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PUÒ LA CHIESA CATTOLICA DIVENTARE LAICA?

di Paolo Bonetti
da www.italialaica.it

Qualcuno ha scritto che, attraverso la dolorosa vicenda dei preti pedofili, la Chiesa cattolica, dopo aver riconosciuto le sue colpe, ha compreso il valore dello Stato laico e ha deciso d’ora in poi, di sottomettersi, in tutto ciò che non concerne la fede, alla legge comune, consegnando sempre i chierici che si rendano colpevoli di qualche crimine al giudizio di quegli organi dello Stato che soli hanno il potere giuridico di condannare o di assolvere. Se davvero fosse così, non potremmo che rallegrarcene tutti, credenti e non credenti, poiché una simile scelta, purché fatta con coerenza, implicherebbe la netta ripulsa da parte delle gerarchie cattoliche di ogni logica di potere, di ogni rivendicazione di privilegi non solo giuridici, ma anche economici, di ogni pretesa di imporre, mediante la legge civile, la propria particolare morale e magari, in qualche caso, la propria immoralità. Sinceramente non riusciamo a crederlo e sospettiamo che la Chiesa cattolica stia piuttosto facendo di necessità virtù e che, di fronte al discredito morale internazionale che l’ha colpita, corra ai ripari con provvedimenti alquanto tardivi e che, probabilmente, mai sarebbero stati presi se lo scandalo non avesse assunto le proporzioni devastanti che continua a manifestare.

Se la Chiesa gerarchica cogliesse l’occasione di questa dura prova per purificarsi e laicizzarsi davvero, essa dovrebbe distruggere alla radice quella struttura centralistica che è ormai incompatibile con l’etica e con il sistema giuridico delle democrazie liberali, alla cui formazione il cristianesimo ha certamente dato un contributo importante, ma di cui non ha certamente alcun merito il cattolicesimo romano. Questo ha sempre combattuto lo spirito e la prassi della democrazia, finché la forza dei suoi avversari e la stessa spinta poderosa proveniente dal popolo cattolico non l’hanno costretto a venire a patti con ciò che aveva condannato in documenti solenni che non possono essere dimenticati.

Il tema della riforma della Chiesa percorre tutta la storia del cristianesimo occidentale, dalla prima embrionale formazione del potere temporale fino agli ultimi tentativi del Concilio Vaticano. E bisogna anche dire, per onestà storica, che talvolta le degenerazioni morali del temporalismo sono state duramente ed efficacemente combattute dalla stessa autorità papale. Si pensi, tanto per fare un esempio particolarmente probante, alla riforma gregoriana dell’XI secolo, che cercò di purificare la Chiesa dalle contaminazioni con il potere imperiale e feudale; oppure alla stessa Controriforma, che non fu soltanto una semplice reazione alla Riforma luterana e calvinista, ma dette anche avvio a nuove forme di pietà e carità, seppure oscurate da intolleranze, persecuzioni e delitti a tutti ben noti. Ancora oggi c’è nella Chiesa cattolica un contrasto vivo e drammatico fra coloro che la vogliono liberare dalle sue incrostazioni di potere e coloro che temono che il grande edificio costruito in due millenni con accortezza politica e spregiudicatezza morale possa franare nella crescente disgregazione causata dall’individualismo religioso.

Forse la domanda che tutti ci dovremmo porre è quella sulla compatibilità fra la democrazia liberale e un’istituzione che si ritiene depositaria di una Verità che si sottrae alla libera discussione e che viene custodita e amministrata autoritariamente da una gerarchia che pensa di possedere in esclusiva quei carismi che aprono le porte del regno di Dio. Le altre chiese cristiane, quali che siano state poi le contraddizioni, gli sviamenti e perfino i delitti in cui sono cadute, hanno comunque abolito la separazione fra il potere sovraordinato dei chierici e la semplice fede dei laici, hanno aperto quella strada dell’autogoverno religioso che la Chiesa cattolica, nonostante infinite sollecitazioni di concili antichi e moderni, ha sempre tenuto rigorosamente chiusa.

L’attuale papa è la sintesi, sempre più stanca e traballante, di duemila anni di autoritarismo, e nella stanchezza, anche fisicamente evidente, di Benedetto XVI, si consuma la tragedia di un cattolicesimo che ormai sa soltanto disperatamente difendersi e, nonostante la fioritura di tanti movimenti ecclesiali fedeli alle direttive che giungono da Roma, non riesce più a dire una parola di autentico rinnovamento spirituale. Dalla cattedra di Pietro non arrivano risposte che ci aiutino ad essere più consapevoli dei problemi che scuotono il mondo globalizzato e degli strumenti che ci possono aiutare a risolverli seppure parzialmente: il papa parla di carità, ma poi qualche volta, quando dice messa, volta le spalle al popolo di Dio, del quale continua a ritenersi il rappresentante in nome di un carisma sempre più sbiadito. Nelle religioni i simboli contano, i gesti sono spesso più importanti delle parole. Ma oggi la Chiesa cattolica non sa bene quali siano quelli che debbono essere compiuti, sospesa fra una sacralità che si disgrega e una laicità della fede che, per realizzarsi davvero, richiede un coraggio riformatore che nessuno all’interno delle stanze vaticane sembra più possedere.

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