasmissione della fede. Le donne, in particolare, hanno su
questo punto un ruolo indispensabile soprattutto nella famiglia e nella catechesi. Infatti, esse sanno
suscitare l’ascolto della Parola, la relazione personale con Dio e comunicare il senso del perdono e
della condivisione evangelica. Si auspica che il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne,
in modo che nella comunità cristiana sia riconosciuto il loro ruolo di annunciatrici della Parola».
Ma cos’è questo lettorato? Dopo il Vaticano II, si è parlato sempre meno dei quattro ordini minori:
accolitato, esorcistato, lettorato (che consiste nel compito di leggere le Scritture nelle assemblee
liturgiche) e ostiariato, mettendo l’accento solo sui tre maggiori: diaconato, presbiterato, episcopato.
Per secoli i primi quattro ordini erano stati praticamente solo simbolici, e ma
i conferiti a sé stanti,
ma come gradini di avvicinamento al sacerdozio. Il Concilio volle invece anche il diaconato
permanente, ma ignorò i vecchi ordini minori; e di questi, tanto sono stati considerati desueti e
vuoti, non dice nemmeno una parola il Catechismo della Chiesa cattolica emanato nel ’92 da
Giovanni Paolo II.
Su questo sfondo, l’idea del «lettorato» è davvero stupefacente, e suscita interrogativi: si vorrà,
promuovendo anche le donne al lettorato, sbarrare per sempre, come sentenziò papa Wojtyla nel
1994, ogni pretesa di donne-prete (mentre intanto gli anglicani discutono sulla donna-vescovo, e
questa già hanno molte Chiese evangeliche)? Oppure si tenta di «clericalizzare» le donne che, da
quarant’anni ormai, in moltissime parrocchie in tutto il mondo, durante la Messa proclamano
all’assemblea le letture bibliche del giorno liturgico, senza attendere l’ordine del lettorato2? E, poi,
che significa annunciatrici: semplici «lettrici» o, come significa la parola neo-testamentaria di
annunciare l’Evangelo, anche «predicatrici»?
Non sappiamo come Papa Ratzinger tradurrà in concreto la Propositio 17. Ma certo sarà difficile
convincere l’opinione pubblica cattolica – e ancor meno le donne esegete e teologhe – che il
lettorato femminile sia una risposta adeguata per esaltare il ruolo della donna nella Chiesa romana.
Forse senza volerlo (o se si pensava che bastasse un contentino alle «pretese» delle donne), il
Sinodo, con la sua proposta, ha avviato un sommovimento che sarà arduo frenare, e che porrà al
supremo magistero ecclesiastico domande non esauribili con la ripetizione di tesi «tradizionali»
biblicamente insostenibili e storicamente datate.
(Del resto, mentre il Sinodo pensava al lettorato, il 15 ottobre un gruppo di donne cattoliche, legate
per la Germania a Wir sind Kirche, e per Olanda, Gran Bretagna e Stati Uniti a movimenti
femministi, ed a cenacoli di donne teologhe, ha fatto una manifestazione a Roma per chiedere
appunto al Sinodo e al Papa l’ammissione delle donne al diaconato, presbiterato ed episcopato).

Tra potenzialità e strettoie

L’Assemblea di ottobre si è chiusa con l’approvazione di 55 Propositiones offerte al Pontefice, che
liberamente e sovranamente le utilizzerà per la sua esortazione apostolica post-sinodale. Questa
prassi sembra a molti ogni giorno di più non convincente, e ben lontana da un’attuazione alta della
collegialità episcopale proposta dal Vaticano II. Il fatto che, dalla sua istituzione (1965), e nelle
ventidue Assemblee fin qui celebrate, il Sinodo dei vescovi sia sempre stato – per volere papale –
consultivo e non deliberativo, ha finito per restringere e soffocare le sue potenzialità. Del resto,
parlando a quattr’occhi qualche «padre» sinodale lo ha ammesso schiettamente: se i vescovi sono
chiamati solamente a consigliare il Papa (questo il principale compito istituzionale dell’organismo),
e non a deliberare con lui, saranno meno impegnati nel loro lavoro, il cui esito è aleatorio e non di
loro responsabilità.
Al Sinodo hanno preso parte 253 «padri», in massima parte eletti dalle varie Conferenze episcopali
– per la Svizzera: mons. Kurt Koch, vescovo di Basilea; e solo essi votavano. Il Papa ha anche
nominato 41 adiutores (esperti/e), tra cui sei donne, e 37 auditores, di cui 19 donne. La presenza
femminile era dunque di 25 persone: numero relativamente alto, rispetto alle precedenti Assemblee;
ma rispetto alla realtà ecclesiale?
Singoli interventi, nel Sinodo, sono stati interessanti; e forse anche gli «interventi liberi» che i
sinodali potevano fare ogni giorno, la sera, per un’ora (ma la stampa ufficialmente nulla poteva
sapere di questi, per cui è impossibile esprimere un giudizio, salvo il rammarico che si continui con
una gestione della riservatezza sempre meno comprensibile).
Anche sotto l’aspetto ecumenico vi sono state delle novità, come la riflessione che un patriarca
ortodosso, Bartolomeo I di Costantinopoli, il 18 ottobre ha tenuto ai sinodali nella Cappella Sistina.
Ma sulle questioni che dividono le Chiese – e ciascuna di esse si appella alla Bibbia per sostenere il
suo punto di vista, in particolare sul chi è? del potere nella Chiesa – il Sinodo non si è addentrato.
Squarci di speranza contiene il «Messaggio al popolo di Dio» che il Sinodo ha inviato a conclusione
dei suoi lavori, anche se rimane molto sulle generali rispetto ai problemi che incombono.
Ombre e luci che rinviano – ci sembra; altri avranno le loro ragioni per pensarla diversamente – al
problema di fondo: l’incertezza teologica dell’Istituzione-Sinodo, così com’è, che ne comprime le
potenzialità e richiede (richiederebbe) il coraggio di una riforma audace per inverare fino in fondo
la Lumen gentium del Vaticano Il e quanto la costituzione conciliare afferma sulla Chiesa come
«popolo di Dio» in cammino nella storia.

Note

1. L’elenco finale delle «Proposizioni» che saranno alla base dell’Esortazione apostolica con cui Benedetto XVI
sintetizzerà autoritativamente le conclusioni del Sinodo, si può leggere su www.vatican.va, al sito della Sala stampa
della Santa Sede, capitolo dedicato al Sinodo dei vescovi, p. 37, 25.10.2008.
2. Il termine ordine qui è usato solo per riferimento all’antica prassi. In tutti i documenti più recenti si parla piuttosto di
«ministeri», o servizi, il termine ordine è riservato al diaconato, presbiterato ed episcopato.

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