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LA SPERANZA SECONDO BENEDETTO XVI

di Elio Rindone

Per superare la crisi della società contemporanea il Papa invita ad abbandonare i principi ispiratori della civiltà moderna che sono in contrasto con la tradizione cristiana e a tornare agli insegnamenti della chiesa romana, i soli capaci di ridare speranza all’umanità. Partendo dall’omelia del 6 gennaio, Elio Rindone dimostra che non sarà certo Benedetto XVI, in questo inizio d’anno, a riscaldare i cuori degli uomini per aprirli alla speranza


Il 2009 si apre nel segno di una crisi di fiducia senza precedenti e quindi particolarmente opportuno sembra l’invito alla speranza rivolto da Benedetto XVI nell’omelia pronunciata nella basilica vaticana in occasione della solennità dell’Epifania. Ma cosa dovrebbe fare la società contemporanea per superare la sua crisi? Abbandonare i principi ispiratori della civiltà moderna che sono in contrasto con la tradizione cristiana e tornare agli insegnamenti della chiesa romana, custode infallibile di valori autentici, e perciò capaci di ridare speranza all’umanità. Nell’omelia del 6 gennaio, infatti, il papa cita la Spe salvi, la sua enciclica del novembre 2007, in cui denuncia senz’appello il fallimento della modernità, prodotto da quei pensatori che col miraggio dei progressi della scienza, della politica e dell’economia hanno creduto di poter instaurare “un «regno di Dio» realizzato senza Dio – un regno quindi dell’uomo solo”(n 23).

Nonostante qualche riconoscimento a tali cattivi maestri – a Marx, per esempio, si attribuisce il merito di aver “descritto la situazione del suo tempo ed illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione”(n 20) – non adeguatamente contrastati dal mondo cristiano, che nell’età moderna “di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza”(n 25), la sua analisi della storia e della cultura europee (solo di queste l’enciclica si occupa), non appare, però, per nulla equilibrata. Infatti, se da una parte non si dice nulla del medioevo – ma davvero tutti i guai cominciano con la modernità, mentre andava tutto bene nell’Europa guidata dai pontefici? – dall’altra non si muove alcuna critica alla chiesa romana, ai cui infallibili insegnamenti dovrebbe appunto tornare l’umanità contemporanea per riscoprire una speranza non illusoria.

Che luci ed ombre siano presenti in ogni istituzione, in ogni corrente di pensiero, in ogni epoca storica è una prospettiva estranea all’enciclica: la tradizione ecclesiastica, che si nutre alle sorgenti della bibbia e della “grande filosofia greca”(n 28), è la sola luce che brilla nelle tenebre e perciò il pensiero moderno, che se ne è allontanato, deve fare autocritica, ed è bene che “nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici”(n 22). Benedetto XVI non è neppure sfiorato dal dubbio che proprio il magistero ecclesiastico dovrebbe verificare la coerenza delle proprie posizioni con le radici evangeliche e fare autocritica per avere spesso contrastato le acquisizioni della modernità.

Le piccole speranze

Il papa distingue anzitutto la vera speranza da ciò che, in modo pur limitato, può migliorare la vita umana: “noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio”(n 31). Accennando a quelle speranze ‘più piccole o più grandi’ che, seppur insufficienti, permettono tuttavia di conquistare una vita più degna, Benedetto XVI però non dice che nel corso dei secoli proprio la chiesa romana non solo non le ha alimentate ma anzi ha contribuito a stroncarle.

Donne ed eretici

Per quanto riguarda la condizione della donna, per esempio, i papi non hanno contrastato ma rafforzato l’antifemminismo del loro tempo. Basti pensare a quanto scriveva nel VI secolo Gregorio Magno: “che cosa si deve intendere per ‘moglie’, se non la voluttà della carne?”(Homiliae in Evangelium, l. II, XXVI, 5), o nel XII Innocenzo III: “È proprio vero ciò che si legge, a causa delle donne molti vanno in perdizione. Infatti ‘vino e donne traviano anche i saggi e sviano persino gli intelligenti’. La donna ‘molti ne ha fatto cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue vittime. La sua casa è la strada per gli inferi, che scende nelle camere della morte’. La donna consuma le forze, ottunde il discernimento, fa sprecare il tempo e dilapidare il patrimonio”(De contemptu mundi, l. II, XXIII).

La paura della donna ha certo contribuito a diffondere la credenza nelle streghe, avallata dall’autorità ecclesiastica che con Innocenzo VIII ha autorizzato due teologi domenicani a “punire, incarcerare e correggere”(Summis desiderantes affectibus, 1484) le persone, soprattutto donne, colpevoli di stregoneria. Approvati dal papa, qualche anno dopo i due inquisitori daranno alle stampe ‘Il martello delle streghe’, un manuale che, divenuto un best seller, sarà usato per oltre due secoli per scatenare una caccia alle streghe che ha provocato inenarrabili sofferenze a un numero difficilmente calcolabile di donne, delle quali tuttavia Giovanni Paolo II non ha ritenuto opportuno fare memoria nei suoi numerosi atti di pentimento.

Ma i roghi non sono riservati solo alle streghe ma anche a coloro che, avendo il vizio di pensare con la propria testa, osano mettere in discussione gli insegnamenti pontifici e che la chiesa romana bolla perciò come eretici. Per individuarli e punirli Gregorio IX, con la bolla Excommunicamus del 1231, aveva istituito i tribunali dell’Inquisizione, che acquisteranno nuovo vigore quando, con la bolla di Paolo III Licet ab initio, del 1542, saranno posti sotto la direzione della Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione.

Certo, l’intolleranza era nel XVI secolo prassi comune a tutte le confessioni cristiane, ma già non mancavano pensatori che la combattevano con validissimi argomenti. L’umanista savoiardo Sébastien Castellion, ad esempio, faceva notare che coloro che definiamo eretici sono in realtà solo persone che hanno idee diverse dalle nostre, che costringere a professare una religione che si reputa falsa significa creare degli ipocriti, che forzare le coscienze con le minacce costituisce il delitto peggiore, che uccidere un uomo non è difendere una dottrina vera ma commettere un omicidio e che la bontà della propria fede non si dimostra bruciando un uomo ma semmai facendosi bruciare per essa. Ma ancora nel ’700, quando il principio di tolleranza è comunemente accettato, nello stato pontificio non viene abolito il tribunale dell’Inquisizione. E neanche nel XX secolo la chiesa rinuncia al controllo delle idee: tale compito continua ad essere svolto dallo stesso organismo, che nel 1908, ad opera di Pio X, subisce i necessari aggiornamenti e viene denominato Sacra Congregazione del Sant’Uffizio. Nel clima del concilio Vaticano II anche quest’etichetta appare però malfamata, sicché Paolo VI nel 1965 ne cambia ancora il nome: Congregazione per la dottrina della fede.

Sotto la guida del card. Ratzinger, essa ha lavorato per oltre un ventennio a pien
o regime, comminando pene severe come il divieto di pubblicazione, la privazione della cattedra o la scomunica, ma ha dovuto rinunciare a metodi che si erano rivelati efficacissimi per secoli.

Tortura e pena di morte

Per accertare la colpevolezza degli eretici, infatti, Innocenzo IV aveva autorizzato, con la bolla Ad extirpanda del 1252, l’uso della tortura. È consolante il fatto che il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, riallacciandosi al Vaticano II (cfr. Gaudium et spes n 27), affermi che la tortura “è contraria al rispetto della persona e della dignità umana”(2297), ma va ricordato che sono passati ben 740 anni dalla bolla di Innocenzo IV, durante i quali la gerarchia ecclesiastica non è stata certo in prima fila nella battaglia per eliminare una pratica tanto disumana!

Infatti nel XVIII secolo la tortura venne abolita prima nella Prussia di Federico II e poi in quasi tutti gli stati d’Europa ma non per merito della gerarchia ecclesiastica ma degli illuministi. Grande influenza, in particolare, ebbe la condanna ben argomentata di Cesare Beccaria, contenuta in uno scritto del 1764, di una pratica allora ancora accettata dalla chiesa romana: “Una crudeltà consacrata dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma il processo, o per costringerlo a confessare un delitto […] o per la scoperta dei complici”(Dei delitti e delle pene, § XVI). Eppure il Catechismo, dopo aver riconosciuto che i tribunali ecclesiastici hanno adottato le prescrizioni del diritto romano sulla tortura, tenta un’improbabile giustificazione, affermando che “la Chiesa ha sempre insegnato il dovere della clemenza e della misericordia; ha vietato al clero di versare il sangue”(2298), dimenticando però di aggiungere che questo compito lo affidava al braccio secolare.

È noto che nella stessa opera Beccaria combatte anche il ricorso alla pena di morte, mostrando che, coll’irrogare tale pena per punire un delitto, lo stato ne commette uno a sua volta: “Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”(§ XXVIII). La pena di morte fu abolita per la prima volta nel Granducato di Toscana da Pietro Leopoldo nel 1786; nello Stato pontificio, invece, essa è stata applicata sino al 1870, e cioè sino a quando i papi hanno avuto il potere di infliggerla; solo dal 1967, per iniziativa di Paolo VI, nella Città del Vaticano essa non è prevista per alcun reato e viene rimossa dalla Legge fondamentale dello stato soltanto nel 2001, ad opera di Giovanni Paolo II.

Anche in questo caso, dunque, la chiesa cattolica ha accumulato un notevole ritardo. Non solo nel 1766 essa ha incluso lo scritto di Beccaria nell’indice dei libri proibiti ma nel Catechismo del 1992 “ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte”(2266). Posto che, se per difendere le vite umane e l’ordine pubblico sono sufficienti i mezzi incruenti, “l’autorità si limiterà a questi mezzi”(2267), solo nel 1995 Giovanni Paolo II preciserà che “Oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”(Evangelium vitae, n 56). Certo neanche con queste parole la pena di morte viene rifiutata per principio, ma … non si può ribaltare in pochi anni una prassi approvata e applicata per secoli!

Schiavitù

Per quanto riguarda la schiavitù, invece, Giovanni Paolo II poteva già rifarsi alla condanna espressa dall’ultimo concilio: “Il commercio di persone umane costituisce un oltraggio alla dignità umana e una grave violazione dei diritti umani fondamentali. Già il Concilio Vaticano II aveva definito vergognose la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili”(Lettera all’arcivescovo Jean-Louis Tauran in occasione della Conferenza internazionale sul tema: “Schiavitù del XXI secolo: la dimensione dei diritti umani nella tratta delle persone”, 15 maggio 2002).

Anche in questo caso, però, se è giusto rallegrarsi per tale condanna, non è possibile dimenticare che nel 1455 il papa Nicolò V, con la bolla Romanus Pontifex, aveva autorizzato i cristiani a ridurre in schiavitù gli abitanti delle terre africane: “abbiamo concesso precedentemente con altre lettere nostre, tra le altre cose, piena e completa facoltà al re Alfonso [di Portogallo] di invadere, ricercare, catturare, conquistare e soggiogare tutti i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo, ovunque essi vivano, insieme ai loro regni, ducati, principati, signorie, possedimenti e qualsiasi bene, mobile ed immobile, che sia di loro proprietà, e di gettarli in schiavitù perpetua e di occupare, appropriarsi e volgere ad uso e profitto proprio e dei loro successori tali regni, ducati, contee, principati, signorie, possedimenti e beni”.

E subito dopo la cosiddetta scoperta dell’America, lo spagnolo Alessandro VI dona nel 1493 alla Spagna interi continenti con i loro abitanti: “in virtù della pienezza del nostro potere apostolico, grazie all’autorità di Dio onnipotente conferitaci in san Pietro e della vicaria di Gesù Cristo che noi deteniamo sulla terra, noi vi facciamo questi doni: se alcuna di queste isole dovesse essere trovata dai vostri inviati e capitani, questo dà, assicura e assegna a voi e ai vostri eredi e successori re di Castiglia e di León, per sempre – insieme con tutti i loro domini, città, campagne, luoghi e villaggi, e tutti i diritti, giurisdizioni e annessi – tutte le isole e i continenti trovati e ancora da trovare, scoperti e ancora da scoprire, verso l’ovest e il sud, tracciando una linea dal polo Artico, cioè dal nord, verso il polo antartico, cioè verso il sud”(Inter caetera).

Solo nel 1537 Paolo III con la bolla Veritas ipsa riconosce che gli indigeni delle Americhe sono non animali particolarmente evoluti ma “veri uomini” che perciò, anche se non cristiani, “possono liberamente e lecitamente servirsi, disporre e godere della loro libertà e del possesso dei loro beni e non debbono essere ridotti in schiavitù”. La tratta dei negri, invece, continuerà ancora per secoli ad opera delle nazioni cristiane.

Scoppiata in Francia la Rivoluzione, nel febbraio del 1794 la Convenzione Nazionale decreta l’abolizione della schiavitù in tutto il territorio della Repubblica, comprese le colonie, e nel 1863, mentre era ancora in corso la guerra di secessione, viene abolita la schiavitù anche negli Stati Uniti. Pio IX, invece, ancora nel 1866 approva una Istruzione del Sant’Uffizio la quale ribadisce che “la schiavitù, di per sé, non ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino [e che]… non ripugna al diritto naturale né al diritto divino che il servo sia venduto, comprato, donato”. Affermazione che dovrebbe porre qualche problema a un magistero che si proclama ancora oggi infallibile custode della legge naturale!

Peccato che, a proposito della schiavitù, Benedetto XVI taccia su tali vicende e si soffermi invece su Giuseppina Bakhita, una ragazza sudanese portata alla fine del XIX secolo come schiava in Italia, dove conosce “un «padrone» totalme
nte diverso […] il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano […]. Ora lei aveva «speranza» – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era «redenta», non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio”(n 3). Anche chi si rallegra della storia a lieto fine della giovane Bakhita, ha l’impressione che al papa sfugga però la differenza tra ‘la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli’ e la speranza che nel mondo sia abolita la schiavitù.

Miseria dei lavoratori

Nel passo della Gaudium et spes (n 27) citato da Giovanni Paolo II e sopra riportato, erano considerate vergognose anche ‘le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno’. Per secoli i lavoratori sono stati sfruttati, eppure coloro che per primi si sono battuti per porre fine a tale sfruttamento non sono stati i papi – che, pur avendo nel medioevo un potere tale da deporre gli imperatori che attentavano alle loro prerogative, sembrano dimentichi degli insegnamenti dei Padri della Chiesa e insensibili al grido degli oppressi che riecheggia nella predicazione di Arnaldo da Brescia o dei Poveri di Lione – ma i pensatori socialisti degli inizi del XIX secolo.

Solo nel 1891 Leone XIII si accorge che “un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile”(Rerum novarum, n 2), ma non riconosce alcun merito ai socialisti, che pure avevano anticipato la sua denuncia, e che invece attacca come uomini turbolenti ed astuti che “si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli”(ivi, n 1), prospettando una società egualitaria che è semplicemente contro natura: “Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile”(ivi, n 14).

Con Leone XIII ha preso l’avvio quell’insieme di interventi magisteriali che va sotto il nome di ‘dottrina sociale della chiesa’. Forse oggi, in epoca di liberismo selvaggio che riduce alla fame miliardi di esseri umani, un’enciclica sulla speranza dovrebbe dare rilievo a questa problematica. La questione sociale, invece, affiora appena quando il papa ricorda “il grande dottore greco della Chiesa, san Massimo il Confessore († 662), il quale dapprima esorta a non anteporre nulla alla conoscenza ed all’amore di Dio, ma poi arriva subito ad applicazioni molto pratiche: «Chi ama Dio non può riservare il denaro per sé. Lo distribuisce in modo ‘divino’ […] nello stesso modo secondo la misura della giustizia»”(n 28).

Nell’enciclica del 2007 non si percepisce il tono appassionato dell’enciclica del 1967, in cui Paolo VI faceva suo il grido dei poveri: “I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza”(Populorum progressio, n 3). E se è a causa dell’egoismo delle nazioni ricche che “sopra interi continenti, innumerevoli sono gli uomini e le donne tormentati dalla fame, innumerevoli i bambini sottonutriti, al punto che molti di loro muoiono in tenera età, che la crescita fisica e lo sviluppo mentale di parecchi altri ne restano compromessi”(ivi, n 45), sugli uomini di stato incombe l’obbligo di mobilitare le loro “comunità ai fini di una solidarietà mondiale più efficace”(ivi, n 84) per “costruire un mondo, in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata; un mondo dove la libertà non sia una parola vana”(ivi, n 47).

La prospettiva di Benedetto XVI è simile, piuttosto, a quella di Benedetto XV, che nella sua prima enciclica del 1914, lungi dall’auspicare un mondo in cui ogni uomo sia affrancato ‘dalle servitù che gli vengono dagli uomini’, è preoccupato per le rivendicazioni dei poveri che, ingannati dai sobillatori, i soliti socialisti, quando “lottano coi facoltosi, quasi che questi si siano impadroniti d’una porzione di beni altrui, non soltanto offendono la giustizia e la carità, ma anche la ragione, specialmente perché anch’essi, se volessero, potrebbero con lo sforzo di onorato lavoro riuscire a migliorare la propria condizione”(Ad beatissimi apostolorum principis). E il motivo per cui “i lavoratori, accesi d’odio e d’invidia”, non si rendono conto di “come, dall’essere gli uomini uguali per natura, non segua che tutti debbano occupare uno stesso grado nel consorzio sociale”, il papa lo individua “nell’esiziale errore” che si è fatto penetrare negli animi, e cioè “che l’uomo non deve sperare in uno stato di felicità eterna; che quaggiù, proprio quaggiù può esser felice col godimento delle ricchezze, degli onori, dei piaceri di questa vita”(ivi). Con la concezione della speranza di Benedetto XVI pare che abbiamo fatto un salto all’indietro di circa un secolo!

Sovranità popolare

Un’altra più o meno piccola ragione di speranza si può considerare anche il passaggio dalle monarchie assolute ai regimi liberaldemocratici, con la trasformazione dei sudditi in cittadini. Ma anche l’idea della sovranità popolare è stata contrastata dal magistero e nel 1791 – è appena scoppiata la rivoluzione francese – Pio VI ribadisce nell’enciclica Quod aliquantum che non è mai lecito ribellarsi ai sovrani, il cui potere viene dall’alto: “questa potestà non deriva tanto dal contratto sociale, quanto da Dio stesso, autore del retto e del giusto. Ciò pure affermò l’Apostolo nella lettera ai Romani, cap. 13: Ogni uomo stia soggetto alle Potestà superiori; imperciocché non v’è Potestà che non provenga da Dio, e quelle Potestà che sono qui in terra sono da Dio ordinate. Perciò chi resiste alla Potestà resiste all’ordine di Dio; e coloro che vi resistono si tirano addosso la dannazione”.

E ancora nel 1885, quando la tesi dell’origine divina del potere appare un relitto del passato, Leone XIII non si stanca di riaffermarla: poiché “l’autorità di chi governa proviene da Dio”, per i cittadini “è giusto e doveroso seguire i dettami dei Principi e tributare loro ossequio e fiducia con quella sorta di devozione che i figli devono ai genitori. […] Spregiare il potere legittimo, in qualsiasi persona esso s’incarni, non è lecito più di quello che sia l’opporsi alla volontà divina: chi si oppone a questa, precipita in volontaria rovina.”(Immortale Dei).

E già qualche anno prima il papa, allarmato per la diffusione dei movimenti socialisti, aveva invitato i sovrani a ridare un ruolo pubblico alla chiesa perché “le ragioni della religione e dell’impero sono così strettamente congiunte che di quanto viene quella a scadere, di altrettanto diminuiscono l’ossequio dei sudditi e la maestà del comando”(Quod apostolici muneris, 1878). L’obbedienza alle leggi, infatti, è favorita “dalla religione, la quale con la sua forza influisce sugli animi, e piega le stesse volontà degli uomini affinché obbediscano ai reggitori non soltanto con l’ossequio, ma altresì con la benevolenza e con la carità”(Diuturnum, 1881).

Anche nel XX secolo i papi, preoccupati per la pur lenta democratizzazione della vita politica, stabiliscono buoni rapporti e stipulano concordati con i regimi dittatoriali di destra. G
ià nella sua prima enciclica del 1922, Pio XI, mettendo in guardia contro le agitazioni sociali e le ribellioni alle legittime autorità, sente il bisogno di sottolineare che esse sono più frequenti nei Paesi in cui è in vigore un regime basato sulla rappresentanza popolare, per il quale il papa non nutre particolare simpatia: “le forme di governo rappresentative, sebbene non condannate dalla dottrina della Chiesa (come non ne è condannata forma alcuna di regime giusto e ragionevole), pure è a tutti noto quanto facilmente siano esposte alla malvagità delle passioni” (Ubi arcano Dei). E quando, dopo la firma dei Patti Lateranensi, le violenze squadristiche si scatenano contro le associazioni dell’Azione cattolica, il papa può a buon diritto accusare Mussolini di scarsa riconoscenza: anzi, vera ingratitudine “rimane quella usata verso la Santa Sede da un partito e da un regime che, a giudizio del mondo intero, trasse dagli amichevoli rapporti con la Santa Sede, in paese e fuori, un aumento di prestigio e di credito che ad alcuni in Italia e all’estero parvero eccessivi, come troppo largo il favore e troppo larga la fiducia da parte Nostra”(Non abbiamo bisogno, 1931).

Nel 1939, le atrocità da anni commesse in Germania dai nazisti non impediscono a Pio XII di comunicare la propria elezione a Hitler come al capo di uno stato con cui si intrattengono ottimi rapporti diplomatici: “Noi stimiamo dovere del nostro ufficio dare notizia a Lei, come Capo dello Stato, dell’avvenuta nostra elezione. Al contempo Noi desideriamo assicurarla, fin dall’inizio del nostro pontificato, che restiamo legati da intima benevolenza al popolo tedesco affidato alle sue cure”. E quando, sempre nel 1939, i legionari di Franco riportano la vittoria, Pio XII non perde tempo per esprimere con un radiomessaggio il suo entusiasmo per il loro successo: “Con immensa gioia ci rivolgiamo a voi, figli dilettissimi della cattolica Spagna, per esprimervi le paterne Nostre felicitazioni per il dono della pace e della vittoria”, e la sua fiducia che il nuovo governo si ispirerà ai principi di giustizia contenuti nel Vangelo: “di questa Nostra ferma speranza sono garanti i nobilissimi sentimenti cristiani di cui hanno dato sicure prove il Capo dello Stato e tanti suoi fedeli collaboratori con la protezione legale accordata ai supremi interessi religiosi e sociali, in conformità agli insegnamenti della Sede Apostolica”.

Bisognerà attendere il Vaticano II per sentire dal magistero una chiara condanna della dittatura: “È in ogni caso inumano che l’autorità politica assuma forme totalitarie, oppure forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali”(Gaudium et spes, n 75). Ma nei confronti delle lotte degli uomini per migliorare le condizioni della vita terrena Benedetto XVI non nutre una grande fiducia. L’enciclica, infatti, ci tiene a sottolineare che “Il cristianesimo non aveva portato un messaggio sociale-rivoluzionario come quello con cui Spartaco, in lotte cruente, aveva fallito”(n 4) ma tace su forme di lotta nonviolente, come quelle di Gandhi o, più di recente, dei monaci birmani, che, vittoriose o sconfitte, costituiscono occasioni di speranza di straordinario valore, in quanto dicono che vale la pena battersi per un ordine più giusto in questo mondo.

La grande speranza

In conclusione, non si può certo affermare che i vertici della chiesa romana abbiano contribuito a promuovere quei miglioramenti della condizione umana che, pur fra terribili tragedie, sono stati una conquista della modernità. Tuttavia ciò non preoccupa eccessivamente Benedetto XVI, perché il suo pessimismo di matrice agostiniana – non a caso Agostino è l’autore più citato nell’enciclica – lo induce a guardare questo mondo segnato dal peccato con occhio disincantato e poco fiducioso. Ma il suo insegnamento è almeno coerente col messaggio evangelico quando afferma che le più o meno piccole speranze non bastano senza la grande speranza, e ‘questa grande speranza può essere solo Dio’?

Per la verità, l’annuncio evangelico è incentrato più che su Dio sull’avvento del suo regno: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”(Marco 1, 15). E il regno atteso pare che si manifesti nel fatto che gli uomini vengono liberati qui e ora dalle loro sofferenze: nella sinagoga di Nazaret, Gesù preso il rotolo del profeta Isaia e “apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi»”(Luca 4, 17-21).

Parimenti ai discepoli di Giovanni che chiedono: “«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me»”(Matteo 11, 3-6).

Tutti i quattro vangeli canonici, poi, riportano l’episodio della cosiddetta moltiplicazione dei pani come segno emblematico dell’inizio dei tempi nuovi: riferendosi ai circa cinquemila uomini, simbolo di un’umanità indigente, che erano rimasti ad ascoltarlo mentre parlava del regno, Gesù “disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste”(Luca 9, 14-17).

Pare che i primi discepoli abbiano inteso in modo realistico l’amore di cui parlava Gesù, mettendo in pratica l’invito alla condivisione dei beni, che consentiva di porre fine alla povertà: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno”(Atti 2, 44-45). L’amore del prossimo di cui parla il vangelo, dunque, non è qualcosa che si rivolge alle anime trascurando i corpi né la vita nuova promessa da Gesù riguarda l’aldilà: ai poveri, a coloro che ora soffrono su questa terra è rivolto il lieto annuncio, e cioè che la loro sofferenza sta per finire.

Se sono infondate la tradizionale identificazione del regno dei cieli con il paradiso e l’interpretazione spiritualistica dell’amore evangelico – come sostengono ormai da decenni gli esegeti cattolici più qualificati, i cui volumi riempiono ormai intere biblioteche – occorre riconoscere che la grande speranza di Benedetto XVI non è quella del vangelo. E forse se la modernità ha cercato di costruire ‘un «regno di Dio» realizzato senza Dio – un regno quindi dell’uomo solo’ ciò è accaduto proprio perchè la gerarchia ecclesiastica ha rinviato all’aldilà la salvezza dell’uomo, condannando quei movimenti che si battevano per una liberazione terrena: di un dio estraneo o addirittura ostile alle sue aspirazioni la società contemporanea non sa che farsene. Non c’è quindi da stupirsi se, nonostante i successi mediatici, la chiesa romana sia sempre meno capace di parlare alle coscienze, tanto che oggi del cattolicesimo si può affermare quanto il papa dice della religione pagana:

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