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La Chiesa corre il rischio di diventare una sotto-cultura

intervista di Stéphanie Le Bars
in “Le Monde” del 4 aprile 2010

Arcivescovo di Poitiers, Mons. Albert Rouet è una delle figure più libere dell’episcopato francese.
La sua opera J’aimerais vous dire (Bayard, 2009) è un best-seller nella sua categoria. Più di
trentamila copie vendute e vincitore del premio 2010 dei lettori di La Procure, questo libro intervista
getta uno sguardo molto critico sulla Chiesa cattolica. In occasione della Pasqua, Mons.
Rouet offre le proprie riflessioni sull’attualità e la sua diagnosi sulla Chiesa.

La chiesa cattolica è scossa da molti mesi per la rivelazione di scandali di pedofilia in parecchi
paesi europei. Tutto questo l’ha sorpresa?

Vorrei anzitutto precisare una cosa: perché ci sia pedofilia sono necessarie due condizioni, una
profonda perversione e un potere. Questo vuol dire che ogni sistema chiuso, idealizzato,
sacralizzato è un pericolo. Quando una istituzione, compresa la Chiesa, si erge in posizione di
diritto privato, si ritiene in posizione di forza, le derive finanziarie e sessuali diventano possibili. E’
quanto rivela l’attuale crisi e tutto questo ci obbliga a tornare all’Evangelo; la debolezza del Cristo è
costitutiva del modo di essere Chiesa.
In Francia, la Chiesa non ha più questo tipo di potere; questo spiega perché si sia di fronte a
devianze individuali, gravi e detestabili, ma non si riscontra una sistematizzazione di questi casi.

Queste rivelazioni sopraggiungono dopo parecchie crisi, che hanno segnato il pontificato di
Benedetto XVI. Chi maltratta la Chiesa?

Da qualche tempo, la Chiesa è flagellata da tempeste, esterne ed interne. C’è un papa che è più un
teorico che uno storico, E’ rimasto il professore che pensa che un problema, una volta impostato
bene, è per metà risolto. Ma nella vita non succede così. Ci si imbatte nella complessità, nella
resistenza della realtà. Lo si vede bene nelle nostre diocesi, si fa quello che si può! La Chiesa fa
fatica a situarsi nel mondo tumultuoso nel quale si trova oggi. E’ il cuore del problema.
Oltre a questo, due cose mi colpiscono nella situazione attuale della Chiesa. Oggi, si constata un
certo gelo della parola. Oramai, il minimo interrogativo sull’esegesi o sulla morale viene giudicato
blasfemo. Interrogarsi non è più ritenuto una cosa ovvia, ed è un peccato. Parallelamente regna nella
Chiesa un clima di sospetto malsano. L’istituzione si trova ad affrontare un centralismo romano, che
si basa su di una rete di denunce. Certi gruppi passano il loro tempo a denunciare le posizioni di
questo o quel vescovo, a fare dei dossier contro qualcuno, a tenere delle informazioni contro
qualcun altro. E questi comportamenti si sono intensificati con internet.
Inoltre, noto una evoluzione della Chiesa parallela a quella della società. Questa vuole più
sicurezza, più leggi, quella più identità, più decreti, più regolamenti. Ci si protegge, ci si rinchiude,
è proprio il segno di un mondo chiuso, è catastrofico!
In generale, la Chiesa è uno specchio fedele della società. Ma, oggi, nella Chiesa, le pressioni
identitarie sono particolarmente forti. C’è tutta una corrente, che riflette poco, che ha sposato
un’identità rivendicativa. Dopo la pubblicazione di alcune caricature sulla stampa riguardanti la
pedofilia nella Chiesa, ci sono state delle reazioni degne degli integralisti islamici sulle caricature di
Maometto! A voler apparire offensivi, ci si squalifica.

Il presidente della Conferenza episcopale (francese), Mons. André Vingt-Trois lo ha ripetuto a
Lourdes il 26 marzo: la Chiesa francese è colpita dalla crisi delle vocazioni, dalla difficoltà
della trasmissione della fede, dalla diluizione della presenza cristiana nella società. Come vive
questa situazione?

Cerco di prendere atto che ci troviamo alla fine di un’epoca. Si è passati da un cristianesimo di
abitudine, ad un cristianesimo di convinzione. Il cristianesimo è perdurato grazie al fatto di essersi
riservato il monopolio della gestione del sacro e delle celebrazioni. Di fronte alle nuove religioni,
alla secolarizzazione, le persone non fanno più riferimento a questo sacro.
Pur tuttavia, possiamo dire che la farfalla è “più” o “meno” della crisalide? E’ un’altra cosa. Allora,
non ragiono in termini di degenerazione o di abbandono: stiamo mutando. Bisogna misurare
l’ampiezza di questa mutazione.
Si prenda la mia diocesi: Settantanni fa contava ottocento preti. Oggi ne ha duecento, ma conta
anche 45 diaconi e 10mila persone impegnate nelle 320 comunità locali che abbiamo creato
quindici anni fa. E’ meglio. Bisogna arrestare la pastorale della SNCF (ndr.: ferrovie dello stato
francesi). Bisogna chiudere delle linee e aprirne delle altre. Quando ci si adatta alle persone, al loro
modo di vivere, ai loro orari, la frequenza aumenta, anche al catechismo! La Chiesa ha questa
capacità di adattamento.

In quale modo?

Non abbiamo più un personale per mantenere una suddivisione di 36000 parrocchie. O si considera
che si tratta di una miseria da cui bisogna uscire ad ogni costo e allora si torna a sacralizzare il
prete; oppure si inventa qualcosa d’altro. La povertà della Chiesa costituisce una provocazione per
aprire nuove porte. La Chiesa deve appoggiarsi sul clero o sui battezzati? Per mio conto, penso che
occorra dare fiducia ai laici e smetterla di funzionare sulla base di una organizzazione medievale. E’
un cambiamento fondamentale. E’ una sfida.

La sfida presuppone l’apertura del sacerdozio agli uomini sposati?

Sì e no! No, perché immaginate che domani io possa ordinare dieci uomini sposati, ne conosco, non
è quello che manca. Ma non potrei pagarli. Quindi dovrebbero svolgere un altro lavoro e sarebbero
disponibili solo nei fine settimana per i sacramenti. Allora si tornerebbe ad un’immagine cultuale del
prete. Sarebbe una falsa modernità
Invece, se si cambia il modo di esercitare il ministero, se la sua posizione nella comunità è diversa,
allora sì che si può immaginare l’ordinazione di uomini sposati. Il prete non deve più essere il capo
della sua parrocchia; deve sostenere i battezzati perché diventino degli adulti nella fede, formarli,
impedire loro di ripiegarsi su se stessi.
Tocca a lui ricordare che si è cristiani per gli altri, non per sé; allora presiederà l’eucarestia come un
gesto di fraternità. Se i laici resteranno dei minorenni, la Chiesa non sarà credibile. Deve parlare da
adulto ad adulto.

Lei ritiene che la parola della Chiesa non sia più adatta al mondo. Perché?

Con la secolarizzazione, si sviluppa una “bolla spirituale” nella quale le parole fluttuano; a
cominciare dalla parola “spirituale” che si può riferire più o meno a qualsiasi merce. Quindi è
importante dare ai cristiani i mezzi per identificare e per esprimere gli elementi della loro fede. Non
si tratta di ripetere una dottrina ufficiale ma di permettere loro di esprimere liberamente la propria
adesione.
È spesso il nostro modo di parlare che non funziona. Bisogna scendere dalla montagna, scendere in
pianura, umilmente. Per far questo occorre un enorme lavoro di formazione. Perché la fede era
diventata un qualcosa di cui non si parlava tra cristiani.

Qual è la sua maggiore preoccupazione per la Chiesa?

Il pericolo è reale. La minaccia per la Chiesa è di diventare una sottocultura. La mia generazione
teneva particolarmente all’inculturazione, all’immersione nella società. Oggi, il rischio è che i
cristiani si rinchiudano tra di loro, semplicemente perché hanno l’impressione di essere di fronte a
un mondo di incomprensione. Ma non è accusando la società di tutti i mali che si diventa luce per
l’umanità. Al contrario, occorre un’immensa misericordia per questo mondo in cui milioni di
persone muoiono di fame. Tocca a noi aprirci al mondo e tocca a noi renderci amabili.

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