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Celibato da abolire

di Hans Küng
da www.repubblica.it

Abusi sessuali in massa ai danni di bambini e giovani ad opera di preti cattolici, dagli Usa alla Germania passando per l’Irlanda: un enorme danno di immagine per la Chiesa cattolica, ma anche segno palese della sua crisi.

Il primo a prendere pubblicamente posizione a nome della Conferenza episcopale tedesca è stato il suo presidente, l’arcivescovo Robert Zollitsch (di Fribur¬go). La sua condanna degli abusi, definiti «orrendi cri¬mini», e la richiesta di perdono sono primi passi nel processo di assunzione di responsabilità per fare i conti con il passato, ma altri devono seguire. La presa di posizione di Zollitsch mostra indubbiamente gravi errori di valutazione, che vanno contestati.

Prima affermazione: gli abusi sessuali compiuti da sacerdoti non hanno nulla a che fare con il celibato.

Obiezione! È indiscutibile che tali abusi si verifichino anche in seno alle famiglie, nelle scuole, nelle associazioni e anche nelle chiese in cui non dice la regola del celibato. Abolire la regola del celibato è l’unica soluzione.

Ma come mai si registrano in massa proprio nella Chiesa cattolica, guidata da celibatari? Chiaramente queste colpe non sono attribuibili esclusivamente al celibato. Ma quest’ultimo è la più importante espressione strutturale dell’approccio teso che i vertici ecclesiastici cattolici hanno rispetto alla sessualità. Diamo uno sguardo al Nuovo Testamento: Ge¬sù e Paolo sono stati sì esempio di celibato a servizio degli uomini, ma lasciando ai singoli la piena libertà al riguardo. Pietro e gli altri apostoli erano sposati nell’esercizio del loro ufficio. Questa rimase per molti secoli una condizione ovvia per i vescovi e i presbiteri ed è mantenuta fino ad oggi in oriente an¬che nelle chiese unite a Roma, come in tutta l’Orto¬dossia, quanto meno per i preti. La regola romana di celibato è in contraddizione con il Vangelo e l’antica tradizione cattolica. Deve essere abolita.

Seconda affermazione: E’ “totalmente errato” ricondurre i casi di abuso a difetti del sistema ecclesiastico

Obiezione! La regola del celibato non esisteva ancora nel primo millennio. In occidente fu imposta nell’undicesimo secolo sotto l’influsso dei monaci (volontariamente celibi) soprattutto del Papa di Canossa, Gregorio VII, a fronte della decisa opposizione del clero in Italia e ancor più in Germania, ove solo tre vescovi si arrischiarono a proclamare il de¬creto di Roma! I preti protestarono a migliaia con¬tro la nuova regola. Il clero tedesco così si espresse in una petizione: «Forse il papa ignora la parola del Signore: “chi può capire, capisca”? (Mt 19,12)? In questa affermazione, l’unica sul celibato, Gesù so¬stiene la libera scelta di questo modo di vivere». La regola del celibato diventa così – assieme all’asso¬lutismo papale e al clericalismo forzato – uno dei pilastri essenziali del «sistema romano».

Diversamente da quanto avviene nelle chiese orientali, si ha l’impressione che il clero celibatario occidentale, soprattutto attraverso il celibato, si differenzi totalmente dal popolo cristiano: un ceto sociale a sé stante, dominante, che fondamentalmente si erge al di sopra del laicato, ma è del tutto sottomesso al Papa di Roma. L’obbligo di ce¬libato è il motivo principale della catastrofica carenza di sacerdoti, della mancata celebrazione dell’eucarestia, carica di conseguenze, e, in molti luoghi, della rovina della cura personale delle ani¬me.

Tutto questo viene dissimulato attraverso la fusione delle parrocchie «unità di cura delle anime», con parroci costretti a operare sopra le forze. Ma quale sarebbe il miglior incoraggiamento alla nuova generazione di sacerdoti? L’abolizione del¬la regola del celibato, radice di ogni male, e per¬mettere l’ordinazione delle donne. I vescovi lo sanno, ma dovrebbero anche avere il coraggio di dirlo. Avrebbero il consenso della gran maggio¬ranza della popolazione e anche dei cattolici i qua¬li, stando a tutti i più recenti sondaggi, auspicano che ai preti sia consentito sposarsi.

Terza affermazione: I vescovi si sono assunti responsabilità sufficiente.

È ovviamente positivo che vengano ora intra¬prese serie misure mirate all’indagine e alla pre¬venzione. Ma non sono forse i vescovi stessi responsabili della prassi decennale di insabbiamen¬to dei casi di abuso, che spesso ha condotto solo al trasferimento dei colpevoli all’insegna della mas¬sima riservatezza? Chi in precedenza ha insabbia¬to è credibile oggi nel ruolo di indagine? Non dovrebbero essere istituite commissioni indipendenti? Finora nessun vescovo ha ammesso la pro¬pria corresponsabilità. Ma potrebbe far rimando alle istruzioni ricevute da Roma.

Al fine di garantire il più assoluto riserbo la congregazione vaticana per la fede dichiarò di propria esclusiva competenza tutti i casi importanti di reati sessuali ad opera di religiosi, così i casi relativi agli anni 1981-2005 fini¬rono sulla scrivania dell’allora Prefetto, il Cardinal Ratzinger. Quest’ultimo inviò non più tardi del 18 maggio 2001 una missiva solenne sui gravi reati («Epistula de delictis gravioribus») a tutti i vescovi del mondo, ponendo i casi di abuso sotto segreto pontificio («secretum Pontificium»), la cui viola¬zione è passibile di punizione ecclesiastica.

La Chiesa non dovrebbe quindi attendersi un «mea culpa» anche da parte del Papa, in collegialità con i vescovi? E, come ulteriore riparazione, che la regola del celibato, che non fu permesso mettere in discussione durante il Concilio Vaticano II, possa essere ora finalmente presa in esame liberamente e apertamente in seno alla Chiesa. Con la stessa apertura con cui oggi finalmente si fanno i conti con i casi di abuso sessuale dovrebbe essere discussa anche quella che è una delle loro cause struttura¬li fondamentali, la regola del celibato. È questa la proposta che i vescovi dovrebbero avanzare senza timore e con forza a Papa Benedetto XVI.

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