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La solitudine di papa Benedetto

di Franco Garelli
in “La Stampa” del 13 marzo 2009

E’ l’ora della solitudine e dello sconforto quella che emerge dalla lettera che Benedetto XVI ha
inviato ieri ai vescovi di tutto il mondo per giustificare ancora una volta la sua apertura ai seguaci di
mons. Lefebvre e per denunciare le veementi critiche a questo gesto che si sono prodotte in molti
ambienti cattolici.
Per il Papa, la Chiesa è oggi un luogo «dove ci si morde e divora a vicenda, come espressione di
una libertà male intesa». Frasi durissime, indicano il disagio di un pontefice che non si sente
compreso nelle sue scelte, che ha difficoltà a fare sintesi tra le diverse anime della cattolicità.
Proprio il protrarsi di queste tensioni, insieme con il volto duro del Vaticano su temi che lacerano la
coscienza contemporanea (vita, famiglia, bioetica), possono spiegare il deficit di consenso pubblico
che Benedetto XVI sta conoscendo negli ultimi mesi. Col passare del tempo, l’immagine di
Ratzinger sembra appannarsi, rispetto sia ai primi tempi del suo pontificato, sia soprattutto al
dinamismo del suo predecessore. Piazza San Pietro all’Angelus della domenica non ospita più le
folle del passato.
Negli ultimi due anni gli incontri pubblici del Papa hanno avuto due milioni in meno di fedeli; e per
il secondo anno consecutivo il Vaticano ha chiuso in rosso i suoi conti.
La Chiesa cattolica non è sondaggio-dipendente, come lo sono invece le forze politiche, le società
di marketing e le reti tv. Tuttavia, pur più attenta ai segni del cielo che ai dati dell’audience, essa
non può fare a meno di registrare una crisi di appeal, in particolare del suo leader massimo.
L’ultima indagine nazionale sulla religiosità in Italia ci dice che – pur in una nazione ancora in larga
parte cattolica – il termometro della fiducia nei confronti di Benedetto XVI tocca quota 50, mentre
quella verso papa Wojtyla è stabile (nel ricordo) a 80 punti.
Ovviamente, non è che il Papa debba bucare il video a tutti i costi, o piegare la sua figura all’attività
di fund raising pro ecclesia pur in tempi economici grami per tutti. Tuttavia non tutto sembra
dovuto a un’emittente vaticana difettosa o a un vertice ecclesiale meno sensibile che nel passato alla
grande comunicazione.
Anzitutto si registra una distanza tra gli orientamenti della Chiesa ufficiale e il sentire della gente
comune. Ciò che molti fanno fatica a capire non è che la Chiesa tenga alti i suoi principi, richiami
tutti ai valori «irrinunciabili» (verità religiosa, primato della famiglia, rispetto della vita, solidarietà
ecc.). Quanto il fatto che su molte questioni emergenti essa esprima posizioni così perentorie,
giudizi così netti o anche anatemi che sembrano mettere in secondo piano quel primato della carità
che pur fa parte della sua vocazione. Così si diffonde l’impressione di una Chiesa più magistero che
maestra, più giudice che madre; più propensa a dettare norme e distinguo su vicende complesse del
vivere attuale che a proporre riflessioni capaci di richiamare i grandi principi ma con quel senso del
mistero e della compassione umana che ci si attenderebbe dalla Chiesa.
Intendiamoci. L’immagine di una Chiesa inflessibile su alcune verità religiose, esigente e chiusa nel
campo della morale sessuale e familiare, forte nel richiamare i credenti a una condotta di vita
coerente, è stata anche una delle cifre del pontificato di Giovanni Paolo II, una delle eredità
condivise che legano Benedetto XVI al vecchio Papa. Tuttavia, Wojtyla emanava su molte altre
questioni uno slancio biblico, una passione sociale, una curiosità umana, capaci di comunicare il
volto di una Chiesa che si fa carico dei problemi e delle ambivalenze del mondo.
Qui emerge il dilemma che papa Ratzinger sta vivendo circa gli indirizzi da dare al suo pontificato.
Le tensioni del post Concilio e la stessa esuberanza di papa Wojtyla sembravano richiedere alla
Chiesa una fase di ripensamento, una nuova sintesi, atta a comporre le aperture col senso della
memoria e della tradizione. Ciò per evitare che la comunità cristiana perdesse il suo sapore nella
società pluralistica, che la distinzione cristiana fosse assimilata a generiche adesioni a un credo
umanizzato.
Già da cardinale, Ratzinger ha più volte riflettuto su quale possa essere il vero volto della Chiesa:
quello più smagrito ma più autentico delle comunità di fedeli impegnati, o quello di un «popolo di
Dio» dove l’assenza di confini può dar adito a confusioni e appartenenze indebite. Si tratta di un
dubbio che emerge a più riprese anche nel suo pontificato, come quando ricorda a tutti che il Papa
non è una rockstar, che alcuni eventi cattolici più che essere luoghi dello spirito riducono la fede a
spettacolo e concerto.
Ancora una volta, dunque, la Chiesa vive il dilemma se distinguersi dal mondo o adattarsi a esso;
per cui il minor consenso che oggi si registra attorno al Papa teologo non ha soltanto una natura
comunicativa, ma indica una tensione ben più rilevante.

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