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La Chiesa immobile

di Franco Garelli
in “La Stampa” del 19 marzo 2009

C’era da aspettarselo che il viaggio del Papa in Africa incontrasse la mina vagante degli strumenti
con cui far fronte al flagello dell’Aids. Le parole di Benedetto XVI che l’Aids non si risolve con la
pubblicità e la distribuzione dei preservativi, e che al contrario questi aggravano il problema, hanno
innescato una polemica internazionale senza precedenti. Con i governi di Francia e di Germania che
guidano l’indignazione.
Da Parigi, il ministero degli Esteri ha espresso grandissima preoccupazione per le conseguenze che
le parole del Papa possono avere sulla lotta contro l’Aids; mentre da Berlino, il ministro che si
occupa di salute, cooperazione e sviluppo osserva caustico che «i preservativi salvano la vita, tanto
in Europa come in altri continenti». Poco ci manca che i due governi convochino i rispettivi nunzi
apostolici della Santa Sede per avanzare formale protesta!
A ben guardare, la posizione del Papa sulla questione ha le sue buone ragioni, quando ricorda a tutto
il mondo che il condom non è la soluzione del problema dell’Aids. La Chiesa prende le distanze da
quanti pensano che la diffusione dei preservativi sia la via migliore per far fronte a questo dramma
umano e sociale. Si tratta di una soluzione tecnica o meccanica di un problema che ha radici ben più
profonde, che si contrasta dunque soprattutto con l’educazione a una sessualità responsabile, con
politiche di sostegno della famiglia e del matrimonio, con la ricerca di cure efficaci accessibili al
maggior numero di persone e con l’assistenza umana e spirituale dei malati. Non si tratta solo di
richiami ideali, ma di direttive che ispirano il modo in cui la Chiesa lotta (non soltanto nel
continente nero) contro un’epidemia come l’Aids.
Oltre a ciò, il pensiero dell’entourage del Papa sul tema sembra almeno implicitamente accennare a
un altro aspetto critico. Il fatto cioè che quello del profilattico è un metodo molto occidentale per
evitare di contrarre l’Hiv, che può quindi non essere adeguato a società e contesti che per cultura o
tradizione non ne comprendono o ne ostacolano l’uso. Si tratta di una riserva avanzata anche da vari
ricercatori (sia di matrice cattolica che laica), che quindi almeno indirettamente condividono l’idea
di Benedetto XVI che il preservativo non serve a prevenire l’Aids in Africa.
Non stupisce dunque che il Pontefice ribadisca ancora una volta il pensiero che da sempre la Chiesa
coltiva in tema di sessualità, con le sue chiusure sull’uso del condom, con i suoi richiami ai principi
etici fondamentali. In questo caso si tratta di posizioni ancora riconducibili all’enciclica Humanae
Vitae, emanata 40 anni fa da Paolo VI e in tempi più recenti ribadite da Giovanni Paolo II. Il
pensiero di Ratzinger quindi si colloca nel solco di una tradizione consolidata, che egli condivide
con i suoi predecessori. Tuttavia, ciò che sorprende da un lato è questa immobilità di pensiero della
Chiesa che si trascina nel tempo, e dall’altro il fatto che essa sia stata riproposta in modo esplicito
nel momento stesso in cui il Pontefice ha iniziato il suo viaggio in Africa.
La morale cristiana richiede certamente una forte fedeltà ai principi, ai valori «irrinunciabili».
Tuttavia prevede anche che il richiamo ai valori ultimi sia mediato in rapporto alle situazioni
concrete di vita, anche orientandosi in determinate circostanze a scegliere il male minore,
soprattutto quando si è di fronte a fenomeni (come quello dell’Aids) carichi di conseguenze molto
gravi non soltanto per chi ha contratto la malattia, ma anche per i figli e le generazioni future che
non hanno responsabilità alcuna. Oltre a ciò, l’azione preventiva (fatta di educazione, politiche per
la famiglia, ecc.) che la Chiesa propone per combattere l’Aids è senza dubbio fondamentale, ma ha
tempi così lunghi di attuazione e incontra difficoltà tali da lasciare irrisolti molti problemi sul
tappeto.
Resta da chiedersi come mai alcuni stati europei (e da ultimo anche l’Unione Europea) abbiano
reagito con tale veemenza a queste prime parole del Papa in terra d’Africa. Da tempo c’è un clima
di fibrillazione nei rapporti tra la Santa Sede e alcune nazioni d’Europa, per la discordante
valutazione di fatti e eventi che hanno implicazioni globali. Il no di Benedetto XVI ai preservativi
non è stato contestato dal «laicista» Zapatero, ma da due governi che – pur di matrici diverse – sono
attenti al ruolo del Papa nel mondo; uno quello francese che ha ormai sposato l’idea della laicità
positiva, l’altro, quello tedesco, che riflette una nazione impregnata di valori cristiani. Entrambi
sembrano chiedere al Pontefice di essere più attento alle implicazioni politiche delle sue prese di
posizione, per evitare che si interrompano processi che – pur limitati – contribuiscono ad attenuare i
mali del mondo. In questo contesto, è curioso rilevare la totale assenza di reazione del governo e dei
leader politici italiani, forse per eccesso di furbizia o di equilibrio.

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