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Un pomeriggio in un centro culturale islamico

di Ileana Montini
da www.womenews.net

Si fa un gran parlare di “seconde generazioni” di immigrati paventando rischi sociali stile banlieau francesi, ma gli strumenti di conoscenza empirica di questa realtà chissà se sono metodologicamente adeguati.

E poi quanto si tiene conto delle differenze di genere? Sono stata in un centro culturale islamico di una grande città del Nord; uno di quei centri che comprendono le sale di preghiera e che vengono chiamati impropriamente moschee.

Per fare una moschea occorre un minareto di solito molto avversato dai seguaci di Bossi. Mi ha subito colpito la sala di preghiera delle donne dove, era un sabato pomeriggio, si erano formati dei gruppi di signore di una certa età che parlavano tra loro. Tutte velate e con abiti lunghi fino ai piedi. In una piccola sala alcune giovani invece studiavano la giusta intonazione per la lettura del Corano in lingua araba; ma tra di loro parlavano in italiano. Ecco le seconde generazioni!

E’ con loro che ho avuto una sorta di focus group molto interessante e reciprocamente attento. Le ragazze erano una decina, quasi tutte figlie di genitori marocchini. Tranne una nata in Italia, sono arrivate dai loro paesi per i ricongiungimenti familiari all’età della scuola elementare o all’inizio delle medie inferiori.

Parlanti perfettamente l’italiano (con l’accento della zona) e avendo fatto le scuole superiori, mentre diverse sono anche iscritte all’università, il dialogo si è svolto con grande disinvoltura. Nei Paesi di origine ritornano in media una o due volte l’anno e per brevi periodi.

In genere si sentono abbastanza spaesate e spesso provano nostalgia per il paese italiano dove abitano. Dicono:”Vado in Marocco, ma ho perso il legame con il mio paese. Mi sento italiana perché condivido più cose delle cultura italiana.”

Qualcuna più precisamente:” Vivo da 16 anni in Italia e ne ho 22: mi sento italiana, ma anche marocchina. La cultura italiana non è la mia, ma il Marocco è il Paese delle vacanze.”

Un’altra:”…se identificarsi nella cultura italiana vuol dire mangiare e vestire all’italiana,va bene. Ma in realtà sono una musulmana che vive nella cultura italiana. Sono un mix: sono entrambe le culture.”.
“Se in Marocco parlo con le ragazze del luogo, non mi sento come loro. Ma è la stessa cosa in Italia: abbiamo un’identità a parte. Siamo piuttosto donne del mondo”.

Tutte portano il velo che qualcuna ha messo di recente, magari dopo l’esame di maturità e tutte dicono che hanno amicizie italiane a cui tengono, ma al sabato, per esempio, le amiche e gli amici italiani vanno in discoteca e loro alla “moschea”. Tutte descrivono la loro vita come dentro “due culture, due mondi separati”.

Qualcuna specifica che fino alla fine delle medie superiori ha vissuto esclusivamente con amici e amiche italiani, ma dopo aver deciso di mettere il velo le cose sono cambiate e non perché non si è sentita accettata, ma perché si sono esplicitate “le differenze di educazione” e un desiderio e una “una speranza: potere vivere da musulmana italiana”.

Emerge con chiarezza che la religione è sentita come l’elemento fondativo dell’identità e la fonte principale del proprio sistema valoriale. Ne consegue che l’appartenenza al proprio gruppo religioso precede il dirsi italiana.
La cittadinanza italiana non è sentita come obiettivo da perseguire a tutti i costi e con ansia. Se arriva è certamente un bene rispetto al riconoscimento di certi diritti.

Queste giovani sembrano vivere contorni fluidi, sentimenti contrastanti: c’è il sentimento di sentirsi intimamente italiane in quanto cresciute in Italia, ma anche la percezione di non poter definirsi “completamente italiane, né completamente della nazionalità dei genitori .“

La cittadinanza “ci fa piacere averla perché ci dà dei diritti, perché devi osservare le leggi ma non puoi decidere chi ti governa…”. C’è chi ci tiene a sottolineare che conosce i giochi italiani più di quelli marocchini, però non vuole identificarsi “come persona italiana”, anche perché “portando il velo chi ti incontra non sa che hai acquisito la cittadinanza “e dunque ti vede come straniera e “forse è giusto così”.

Ripetono che non ci sono occasioni di fare incontrare “i due mondi” e che pertanto loro si sono adattate all’uno e all’altro.
Il velo delle donne è il simbolo forte che garantisce il legame con i genitori e ,dunque le origini territoriali; ma marca anche la differenza rispetto agli autoctoni.

Il sociologo. R.Guolo definisce questi atteggiamenti come neo-tradizionalismo: nei centri culturali islamici (legati all’UCOII) il mandato è quello di identificarsi fino ad un certo punto con la cultura italiana, per preservare intatta l’appartenenza all’Islam i cui dettami comportamentali e normativi definiscono ogni comportamento in pubblico e in privato.

Queste ragazze dicono di osservare rigorosamente il divieto di avere rapporti sessuali prima del matrimonio e ripetono che è il Corano la base di ogni regola di vita. Chiedono “il rispetto” assoluto del diritto ad avere luoghi di preghiera, aree cimiteriali, ore per sole donne in piscina ecc.., in quanto non riconoscono la separazione dello stato dalle religioni come si è venuta configurando in Occidente.

Sono state istruite in Italia, ma si coglie chiaramente che è difficile per loro contestualizzare il Corano: lì c’è la Verità Eterna, Immutabile.

Il sabato l’area cortilizia di questo centro culturale islamico è occupata da gruppi numerosi di uomini, mentre le donne stanno chiuse nelle stanze del primo piano. La separazione è dunque netta. Mentre l’abbigliamento maschile può essere occidentale o etnico, quello delle donne è una divisa di cui il velo è l’elemento simbolico principale.

Insomma, è compito delle donne, con il loro corpo coperto per l’intera settimana, portare la bandiera della differenza religiosa e delle tradizioni. _ Non si può non avvertire, nelle parole di queste giovani, l’oscillazione tra il desiderio di essere come le coetanee italiane, e il dovere di rappresentare una comunità intera in quanto corpi femminili.

Qualcuna ha usato il termine amiche citando le compagne al posto dell’ostentato musulmano di sorelle. Segno palese di questo essere ”un mix” difficile da reggere psicologicamente.

Quando sono uscita scendendo nel grande cortile, due ragazze mi hanno accompagnato alla macchina. E allora è accaduto che saltasse l’autocontrollo doveroso con una …straniera.

Chiedendo delle “mamme” che avevo viste fare gruppo nella grande sala della preghiera, mi sono sentita dire che è una delle poche occasioni che molte di loro hanno per trovarsi insieme .

Molti uomini le tengono chiuse in casa e impediscono loro anche di partecipare ai corsi di lingua italiana che a volte le istituzioni italiane organizzano. Aggiungendo poi con sincerità: ” Forse dovremmo noi giovani fare qualcosa per loro”.

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