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Il ritiro della scomunica contro i lefebvriani

La comunione secondo Ratzinger

Ciò che fu iniziato con il Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 è stato portato a compimento. Il 21 gennaio è stata revocata la scomunica contro i vescovi ultra-tradizionalisti ordinati da mons. Marcel Lefebvre il 30 giugno 1988.

Con questo atto, a cui si è giunti grazie al lavoro della Commissione Ecclesia Dei, la Chiesa di Roma ricompone lo scisma con i lefebvriani, rappresentati da mons. Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità Sacerdotale di San Pio X.

C’era da aspettarselo. Il cammino iniziato con il Motu Proprio di Benedetto XVI, che ha consentito la liberalizzazione della messa secondo il rito preconciliare di Pio V, non poteva che portare a questo provvedimento.

Nel decreto di ritiro della scomunica si sottollinea come il papa si è dimostrato «paternamente sensibile al disagio spirituale manifestato dagli interessati … e fiducioso nell’impegno da loro espresso nella citata lettera (inviata da Fellay il 15 dicembre 2008 al card. Dario Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ndr) di non risparmiare alcuno sforzo per approfondire nei necessari colloqui con le autorità della Santa Sede le questioni ancora aperte». Insomma, il papa, in cambio dell’obbedienza, ha concesso il rientro dei vescovi scismatici sulla base di una dichiarazione di intenti in cui si dicono obbedienti all’autorità del papa.

Obbedienti su tutto, tranne sul Concilio Vaticano II. In una lettera indirizzata alla sua comunità, mons. Fellay ribadisce ciò che da sempre si sapeva: «accettiamo e facciamo nostri tutti i concili fino al Concilio Vaticano II, sul quale esprimiamo delle riserve» (in particolare sulla libertà religiosa, la liturgia, i rapporti con i mondo ebraico, ecc) e aggiunge che la Fraternità è «convinta di rimanere fedele alla linea di condotta indicata dal nostro fondatore, mons. Marcel Lefebvre, la cui reputazione speriamo di vedere presto riabilitata».

Al di là delle polemiche di questi giorni sulle posizioni antisemite di uno di questi vescovi rientrati grazie a Ratzinger (Richard Williamson) che lasciano il tempo che trovano – ma che nello stesso tempo dimostrano le idee ultra-tradizionaliste dei lefebvriani, molto vicine all’estrema destra – questo provvedimento dimostra la deriva integralista del pontificato di Ratzinger, evidentissima anche agli occhi dei più moderati.

È un fatto che la «paterna sensibilità» del romano pontefice si dimostri, ormai, soltanto nei confronti di alcuni e non nei confronti dei numerosi teologi inquisiti, scomunicati e sospesi che, negli anni in cui Ratzinger era a capo del Sant’Uffizio – ma anche ora da papa, – non ha esitato a condannare e a perseguitare, ultimo esempio è stato il teologo gesuita Roger Haight. È dunque ormai chiaro che, mentre alcuni «scismatici ed eretici» possono essere tranquillamente (e opportunamente) riaccolti, altri vanno perseguitati e allontanati al più presto.

G.G.

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