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Il Vaticano II diventa maggiorenne

di Massimo Faggioli
in “The Tablet”, 11 aprile 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)

Nel 2005, il quarantesimo anniversario della fine del Concilio Vaticano II passò senza alcun impatto
significativo sul dibattito teologico attorno al Concilio. Quell’anno fu caratterizzato invece dalla
morte di Giovanni Paolo II, dal conclave e dall’elezione di Benedetto XVI. Ma quest’anno,
cinquantesimo anniversario dell’annuncio del Concilio da parte di Giovanni XXIII, la questione è
del tutto diversa. La coincidenza di questo anniversario con la decisione del Papa di togliere la
scomunica dei quattro vescovi ordinati da Marcel Lefebvre ha focalizzato un’attenzione di tipo
diverso sul Concilio, che ha portato ad una nuova comprensione del suo significato.
Come ben si sa, la piccola setta lefebvriana ha sempre rifiutato il Concilio Vaticano ritenuto eretico,
vedendo in esso la causa di tutto ciò che i lefebvriani credono sbagliato nella Chiesa. Il tentativo di
Benedetto di realizzare una riconciliazione con loro, ha involontariamente offerto alla Chiesa
l’opportunità di riflettere sul Concilio in maniera più effettiva ed intensa di quanto avrebbe potuto
fare una conferenza internazionale o un discorso in un momento di massimo ascolto. La reazione ha
confermato, ancora una volta, che “qualcosa è successo” nel Vaticano II, come ha chiarito
recentemente il Professor John O’Malley della Georgetown University nella sua relazione What
happened at Vatican II.
“Felix culpa” di Benedetto, si potrebbe dire. Le reazioni alla sua decisione rispetto ai lefebvriani
hanno reso urgente la necessità non solo di un “controllo del danno” nelle comunicazioni vaticane
con il mondo esterno. L’incidente è stato molto più di un disastro di pubbliche relazioni, di un
incidente diplomatico o di un segno di cattiva gestione della “macchina vaticana”. Le dichiarazioni
antisemite del vescovo lefebvriano Richard Williamson, che non suscitarono alcuna sorpresa in
chiunque fosse a conoscenza dell’orientamento politico ed ideologico della setta, ha suscitato,
soprattutto in Europa e nel Nord America, un enorme clamore. Non solo conferenze episcopali e
singoli vescovi si sono espressi in modo estremamente chiaro, e, comprensibilmente, rappresentanti
di comunità ebraiche in tutto il mondo, ma lo hanno fatto anche leader politici, benché talvolta in
modo discreto. Queste reazioni hanno obbligato la Santa Sede a riconoscere il punto centrale della
questione: il significato del Concilio Vaticano II. Poiché i seguaci di Lefebvre fin dal principio
proclamarono il loro rifiuto ad accettare il Concilio, e in particolare ad accettare certi elementi del
suo corpus. La loro unica ragione di esistenza è il rifiuto del Concilio.
Il tentativo di Benedetto di riassorbire lo scisma ha rivelato che il Concilio Vaticano II rappresenta
per la Chiesa cattolica di oggi più di una bussola per il cammino futuro, speranza espressa da
Giovanni Paolo II in “Novo Millennio Ineunte”, la sua lettera apostolica ai vescovi del 2001, in cui
delineava le sue priorità per il ventunesimo secolo. La decisione di Benedetto sulle scomuniche ha
sicuramente importanza per esperti di relazioni internazionali e per osservatori del ruolo della
Chiesa nel mondo moderno, ma ha un’importanza particolare per studiosi impegnati
nell’interpretazione del Concilio – nel preciso momento in cui è emersa un’abbondanza di
interpretazioni riduzioniste (e revisioniste) della sua opera.
Ci sono due fatti messi in luce da ciò che potremmo definire un caso teologico internazionale. Il
primo è che, nella Chiesa contemporanea, nella politica contemporanea e nella pubblica opinione
internazionale, il Concilio Vaticano II è apparso come una “garanzia di cittadinanza” per la Chiesa
cattolica nel mondo di oggi. Il secondo è che questa “garanzia” è stata identificata nell’opinione
pubblica con il definitivo rifiuto dell’antiebraismo e dell’antisemitismo, elementi di una cultura
politica premoderna ed antidemocratica. Questa garanzia è stata identificata anche con altre precise
posizioni che il Concilio ha abbandonato rispetto alla Chiesa cattolica del XIX secolo. Libertà
religiosa e libertà di coscienza, ecumenismo, dialogo interreligioso, collegialità e corresponsabilità
nel governo della Chiesa erano elementi fondamentali delle riforme iniziate dal Vaticano II, e che
portarono a ciò che poté essere definito “la ricezione politica” del Concilio. E sono esattamente
quelli rifiutati dai lefebvriani.
Nel motu proprio “Ecclesia Dei” (1988) Giovanni Paolo II evidenziava che lo scisma lefebvriano
avrebbe dovuto essere un’occasione per la Chiesa di riflettere sul Concilio. Revocando le
scomuniche, Benedetto XVI ha provocato moltissimo questa riflessione. E la reazione ha mostrato
quanto profondamente il Vaticano II ha influenzato ciò che il mondo si aspetta dalla Chiesa. Ha
anche messo in evidenza i tratti “costituzionali” del Vaticano II (per usare un’espressione del
teologo di Tubinga Peter Hünermann). Di fatto, per riflettere ora sulla ricezione del Vaticano II si
deve prendere in considerazione non solo la teologia, ma la ricezione “politica” del Concilio e il suo
“nucleo costituzionale”.
Come risultato della decisione di Benedetto, è diventato perfino più chiaro che il “problema
politico” con i quattro vescovi lefebvriani non era solo relativo alle dichiarazioni antisemite di
Williamson, ma al loro generale rifiuto del Concilio. Questo risultava particolarmente evidente nei
documenti che mettevano il Concilio molto più chiaramente in discontinuità con i precedenti
pronunciamenti della Chiesa – e creavano un nuovo volto del cattolicesimo non solo per i cattolici
ma anche per il mondo in generale.
Quando, alcune settimane fa, la cancelliera tedesca Angela Merkel, ricordava alla Chiesa che il
rifiuto dell’antisemitismo è un aspetto fondamentale della Germania postbellica, ricordava anche ai
leader cattolici le responsabilità politiche e culturali della Chiesa in ambito internazionale. In questo
modo sottolineava le discontinuità del Vaticano II con la Chiesa preconciliare. Per fare un
confronto: se dobbiamo leggere correttamente la corrispondenza tra papa Pio IX, il cancelliere Otto
von Bismarck e i vescovi tedeschi nel 1875 per interpretare la teologia del Vaticano I, allo stesso
modo dobbiamo prendere in considerazione le reazioni dei vescovi, dei dipartimenti di teologia e
delle comunità ebraiche rispetto al Vaticano II. Ma dobbiamo inoltre prendere in considerazione
l’opinione pubblica secolare, che è lo spazio dove è avvenuto lo scambio tra la cancelliera Angela
Merkel, la conferenza episcopale tedesca e Benedetto XVI.
Il momento della “ricezione politica” del Concilio Vaticano II ricorda alla Chiesa un importante, ma
spesso trascurato, fatto, importante per l’ermeneutica del Concilio: il Concilio Vaticano II ha avuto
luogo dopo la Seconda guerra mondiale. La relazione tra la Chiesa e la cultura moderna,
nell’apprezzamento di quelle libertà rifiutate dal Syllabus di Pio IX nel 1864, nella collegialità e
corresponsabilità, nell’impegno per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, e così via – ha avuto un
impatto politico. Al contempo, sottolinea il fatto che c’è un nucleo “costituzionale” all’interno del
Concilio, nonostante le interpretazioni più strette che di esso hanno talvolta fatto Giovanni Paolo II
e Benedetto XVI.
I documenti del Concilio Vaticano II contengono un nucleo di fede che i leader del mondo, gli
opinionisti, le comunità religiose ed altri prendono per garantito oggi quando interagiscono con la
Chiesa cattolica. Questi attori non t
eologici in tal modo contribuiscono a dare una valutazione del
Concilio ed aiutano a risolvere il dibattito che ruota intorno alla sua interpretazione. E lo fanno
perché sono sensibili al nucleo “costituzionale” del Concilio rifiutato dai seguaci di Lefebvre.
È così evidente che i cambiamenti epocali operati dal Vaticano II hanno avuto un impatto ben oltre
la vita interna della Chiesa stessa. Hanno stabilito la Chiesa come una comunità nel mondo
moderno, dove essa è riconosciuta come un agente politico-culturale, parte importante della sua
vera identità. Questi cambiamenti rappresentano precisamente quello che i seguaci di Lefebvre
rifiutano, e allo stesso tempo sono il nucleo “costituzionale” del Concilio stesso.
Riconoscere la relazione tra l’interpretazione del Concilio e la “politica” di coloro che, con le loro
parole e fatti, ora lo interpretano – teologi naturalmente, ma anche uomini e donne laici, politici,
diplomatici, intellettuali ed artisti – implica, innanzitutto, un riconoscimento della necessità di una
seria considerazione della cultura politica del Concilio. Secondariamente, implica l’impossibilità di
tornare ad una cultura del cattolicesimo “pre-costituzionale”, cioè, tornare al cattolicesimo
precedente il Concilio. Se il discorso di Ratisbona nel 2006 mostrò la pressante necessità di un
diverso approccio a Nostra Aetate e alla relazione con l’islam, ciò che è avvenuto nel 2009
rappresenta la necessità di una nuova consapevolezza di quanto importante sia stato il Vaticano II
nella storia della Chiesa. Questo significa farla finita con la semplicistica visione “continuistica”
della relazione tra il Concilio e i precedenti pronunciamenti del magistero papale.
In questo momento di ricezione politica, è diventato chiaro che coloro che rifiutano le posizioni del
Concilio automaticamente si mettono al di fuori dei confini “costituzionali” del cattolicesimo
moderno, specialmente agli occhi di osservatori esterni. È in questo senso che innegabilmente il
Concilio Vaticano II opera come una “garanzia” politica e culturale per il cattolicesimo moderno,
specialmente quando la Chiesa cerca di capire le sfide globali del dialogo interculturale ed
interreligioso.
Gli sforzi per analizzare il Vaticano II in stretta continuità con il passato sono spesso legati a
posizioni ideologiche che difendono un cattolicesimo reazionario come unica speranza per la
sopravvivenza della civiltà occidentale. Alla luce della reazione alla revoca delle scomuniche ai
lefebvriani, è diventato chiaro che negare le discontinuità del Concilio rispetto al passato potrebbe
facilmente avere l’effetto opposto. Concludo ricordando ai lettori la sagace argomentazione fatta
dallo scienziato della politica conservatore (ma lontano dai neoconservatori) Samuel Huntington.
Nel suo libro The Third Wave: Democratization in the late twentieth century,, pubblicato nel 1991,
meno di 20 anni fa, Huntington argomentava che il processo di democratizzazione potrebbe avere
più a che fare con il Concilio Vaticano II che con la diffusione del libero mercato.

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