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Come il papa apre la porta agli integralisti

di Isabelle de Gaulmyn
in “La Croix” del 26 gennaio 2009

Il decreto voluto da Benedetto XVI che revoca la scomunica dei quattro vescovi integralisti ordinati nel 1988 da monsignor Lefebvre pone sei problemi fondamentali.

Questo decreto significa il ritorno alla piena comunione degli integralisti?
No, riguarda solo i quattro vescovi. Come precisa il testo, è solo un passo verso il ritorno alla piena
comunione di tutta la Fraternità. La scomunica, atto individuale, è stata provocata nel 1988 dal fatto
che quei vescovi erano consacrati senza mandato pontificio. Per loro, Benedetto XVI ha quindi
considerato che erano tutte presenti le condizioni per la revoca: con la lettera inviata al papa nel
dicembre scorso, monsignor Bernard Fellay dava il segno manifesto della sua volontà di riparare lo
scandalo creato per loro colpa.
È opportuno precisare che ciò non ha alcun rapporto con la situazione dei divorziati risposati: la
confusione viene dalla parola comunione. Ma i divorziati risposati non sono “scomunicati”, cioè
non sono esclusi dalla comunità della Chiesa. Semplicemente non possono fare la comunione, cioè
avvicinarsi alla tavola eucaristica. Fanno pienamente parte della Chiesa.

Quali sono le conseguenze per la Fraternità San Pio X?
Nessuna per il momento. I quattro vescovi sono ormai in piena comunione con la Chiesa cattolica.
Cioè essi accettano il ministero del papa e dei vescovi. Il decreto cita questa assicurazione data da
monsignor Bernard Fellay al papa: “Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue
prerogative.” Essi possono quindi ora dispensare dei sacramenti in maniera assolutamente lecita, e
hanno, in qualche modo, lo statuto di vescovi emeriti (in pensione), in attesa che si attribuisca loro
una sede titolare.
E la Fraternità stessa? Il problema resta. L’ordinazione di quei 500 preti della Fraternità è
considerata valida dalla Chiesa cattolica (non bisognerà rifarne un’altra), ma illecita.
Giuridicamente, sono sempre “sospesi”. Andando alla Fraternità di San Pio X hanno fatto un atto
scismatico, e i sacramenti che possono dispensare (battesimo, comunione…) sono illeciti.
Tutto dipenderà ora dal loro atteggiamento: o accettano esplicitamente la decisione dei vescovi della
Fraternità, o la rifiutano, restando in una posizione scismatica. Ma allora non avranno più una
gerarchia episcopale a cui rivolgersi. Per questo, agli occhi di Roma, era molto importante che i
quattro vescovi della Fraternità fossero reintegrati insieme. Se ne fosse rimasto uno, i preti più
“duri”avrebbero potuto rivolgersi a lui, quest’ultimo avrebbe potuto continuare ad ordinare nuovi
preti, creando quindi un nuovo scisma…

Che cosa succederà adesso?
Tutto dipende dai preti. Per essere di nuovo in piena comunione, devono dichiarare che seguono i
quattro vescovi. Ma bisognerà in seguito trovare loro una struttura. A Roma si pensa ad una
prelatura come per l’Opus Dei. Senza dubbio, con la Fraternità San Pio X, tale prelatura non
territoriale avrebbe una base rituale, vi si celebrerebbe solo con la forma detta straordinaria di rito
romano. Questa settimana, il cardinale Darion Castrillon Hoyos, presidente della Commissione
Ecclesia Dei, che si occupa di questa reintegrazione, dovrebbe chiarire questo aspetto
pubblicamente sulla stampa.

Questa reintegrazione passa attraverso un riconoscimento degli insegnamenti del Concilio Vaticano II?
Questo è il problema. Il decreto pubblicato sabato non parla del Vaticano II, ma evoca in maniera
indiretta il “problema posto all’origine”. Non più di quanto dice, secondo le nostre informazioni, la
lettera inviata dal cardinale Tarcisio Bertone ai responsabili della Curia, nella quale spiega il gesto.
Un’assenza che preoccupa diverse persone, a Roma. “Ci sono delle correnti che rifiutano il
Concilio, basandosi sul famoso terzo segreto di Fatima, parlando di una apostasia silenziosa della
Chiesa. La loro capacità di nuocere non deve essere sottovalutata”, nota un membro della Curia.
Da questo punto di vista, la menzione fatta da Monsignor Fellay nella sua lettera ai fedeli della
“apostasia silenziosa” è chiara. Il rifiuto degli insegnamenti del Concilio è la vera causa della
rottura degli integralisti. Per la costituzione dell’Istituto del Buon Pastore da parte di ex membri
della Fraternità, nel 2006, i suoi membri si sono esplicitamente impegnati “a proposito di certi
punti insegnati dal Concilio Vaticano II o riguardanti delle riforme posteriori della liturgia e del
diritto, e che ci paiono difficilmente conciliabili con la Tradizione (…) ad avere un atteggiamento
positivo di studio e di comunicazione con la Sede apostolica evitando ogni polemica”.
Secondo le nostre fonti, questa volta non c’è niente di simile.: “Il Vaticano II non è un dogma di
fede”, si dice. A partire dal momento in cui i vescovi e i preti della Fraternità riconoscono
l’insegnamento della Chiesa e il magistero del papa, questo significherebbe riconoscimento
implicito.
Si può tuttavia notare che, rendendo pubblico questo decreto 50 anni dopo l’annuncio del Concilio
da parte di Giovanni XXIII, il papa indica effettivamente la sua volontà di porre questo atto in un
atteggiamento conciliare. Questa è la lettura che ne faceva questo fine settimana L’Osservatore
Romano, collegando chiaramente i due avvenimenti. Allo stesso modo, domenica sera, ai vespri
ecumenici, Benedetto XVI sottolineava l’aspetto positivo che ha costituito per la Chiesa la
convocazione di quel concilio.

Ciò significa che la Chiesa accetta nuovamente l’antisemitismo?
Le dichiarazioni negazioniste di monsignor Richard Williamson, uno dei vescovi cui viene revocata
la scomunica, sono arrivate a gettare turbamento. Agli occhi della comunità ebraica, il papa, con
questo gesto, torna indietro rispetto alle grandi acquisizioni del dialogo, accettando in seno alla
Chiesa delle persone chiaramente antisemite. Padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, ha
spiegato che la Chiesa riprova evidentemente quel tipo di dichiarazioni, ma che ciò non ha nulla a
che fare con la revoca della scomunica: essa non era stata pronunciata per affermazioni antisemite.
E neppure la sua revoca le riguarda.
Ma queste affermazioni di monsignor Williamson pongono il problema della sensibilità politica di
responsabili della Fraternità. Questa dimensione è totalmente ignorata da Roma, dove si vuol
trattare solo il problema ecclesiale. Ma è ben presente all’episcopato francese e tedesco, che
conoscono la realtà dei rapporti con una parte della Fraternità con il mondo dell’estrema destra
francese e tedesca. Non si tratta di proibire l’ingresso nella Chiesa sulla base di opinioni politiche,
ma il sostenere certe ideologie da parte di membri della gerarchia ecclesiale è una cosa più
problematica.

Si tratta di una decisione di Benedetto XVI?
Senza dubbio si tratta di una decisione personale, ha insistito padre Lombardi, portavoce della Santa
Sede, davanti ai giornalisti. Nel 1988, il cardinale Ratzinger, che guidava i negoziati, è stato
profondamente ferito dalla loro rottura. Nato in un paese diviso tra due confessioni, preoccupato
dell’unità della Chiesa, sa che uno scisma si riassorbe raramente. Ed è sensibile, come una parte
della Curia, al fatto che la Fraternità conti molte vocazioni, mentre mancano disperatamente preti.
Fin dall’inizio del suo pontificato, si dà da fare in questo senso. Pochi mesi dopo la sua elezione
(agosto 2005), riceve monsignor Bernard Fellay. Il suo discorso davanti alla Curia (dicembre 2006)
riposiziona il Vaticano II nella tradizione della Chiesa, per rispondere alle critiche integraliste.
Infine, il Motu proprio (luglio 2007) liberalizza la messa secondo il rito di San Pio V, che era la
richiesta della Fraternità. Ultimo papa del Concilio, Benedetto XVI ritiene senza dubbio che sia suo
dovere riassorbire le divisioni che ne sono seguite, e di darne la giusta interpretazione.

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