Home Chiese e Religioni Il potere economico del Vaticano, ovvero : I novelli mercanti del tempio

Il potere economico del Vaticano, ovvero : I novelli mercanti del tempio

riflessioni di Carlo, Chiara, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
Comunità dell’Isolotto – Firenze, domenica 9 maggio 2010

Dal vangelo secondo Marco (Mc 10,17-30).
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un Kamelos [da tradurre come grossa fune e non come cammello] passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

Dal Vangelo di Marco (Mc 11, 15-19)
Andarono intanto a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. E diceva: “Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!”.
Lo udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo ammirava le sue parole. Quando venne la sera lasciarono la città.

Premessa

Questa domenica vogliamo raccontare e discutere del potere economico del Vaticano mettendo in risalto le enormi contraddizioni tra il richiamo evangelico e la situazione reale: una notevole quantità di beni finanziari; un grandissimo patrimonio immobiliare dislocato al di fuori della Città del Vaticano; una grande libertà di gestire questi beni senza dover essere soggetti alle leggi italiane (il Vaticano in questo senso si configura come un paradiso fiscale); la concessione di una serie di privilegi di stampo “feudale” da parte dello Stato Italiano e la gestione spregiudicata, talvolta anche malaccorta, spesso penalmente rilevante quando non di tipo mafioso di grandi quantità di denaro; infine essere strumento illegale di operazioni di “lavaggio” e “riciclaggio” di titoli e denaro sporchi.
Tutte le nostre informazioni sono tratte dalla seguente bibliografia:

• “La Questua”, Curzio Maltese, Ed. Feltrinelli, 2008
• Il dossier de “L’Europeo” – “Il premier Ratzinger. La più antica monarchia assoluta d’Occidente. Finanze disinvolte (Ior e Banca Rasini) e vantaggi fiscali dal 1929 ad oggi”, ottobre 2009
• “Vaticano S.p.a.”, Giunluigi Nuzzi, Ed. Chiare Lettere, 2009, www.chiarelettere.it

Nuovo Codice di Diritto Canonico canone n° 1273: “Il Romano Pontefice, in forza del primato di governo, è il supremo amministratore ed economo di tutti i beni ecclesiastici”.

1. I FINANZIAMENTI “LEGITTIMI” ANCHE SE DISCUTIBILI

1.1 Quanto lo Stato Italiano versa al Vaticano

Quanto costa la Chiesa agli italiani? Curzio Maltese ne “La questua” scrive: ”… si può stabilire che la Chiesa cattolica costa ogni anno ai contribuenti italiani una cifra vicina ai quattro miliardi e mezzo di euro, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale.
La prima voce [quella dei finanziamenti diretti] comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 950 milioni per gli stipendi dei 22mila insegnanti dell’ora di religione, altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità .
Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi dal Giubileo (3500 miliardi di lire) al raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua – nell’ultimo decennio – di 250 milioni.
A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali. … si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato gettito per l’Ici (stime “non di mercato” dell’Associazione dei Comuni), in 500 milioni lo sconto del 50% su Ires, Irap e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di 40milioni di turisti e pellegrini.

Tabella 1- Quanto costa la Chiesa agli italiani. Stima dei finanziamenti diretti e del mancato gettito fiscale.

Fonte: La Questua di Curzio Maltese, Ed Feltrinelli, 2008

Ma quanti sono 4 miliardi e mezzo di euro? Sono grosso modo la cifra di una mezza finanziaria; sono un po’ di più del costo della “casta politica”, circa il costo della costruzione del Ponte sullo Stretto o di un MOSE (il sistema di dighe mobili di Venezia) all’anno.

Due considerazioni sui soldi dati agli insegnanti di religione cattolica:

Scrive Curzio Maltese: “…L’ora facoltativa di religione costa ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro all’anno. E’ la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato alla confessione cattolica, di pochi milioni inferiore all’otto per mille. Ma rischia di diventare in breve la prima. L’ultimo dato ufficiale del ministero parla di 650 milioni di spesa per gli stipendi agli insegnanti di religione, ma risale al 2001 quando erano 22 mila e tutti precari. Ora sono diventati 25.679, dei quali 14.670 passati di ruolo, grazie a una rapida e un po’ farsesca serie di concorsi di massa inaugurati dal governo Berlusconi nel 2004 e proseguita dal governo Prodi”. … Prosegue Curzio Maltese: “Il regalo del posto fisso agli insegnanti di religione è al centro di infinite diatribe legali. Per almeno due ordini di ragioni. La prima obiezione è di principio. L’ora di religione è un insegnamento facoltativo e come tale non dovrebbe prevedere docenti di ruolo. Per giunta, gli insegnanti di religione sono scelti dai vescovi e non dallo Stato…. Ma se la diocesi ritira l’idoneità, come può accadere per mille motivi (per es. una separazione), lo Stato deve accollarsi l’ex insegnante di religione fino alla pensione. L’altra fonte di polemiche è la disparità di trattamento economico fra insegnanti “normali” e di religione. A parità di prestazioni, gli insegnanti di religione guadagnano infatti più dei colleghi delle materie obbligatorie. Erano già i precari della scuola più pagati d’ Italia. Per uno dei tanti misteri burocratici italiani una disposizione di legge che assegnava uno scatto biennale di anzianità del 2,5% sullo stipendio a tutti i precari è stata applicata sltanto a una categoria: gli insegnanti di religione”.

1.2 Come sono spesi questi soldi che gli italiani danno al Vaticano?

Il commento di Curzio Maltese: “La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Ma soprattutto in questa forma poco trasparente. Con una serie di automatismi calati dall’alto che prescindono totalmente dalla volontarietà del contributo alle religione principio fondamentale della democrazie… Nessun altro popolo paga altrettanto, o nella stessa forma anomala degli italiani, il costo di una religione”.
Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno.
In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60% dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35% che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90% del totale delle risorse complessive..
E in parte perché pensano che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, abbiano un “ritorno sociale”. “Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo”. Argomenti veri? E “quanto” veri?
Possiamo vedere come sono stati spesi i fondi dell’ “otto per mille” relativi al 2008 secondo quanto dichiara la stessa CEI. A fronte del 20% speso per opere di carità , l’80% delle risorse serve all’autofinanziamento:
il 37% per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani,
il 15,9% per “esigenze di culto”,
il 12% per “nuova edilizia di culto” etc…
Delle spese, decise dalla CEI a proprio insindacabile parere, è reso pubblico un rendiconto sintetico per macrovoci principali senza un dettaglio dei progetti finanziati e delle spese corrispondenti.

Tabella 2 – Utilizzo dei fondi relativi all’ “otto per mille” dato alla Chiesa Cattolica – Anno 2008

Come confronto possiamo riportare il fatto che la chiesa Valdese utilizza il 100% dei proventi dall’ 8 per mille per attività caritatevoli, non prelevandone nemmeno un euro per le spese di culto; sia la Chiesa Valdese che quella Avventista forniscono resoconti molto più dettagliati.

2. LA GESTIONE DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE

2.1 La storia dell’ICI e delle proprietà immobiliari vaticane
Roma, come tante altre città italiane, è piena di bellissimi hotel situati in posizioni straordinarie; nel suo libro “La questua”, Curzio Maltese ne descrive uno, attraverso il depliant dell’albergo stesso: “magnifico palazzo del quattrocento affacciato su piazza Farnese, classificato con 5 stelle nei siti turistici, caldamente consigliato dai blog dei visitatori per il buon rapporto qualità-prezzo e l’accoglienza. L’unico problema è trovare posto: sorto intorno alla chiesa di S. Brigida (quasi sempre vuota), l’albergo è sempre pieno. La Casa di Santa Brigida, gestito dalle suore brigidine, occupa 4000 metri quadrati coperti, più uno sterminato terrazzo, ha un valore di mercato di 60 milioni di euro, è iscritto al catasto romano alla voce convitti e non paga un euro di ICI.
Secondo i dati dell’ANCI (basati su dati catastali lontani dal reale valore di mercato e largamente incompleti) il mancato gettito annuo per i Comuni italiani a causa di una esenzione fiscale illegittima e contraria alle norme europee sulla concorrenza è superiore ai 400 milioni di euro.
Se a questa cifra si aggiungesse quella relativa agli immobili considerati unilateralmente esenti dall’ICI (e mai dichiarati) si arriverebbe ad un importo di 1 miliardo di euro all’anno.
Le ragioni di questa situazione partono da una legge del 1992 che esentava dall’ICI gli immobili di proprietà ecclesiastica (oltre a quelli di partiti, sindacati, onlus, associazioni sportive, ecc.), modificata da un pronunciamento del 2004 della Corte di Cassazione che limitava l’esenzione agli immobili che “non svolgono anche attività commerciale”. Dopo le forti proteste da parte della Chiesa, nello stesso 2004 (con una rapidità inconsueta in materia legislativa) il governo Berlusconi con un decreto ha ripristinato l’esenzione totale dall’ICI per i beni della Chiesa, in eterno e qualsiasi attività svolgano. Il governo Prodi nel 2006 si è trovato a barcamenarsi fra una laicità di facciata, le pressioni della Unione Europea che richiedeva chiarimenti e la necessità di accontentare la lobby clericale: il risultato è stato un salto mortale da azzeccagarbugli, inserendo nel testo del decreto la frase “non esclusivamente commerciale”. Questo sta a significare che è sufficiente la presenza di una cappella, di un altare o di una teca per svincolare l’attività esercitata dall’obbligo del pagamento dell’ICI.
La determinazione, anche solamente ai fini del patrimonio immobiliare ecclesiastico appare essere un compito superiore alle possibilità (e alla volontà) umane : nel 2008 il parlamentare radicale Maurizio Turco aveva presentato un emendamento alla legge finanziaria allo scopo di rendere obbligatoria la dichiarazione ai comuni della esistenza degli immobili da parte dei proprietari, ma l’emendamento non solo non è passato ma addirittura è stato considerato non meritevole di voto.
Su segnalazione dello stesso parlamentare, mentre al primo richiamo da parte della UE sia Spagna che Portogallo hanno abolito l’esenzione IVA sulle attività ecclesiastiche, in Italia, al secondo richiamo, mezzo schieramento parlamentare ha chiesto al papa di “scomunicare la commissione europea di Bruxelles”.
Nel 1995 l’allora parlamentare radicale Francesco Rutelli aveva tuonato contro lo “scandaloso favoritismo” assicurato alla Chiesa grazie alla assegnazione di un fondo di 1000 miliardi per “edifici di culto”, elencando in un intervento fiume (erano gli anni dell’ostruzionismo) migliaia di proprietà ecclesiastiche a Roma; dopo essere diventato sindaco di quella città, Rutelli ha rinfoderato le velleità di censimento dei beni ecclesiastici.
L’assenza di un censimento e la tendenza della Chiesa a spargere nebbie sull’uso reale degli immobili di sua proprietà contribuiscono a trasformare il dibattito sui privilegi fiscali in una questione ideologica: quando l’allora presidente dell’ANCI Domenici rispose alle allarmate sollevazioni che paventavano si volesse far pagare l’ICI ai bar degli oratori affermando che “non si pretende certo l’ICI dai cinema parrocchiali o dal bar dell’oratorio, ma dagli esercizi commerciali aperti al pubblico in concorrenza con altri, si. Abbiamo dato piena autonomia ai singoli comuni per trovare accordi con le curie locali e compilare elenchi attendibili”. Nessuna curia ha offerto collaborazione agli enti locali nel faticoso lavoro di separare i templi dai mercanti, il culto dal commercio.
Le leggende sul favoloso patrimonio immobiliare della Chiesa sono tali fino ad un certo punto: quasi un quarto di Roma è di sua proprietà. In una documentata inchiesta su il Mondo del 2007 dal titolo San Mattone si dichiara che il 20-22% del patrimonio immobiliare italiano è della Chiesa : “400 istituti di suore, 300 parrocchie, 250 scuole cattoliche, 200 chiese non parrocchiali, 90 istituti religiosi, 65 case di cura, 50 missioni, 43 collegi, 30 monasteri, 20 case di riposo, 20 seminari, 18 ospedali, 16 conventi, 13 oratori, 10 confraternite, 6 ospizi. Sono quasi 2000 gli enti religiosi residenti a Roma e risultano proprietari di circa 20000 fra terreni e fabbricati. A spanne, circa ¼ di Roma è di proprietà della Chiesa”.
Quanta roba ha dunque la Chiesa a Roma? È inutile chiedere in comune, non essendo mai stato fatto un censimento. Ed è inutile chiedere in Vaticano, sia perché non sono tenuti a rispondere, sia perché non lo sanno davvero neppure loro. Valga ad esempio l’episodio citato da Giulio Andreotti nel suo libro “ad ogni morte di papa”, quando nel 1950, allora segretario di De Gasperi, fu convocato dal papa Pio XII in persona che gli fece una ramanzina per una foto scollacciata comparsa su una rivista cattolica. Andreotti replicò :”Santità, ma perché se la prende con me? Quella rivista non è del partito, è roba vostra”.
Più recentemente, il 10 gennaio 2008, quando Benedetto XVI ha pubblicamente rinfacciato al sindaco di Roma (Veltroni) e al presidente della regione Lazio (Marrazzo) “il degrado gravissimo della capitale” e ha invocato una politica della casa che favorisca le giovani coppie, si è dimenticato di essere il legale rappresentante del primo proprietario immobiliare della capitale, che tramite l’APSA ogni mese sfratta famiglie povere dalle proprietà ecclesiastiche per far posto ad inquilini più ricchi.
E il “degrado gravissimo” della capitale non dipende soltanto dalla inefficienza della pubblica amministrazione e dai fiumi di denaro che sistematicamente (vedi sanità privata = cattolica) o occasionalmente si riversano dalle casse pubbliche a quelle della Chiesa, ma anche da corvee di tipo medievale, quali quella dell’acqua gratis al Vaticano. Infatti, a partire dal 1929, gli accordi fra Stato italiano e Vaticano prevedono che “l’Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata una adeguata dotazione di acqua di proprietà”. Da allora lo Stato si fa carico dei 5 milioni di metri cubi di acqua consumati dallo stato Pontificio. Per le acque reflue, cioè di scarico, il Vaticano si allaccia alla ACEA ma non paga la bolletta, perché non riconosce le tasse imposte da enti appartenenti ad altri stati!.
Quando nel 1999 la ACEA è stata quotata in borsa, gli azionisti hanno richiesto la liquidazione del debito del Vaticano : è toccato allo stato italiano ripianare un debito di 44 miliardi di lire, con una apposita voce nella legge finanziaria.
Si supporrebbe che da quel momento toccasse alla Chiesa pagare la spesa annua di circa 4 miliardi, ma nel 2001 arriva un altro rifiuto e la commissione appositamente istituita dal governo Berlusconi ha trovato un accordo con l’inserimento nella finanziaria del 2005 di altri 25 milioni di euro a carico dello stato italiano.

2.2 Turisti nel nome di Dio. Un affare!

Il turismo è il primo settore commerciale del mondo per espansione, terzo per margini di profitti dietro il petrolio e il traffico di armi.
Passato il “dopo 11 settembre 2001” il turismo sta vivendo una formidabile crescita. Ma non in Italia. L’Italia che con il suo immenso patrimonio artistico è stata fino agli anni ’80 la prima meta del turismo mondiale oggi è scesa al quinto posto. I turisti non cercano più solo spiagge e discoteche (stile Rimini), stanno emergendo molte altre esigenze più complesse, più ricercate. E il pellegrinaggio, il turismo per fede è tornato di moda.
Secondo Trademark una autorevole società leader nel campo del turismo la Chiesa controlla un volume di affari circa 4 miliardi e mezzo di euro l’anno, il triplo di Alpitour che è il maggior tour operator italiano. A conclusioni simili arriva anche un lavoro del Wall Street Journal.
Il Vaticano si è accorto di questo enorme potenziale economico, e dal 2000 si è mosso con grandissima determinazione ed è diventato in pochi anni un leader economico fortissimo nel settore del turismo religioso. Vediamo come:
1. ORP: il primo passo è stata la riorganizzazione dell’ORP (Opera Romana Pellegrinaggi) che è ai vertici di una organizzazione che conta 2.500 agenzie e una rete con migliaia di referenti sul territorio. A capo dell’ORP Ruini ha posto Padre Atuire , un manager quarantenne, capace e dinamico che a studiato ingegneria, filosofia, organizzazione, che conosce 12 lingue e che di fatto è il Ministro del Turismo del Vaticano. (L’Italia ha come ministro al Turismo dall’8 maggio 2009 Maria Vittoria Brambilla ).
2. APSA: a fianco dell’ORP il Vaticano ha affiancato l’APSA, l’Amministrazione patrimoniale della Santa sede, l’ente che amministra un patrimonio immobiliare immenso. Sia l’ORP che l’APSA hanno sede in Città del Vaticano e quindi non debbono sottostare ad alcuna legge italiana, né in materia di igiene, di prevenzione, sicurezza, lavoro, né tanto meno fiscale. Non hanno alcun obbligo di presentare bilanci pubblici.
3. Un immenso patrimonio immobiliare ristrutturato con risorse pubbliche: il Vaticano è proprietario di un immenso patrimonio immobiliare (chiese, istituti religiosi, conventi, monasteri, case religiose ..). A partire dal 2000 ha cominciato a ristrutturare questi immobili, prima con gli stanziamenti pubblici previsti per Giubileo e poi con una infinita serie di stanziamenti statali e locali di vario tipo (per es. vi sono leggi regionali e disposizioni comunali che prevedono che l’8% degli oneri di urbanizzazione siano versati alla Chiesa; leggi che prevedono finanziamenti specifici dedicati agli oratori, etc..). Si tratta di un fiume di denaro che è stato utilizzato per ristrutturare e riconvertire immobili ormai sotto o inutilizzati in strutture adatte al turismo religioso. Tra le strutture del “turismo religioso” ci sono sia strutture “low cost” (a basso costo) ma anche strutture di gran lusso; in ogni caso i prezzi sono sempre inferiori alla concorrenza, in ragione dei minori costi che devono sostenere (vantaggi fiscali e minor costo del lavoro).
4. Privilegi fiscali: la legislazione italiana assicura per le proprietà ed attività del turismo religioso di proprietà della Chiesa l’esenzione dall’ICI, e consente di non pagare l’Ire (ex Irpef), l’Ires (ex Irpeg), l’Irap e altre imposte . Inoltre i lavoratori delle strutture del turismo religioso sono spesso suore o preti o volontari legati da contratti anomali di collaborazione. Quindi gli enti ecclesiastici non devono pagare i contributi previdenziali per la maggioranza del lavoro dipendente che utilizzano . Questi vantaggi/privilegi fiscali si traducono nella possibilità di praticare prezzi fuori mercato e di realizzare una concorrenza certo poco leale.
5. MISTRAL: il Vaticano si è dotato di una compagnia aerea; l’ORP infatti ha fatto un accordo con la Mistral (compagnia fondata nel 1981 dall’attore Bud Spencer, oggi di proprietà delle Poste italiane) per trasportare il primo anno 50 mila pellegrini italiani verso i santuari d’Europa e della Terra Santa, con la previsione di arrivare a 150 mila nel 2008, e di successiva crescita negli anni successivi. E’ poi interessante sapere che la Mistral è stata salvata durante il governo Berlusconi con un’operazione giudicata fuori mercato perfino da alcuni parlamentari della destra. Il deputato di An Vincenzo Nespoli ha chiesto perché le Poste italiane sborsassero fino a quindici volte il valore nominale delle azioni Mistral, per fare oltretutto concorrenza all’Alitalia in crisi, ma non ha mai avuto risposta dal governo.
Il 27 agosto 2007 c’è così stato il primo volo: il Boeing 707-200 è decollato alla volta di Lourdes. C’è stato un lancio pubblicitario in grande stile. Tra i pellegrini il cardinal Ruini, Luciano Moggi come ospite d’eccezione. All’ingresso le hostess in completo giallo e blu, spilla del Vaticano e fazzoletto giallo al collo, hanno accompagnato i passeggeri al loro posto. Sul poggiatesta delle poltronite dell’aereo si legge: “Cerco il tuo volto Signore”.

E sul blog di papa Ratzinger si legge: ”.. nell’era del low-cost, l’Opera Romana Pellegrini si adegua. La ricerca di Dio si affida a voli rigorosamente a basso costo”.


3. LA STORIA DELLO IOR DA SINDONA A DARDOZZI

3.1 Il bancarottiere e la (santa) banda del buco: Michele Sindona comparve nella vita economica del Vaticano alla fine degli anni ‘60.

Nel 1947 si era trasferito dalla Sicilia a Milano dove faceva il commercialista. Franco Martinetti lo assunse alla SNIA Viscosa per il suo modo “creativo” di usare la finanza uscendo dagli schemi, gli offrì la vice presidenza della Banca Privata e i successi furono immediati. Mons. Amleto Tondini, cognato della cugina di Sindona, gli fece avere una lettera di raccomandazioni per Massimo Spada, allora capo dello IOR ed egli ne divenne ben presto un importante interlocutore. Fu anche il consulente della curia milanese e dell’arcivescovo Giovanni Battista Montini (eletto papa Paolo VI nel 1963).
La scalata al Vaticano era a buon punto e l’occasione decisiva si presentò 5 anni dopo.
Intanto Montini aveva nominato Mons. Paul Marcinkus alla guida dello IOR.
Nel 1968 lo Stato italiano pretese che il Vaticano pagasse le imposte per le sue sterminate finanze, ma Paolo VI, allora, decise che venissero liquidate le partecipazioni di maggioranza vaticana nelle società italiane e stabilì che venisse venduta l’Immobiliare. Ma, in quel momento, per l’edilizia si assisteva ad anni difficili, nessuno volle accollarsi questa impresa. Se la assunse Sindona, che rilevò l’Immobiliare e pretese anche la quota vaticana della Società Condotte d’acqua. L’episodio fece scalpore ma, da quel momento, Sindona, fino al tracollo, sarà il vero ed esclusivo finanziere del Vaticano, colui che gestirà le scelte economiche dello IOR, come rappresentante, intermediario, agente o acquirente in accordo con Mons. Marcinkus, l’allora direttore. Il rapporto era tra loro due, i 5 cardinali della commissione di vigilanza sulla banca non potevano controllare gli investimenti.
Gestione finanziaria di Sindona che, eufemisticamente si può chiamare allegra e sprovveduta: il risultato finale è che fece perdere al Vaticano 500miliardi di lire in 5 anni e lo coinvolse negli oscuri legami con il mondo politico, nei finanziamenti occulti alla DC, nella politica di tassi d’interesse talmente alti da rasentare l’usura. Come fece Sindona a far perdere al Vaticano 500 mld di lire?
1) comprò a basso prezzo le società vaticane e le rivendette ad alte cifre, come pure le Condotte dell’acqua che rivendette all’IRI nel 1971 ad alto prezzo.
2) assicurando alti interessi si fece prestare miliardi che, con il crollo, non verranno mai restituiti.
3) fece investire al Vaticano capitali nelle Borse europee e americane in modo poco oculato e le perdite furono consistenti.
4) Sindona comprò la banca americana Franklin e vi fece partecipare il Vaticano, ma questa fece speculazioni sbagliate subendo anche indagini dell’FBI e l’ammanco fu enorme.
5) Il Vaticano fu coinvolto nel tracollo della banca tedesca Wolff per “decine di miliardi”.
6) Il Vaticano perse circa una trentina di miliardi di lire in operazioni dell’Immobiliare.
Possibile che di tutto questo in Vaticano, il Papa non ne sapessero nulla?

Sindona tentò la scalata alla Bastogi e dietro questo progetto c’era il sostegno della finanza vaticana nell’intento di creare un polo cattolico da contrapporre alla finanza laica, ma l’opposizione di Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, fece fallire l’operazione.
Nel 1970 Sindona aveva conosciuto Roberto Calvi, direttore del Banco Ambrosiano, e, da quel momento, ci fu prima una collaborazione tra i due e poi un passaggio di consegne nel rapporto con il Vaticano. Al processo Calvi un collaboratore di giustizia dichiarò: “Calvi è stato il successore di Sindona nell’attività di riciclaggio… Una parte del denaro di Cosa Nostra era fatta pervenire alla DC come forma di ringraziamento dei favori ricevuti…”.
Il rapporto del Vaticano con Calvi vide un intreccio di operazioni finanziarie mirate ad assicurare allo IOR capitali ad altissimi rendimenti, ma anche a finanziare il sostegno a Solidarnosc.
Dopo i “suicidi” di Calvi nel 1982 e di Sindona nel 1986 il Vaticano si trovò a dover cercare nuovi interlocutori che garantissero anche il legame con la “politica”. Qui iniziò un nuovo rapporto con la Banca Rasini, una piccola “Vatican Bank” con contatti strettissimi con le finanze della Santa Sede. Nella Banca Rasini lavorava e ne diventava poi il direttore Luigi Berlusconi, padre di Silvio.
Ma i costi per le attività illecite e spregiudicate di Sindona non sono stati solo economici: Giorgio Ambrosoli è stato, per conto della Banca d’Italia, il curatore fallimentare della Banca Privata Italiana di Sindona. Dopo aver subito molte pressioni e minacce fu assassinato nel 1979 da un sicario ingaggiato da Sindona. Lasciò la moglie e 3 figli piccoli. Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali esclusa la Banca d’Italia. Solo nel 1999 gli è stata conferita la Medaglia al Valore Civile con queste parole: “Commissario liquidatore di un istituto di credito, benché fosse oggetto di pressioni e minacce, assolveva all’incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno. Si espose, perciò, a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere il suo mandato”.
Queste vicende non hanno modificato l’atteggiamento del Vaticano: il comportamento spregiudicato nei confronti della finanza non finisce con la morte di Sindona nel 1986, infatti, nonostante la sostituzione di mons. Marcinkus alla presidenza dello IOR con un laico, Angelo Caloja, proseguono le operazioni illecite che tramite il direttore generale dello IOR mons. De Bonis arrivano alla invenzione di società fittizie (ad esempio la fondazione Spelman) che consentono di incrementare il numero e il volume delle manovre finanziarie.
La documentazione di tutto questo è oggettivamente descritta dal libro “Vaticano SpA” di Gianluigi Nuzzi che organizza tutto quello che è stato raccolto da mons. Dardozzi nel corso della sua attività.

3.2 Vaticano S.p.A.
Il libro di Gianluigi Nuzzi “Vaticano S.p.a.” (giornalista inviato di Panorama) nasce dal ritrovamento in Svizzera in due valigie di 40 Kg ciascuna dell’archivio segreto di Mons. Renato Dardozzi (1922-2003), e di cui lo stesso Dardozzi aveva disposto la pubblicazione dopo la sua morte.
Mons. Dardozzi, laureato in matematica, ingegneria, filosofia e teologia, arriva al sacerdozio a 51 anni compiuti, abbandonando una brillante carriera nel gruppo STET e, per conto della Segreteria di Stato del Vaticano, con Agostino Casaroli e Angelo Sodano, segue a partire dal 1974 e per venti anni tutte le operazioni più delicate dello IOR – Istituto per le Opere Religiose, ossia la banca del Vaticano.
Dardozzi, nonostante le cinque lingue conosciute e la frequentazione del jet set, fa del silenzio la sua regola di vita.
L’autore, con grande ricchezza di particolari, presenta 4000 documenti inediti con il timbro della Segreteria di Stato Vaticana, con numeri e numeri che dimostrano l’esistenza di una rete clandestina dei conti correnti, speculazioni, arricchimenti personali, favori e ricatti.
Grazie a questo imponente archivio l’autore prova a far luce su tanti scandali finanziari che hanno coinvolto in qualche modo la gerarchia vaticana.
Premessa indispensabile è la definizione dello IOR che è l’Istituto per le Opere Religiose, ovvero la Banca del Papa: una banca estera impenetrabile, dove non sono autorizzate le intercettazioni, né le perquisizioni e il personale non può essere interrogato, oltre ad essere fuori dai filtri antiriciclaggio interbancari ed internazionali. Un paradiso fiscale con grandi potenzialità di allargamento e diffusione del quale imprenditori, politici e gente di potere si è servita in abbondanza. Tutto questo, naturalmente, con il favore di alcuni personaggi a cominciare dall’arcivescovo statunitense Paul Marcinkus.
Il libro, infatti, inizia con un breve resoconto delle già note peripezie dell’arcivescovo Marcinkus, prelato dello IOR negli anni ’80, coinvolto nello scandalo del crac dell’Ambrosiano di Roberto Calvi insieme a personaggi come Michele Sindona e al pidiusta Licio Gelli, oltre che sospettato responsabile della morte improvvisa di Giovanni Paolo I che aveva deciso di mettere il naso nelle manovre poco limpide della banca.
In particolare però Nuzzi mette in scena l’ansia e lo scompiglio dei membri della santa sede dopo gli scandali emersi a seguito del crac dell’ambrosiano, negli anni ’90, quando la magistratura di Milano era impegnata ad individuare le piste percorse dalla maxi tangente Enimont, mazzetta pagata dai vertici della società ad una serie di politici appartenenti ai due partiti di maggioranza durante l’acquisto delle azioni Montedison da parte dell’ENI e era finita con l’approdare alle porte del Vaticano.
Che legame c’era tra Montedison e la santa sede? Dalle indagini era emerso un coinvolgimento dello IOR nella vicenda, ma non era mai stato chiaro il ruolo svolto dai responsabili della banca del Papa in questa faccenda.
L’archivio Dardozzi contiene la corrispondenza fra i vertici dello IOR e la segreteria dello Stato Vaticano, in particolare tra Angelo Caloia e il cardinale Angelo Sodano, dove è evidente un forte coinvolgimento della Santa Sede, in particolare dell’erede di Marcinkus, monsignor Donato De Bonis, ex prelato dello IOR e fautore di un sistema off shore di riciclaggio di denaro sporco all’interno delle mura vaticane con conti criptati.
Il sistema consisteva nella costituzione di una rete di fondazioni fittizie per raccogliere donazioni per scopi caritatevoli. Ed ecco che dall’archivio emerge il cospicuo conto bancario della fondazione Spelman della quale non appare alcun atto costitutivo. Le firme autorizzate ad operare sono quelle di Donato De Bonis e Giulio Andreotti.
“Mamma de Bonis”: lotta alla Leucemia, “Jonas Foundation” aiuto ai bmbini poveri: su questi depositi più che oboli transitavano cospicue tangenti.
Per non parlare dei titoli di stato italiano scambiati per riciclare denaro sporco.
I soldi di tangentopoli (la maxi tangente Enimont) sono passati dalla banca vaticana, ma anche il denaro lasciato dai fedeli per le messe è stato trasferito in conti personali.
Lo IOR ha funzionato come una vera e propria lavanderia, nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello stato vaticano.
“I titoli passati allo IOR sono il risultato di pagamenti di tangenti a uomini politici, per importi certamente a loro ritornati in forma pulita” lettera di Angelo Caloia, presidente dello IOR, al cardinale Sodano, segretario di stato del Vaticano. 5 ottobre 1993.
“Nel caveau dello IOR giacciono circa 27,9 miliardi di titoli dello stato italiano BTP e CCT. Non tutti i numeri sono puliti” Renato Dardozzi Ottobre 1993.
“Le transazioni a favore di mio padre passavano tutte, tramite i conti e le cassette dello IOR”. Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito. Il padre fu condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Alcune riflessioni

8 x mille uno strumento per stroncare e sopire il dissenso tra i vescovi: “Chi gestisce i danari dell’otto per mille ha conquistato un enorme potere ….Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?”. […] “E infatti i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere…”. Come Carlo Maria Martini, Giuseppe Casale e pochi altri.
Così, scrive, Roberto Beretta, giornalista di Avvenire, nel suo libro “Chiesa Padrona” libro quasi introvabile, libro rifiutato in blocco dall’editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose.

Lo Stato Italiano laico ha di fatto delegato alla Chiesa cattolica il settore degli aiuti economici (carità) sia sul territorio nazionale sia a livello internazionale, fondamentalmente attraverso la Caritas, fondata da Paolo VI nel 1971 e suddivisa in sezione italiana e Caritas Internazionale presente in 200 nazioni.
Lo Stato italiano, che si era impegnato (risoluzione ONU del 1970) a versare in aiuti al terzo mondo lo 0,7% del PIL, in realtà destina molto meno: dopo un picco dello 0,37 del PIL nel 1992 (finito nel calderone di Tangentopoli) gli stanziamenti sono crollati allo 0,09 del PIL nel 2000 per attestarsi negli ultimi anni intorno allo 0,2% del PIL. Nel 2006 l’Italia figurava nel settore cooperativo al 19° posto rispetto a 20 paesi, seguita solo dalla Grecia (Rapporto sulla cooperazione OCSE 2008).
Ma lo Stato finanzia indirettamente gli aiuti, tramite la Chiesa.
La CEI destina solo il 20% del miliardo che riceve con l’8 per mille, in assistenza e carità: 115 milioni in Italia e 85 alle missioni e di questi 85 milioni non è facile stabilire quanti vadano in aiuti concreti (ospedali, cibo, medicine, ecc..) e quanti invece siano usati per “attività formative”, leggi indottrinamento cattolico.
In Italia le parrocchie sono spesso diventate i luoghi di accoglienza di immigrati, ex carcerati, consultori per problematiche familiari; i centri Caritas sono gli unici punti di riferimento del “popolo di strada” ecc..
Lo Stato laico anziché assicurare diritti e servizi finanzia la carità cattolica: “soldi in cambio di servizi”, lasciando così all’organizzazione cattolica l’esclusiva sugli “aiuti”.

Chiesa di classe e chiesa di popolo (da L’Europeo, ottobre 2009)
Negli anni settanta (pontificato di Paolo VI) si assiste ad una forte contrazione delle offerte dei cattolici in tutto il mondo: esse scendono dagli 8/10 miliardi annui sotto Giovanni XXIII ai 2 miliardi di lire.
Contemporaneamente monsignor Marcel Lefebre fonda un movimento tradizionalista che si oppone alle riforme del Concilio Vaticano II, e sfida apertamente il Papa, nel 1976, celebrando la messa a Friedrichshafen (nella Repubblica Federale Tedesca), contro il divieto dei vescovi della regione e senza tener conto della sospensione a divinis datagli da Paolo VI. Si reca poi in Francia e Gran Bretagna per un giro di conferenze. Ma la cosa più importante è che dà una struttura economica alla sua “anti-chiesa”; insieme ai suoi prestanome controlla 200 società finanziarie in Svizzera, acquista conventi abbandonati, seminari con terreni, patrimoni ecclesiastici deserti e costruisce una basilica a Econe, in Svizzera, come controaltare al Vaticano.
Lo scisma di Lefebre ha prodotto non solo l’opposizione tra “messa e messa”, ma anche la scissione degli oboli: una parte al Vaticano, l’altra a Econe: una chiesa di classe che si contrappone ad una chiesa di popolo. Esistono tutte le condizioni per scomunicare Lefebre e questa è stata formalizzata solo il 30 giugno 1988 da Giovanni Paolo II. Come mai Paolo VI non l’ha scomunicato? Quanto hanno pesato le pressioni della borghesia per ricostruire l’identità cattolicesimo/anticomunismo? Quanto le pressioni di Strass, il potente cancelliere della destra democristiana bavarese, in grado di bloccare alcune delle più consistenti fonti finanziarie della Chiesa Tedesca, qualora certe politiche reazionarie non venissero più seguite?

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