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Ijitihad, femminismo e Islam

di Francesca Borri
da www.peacereporter.net, 5 giugno 2010

Ijitihad, in arabo, è l’interpretazione individuale e indipendente del Corano: e il principale strumento delle musulmane che contestano le letture conservatrici e patriarcali dell’Islam. Per molti è una contraddizione in termini: “femminismo islamico”: per Renata Pepicelli, ricercatrice a Bologna, invece è anche l’opportunità di riflettere su un’emancipazione occidentale spesso solo apparente.

Siamo abituati a pensare il femminismo come un brevetto dell’Occidente. I suoi studi, al contrario, raccontano di un femminismo arabo con una storia dinamica e plurale. E lunga oltre un secolo.

L’egiziano Qasim Amin pubblica ‘La liberazione della donna’, libro destinato a diventare un classico, già nel 1899. Sono gli stessi anni, è vero, delle prime rivendicazioni femministe in Occidente – che attraverso il colonialismo, senza dubbio ispirano e influenzano le attiviste arabe. Ma sono anche, soprattutto, gli anni della nahda, la rinascita culturale e sociale del Medio Oriente: e le attiviste arabe, complice la crescente scolarizzazione, non si limitano a seguire e imitare europee e americane: avviano battaglie autonome. Sono gli anni del modernismo islamico, in Medio Oriente, dell’impegno per l’indipendenza: e l’emancipazione delle donne è concepita come una componente del più ampio sviluppo nazionale. Ma si tratta di un femminismo insieme anticoloniale e filoccidentale, in un certo senso, perché il suo obiettivo è valorizzare e importare istituzioni e usi d’oltremare: la discriminazione, cioè, viene contestata non in nome dei diritti delle donne, in sé, ma in quanto simbolo dell’arretratezza e inferiorità araba. L’egiziana Hoda Sha’rawi, icona del femminismo di questi anni, parla l’arabo con difficoltà, preferisce il francese, lingua delle classi alte – ma negli anni Venti, in fondo, anche il nostro femminismo non è che un fenomeno di élite. La cosa più significativa, piuttosto, è che questo primo femminismo è un femminismo arabo, cioè di musulmane e cristiane insieme: perché le ragioni della subordinazione delle donne sono ritenute culturali, sociali, giuridiche – ma non religiose.

Il femminismo islamico oggi, invece, rivendica l’eguaglianza di genere attraverso il Corano.

Attraverso una reinterpretazione del Corano, più precisamente: una sua reinterpretazione alla luce della realtà del nostro tempo. Ed è dunque, per cominciare, una contestazione dell’universalismo occidentale, che declina tutto al singolare – il progresso, lo sviluppo, senza il minimo rispetto per la molteplicità e diversità dei contesti culturali e sociali. Il percorso per l’emancipazione sembra essere uno solo, identico per tutte. Per il femminismo islamico, al contrario, emancipazione è liberazione non dalla, ma nella propria religione e tradizione. Molte musulmane infatti, rileggendo i testi sacri da una prospettiva di genere, sostengono che l’Islam garantisce loro pieni diritti: sono invece le strumentalizzazioni di ristrette élites maschiliste, dicono, a confinare le donne in cittadinanze di seconda classe. D’altra parte, il femminismo islamico è un fenomeno recente, degli anni Novanta: e si è affermato non solo in risposta alla pretesa egemonia dell’Occidente, ma anche, soprattutto, in opposizione alle forme più conservatrici dell’islamismo. Uno dei paesi in cui più si è radicato, per esempio, è non a caso l’Iran. Perché la rivoluzione ha introdotto differenze di status all’interno della famiglia, e l’obbligo del velo: e le iraniane credenti si sono sentite tradite. E cercano ora di contrastare la discriminazione nei loro confronti con gli stessi mezzi con cui viene giustificata: e cioè i testi sacri. Ma tutto questo non avviene solo in Iran, avviene nel mondo islamico in generale. Perché sia nei paesi a maggioranza musulmana, sia nei paesi della diaspora, la religione ha riguadagnato spazio con il crollo delle vecchie ideologie. Si è tornati allo studio collettivo del Corano, e la spiritualità è diventata parte integrante della vita quotidiana. E il contesto naturale, allora, delle rivendicazioni al cambiamento.

Il femminismo islamico si appella all’ijtihad, l’interpretazione individuale e indipendente del Corano che l’Islam consente quando si è davanti a un testo con una pluralità di possibili significati.

Il femminismo islamico, sostanzialmente, è la convinzione che la subordinazione delle donne non derivi dal Corano, ma dalla sua interpretazione – fino a oggi, appunto, monopolio di ristrette élites maschiliste: e più che interpretazione allora, distorsione. Non esiste un’unica lettura del Corano, si dice: una lettura autentica, corretta in ogni tempo: come ogni testo sacro, il Corano non parla che attraverso i fedeli. Per esempio: quelle righe della sura 4, versetto 34, che alcuni uomini richiamano per sentirsi autorizzati a picchiare le mogli – ‘e quanto alle donne di cui temete disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole, poi battetele’: perché quel daraba, picchiare, è un verbo che si ritrova più volte, nel Corano, e sempre con significati diversi. Nel dubbio, allora, si propone di guardare alla vita di Maometto: il modello per ogni musulmano. E Maometto non ha mai picchiato le sue mogli, nota Laleh Bakhtiar: in caso di contrasti, semplicemente si allontanava per stemperare il nervosismo, la tensione, recuperare lucidità e serenità – e poi riprendere la discussione. Quel daraba, allora, più correttamente, è per lei un ‘andare via’. Ma il femminismo islamico non contesta solo l’esclusione delle donne dall’interpretazione del Corano: denuncia anche l’occultamento del loro contributo all’affermazione dell’Islam. Ai tempi di Maometto, le donne partecipavano a pieno titolo alla gestione degli affari politici e militari – pensiamo alla sua ultima moglie, Aisha. L’obiettivo, dunque, è la contestualizzazione storica e sociale del messaggio della rivelazione, per la sua attualizzazione – adeguare ai nostri anni il messaggio di eguaglianza e giustizia dell’Islam delle origini. Il Corano indica la via, non la meta: letteralmente, shari’a significa strada: e la via, appunto, sarebbe il miglioramento della condizione delle donne rispetto all’era preislamica. Anche se sono in molte, e non solo qui in Occidente, a liquidare il femminismo islamico come una fascinazione orientalista: un esercizio di acrobazia ermeneutica che finisce involontario a sostenere regimi reazionari. Per molte femministe la religione, qualsiasi religione, rimane un ostacolo all’emancipazione.

E il velo? Come viene interpretato?

Intanto, in quanto simbolo religioso il velo è vissuto oggi da molte musulmane come una libera scelta: un adempimento di fede che non è possibile imporre per legge – e né, allora, proibire per legge. Contrariamente alle apparenze, dicono, il velo delimita e tutela la sfera privata, consentendo così la conquista dello spazio pubblico – da questa prospettiva, il velo non esclude: include. Tra le femministe islamiche, in particolare, la scelta varia: per alcune il velo è una prescrizione del Corano, per altre no – si è credenti anche senza velo. Ma onestamente, il dibattito sul velo distrae da quella che è la vera novità di questi anni: l’intensa partecipazione delle donne, soprattutto le più giovani, alla vita sociale e politica: ragazze che studiano, che mirano alla realizzazione professionale, non solo familiare – e che nel nostro paese, per esempio, si definiscono italiane e musulmane. L’Islam cioè, in Occidente, non è una alterità, ma un’ulteriore identità. E dunque non impoverisce, ma arricchisce – arricchisce tutti. Frequentando le moschee, incontrando le tante musulmane impegnate su questioni di genere, da quella che guardava mi sono ritrovata a essere quella guardata: e ho imparato così a conoscermi anche attraverso altre angolature – la tirannia della taglia 42, per dirla con Fatima Mernissi: qusta emancipazione a volte solo apparente, per noi occidentali, costrette in realtà all’interno dei desideri maschili.

Però non è l’Oriente contro l’Occidente, lei precisa. Il femminismo islamico è un movimento glocale.

Perché le femministe islamiche sono impegnate in battaglie locali, in particolare per la riforma dei codici della famiglia – battaglie quindi condizionate dal contesto nazionale: ma allo stesso tempo inserite in reti di solidarietà transnazionale. Lo strumento principe è internet, naturalmente: ma anche conferenze, incontri, riviste. Non solo, infatti, il confronto e la comparazione sono molto utili per la formulazione di nuove interpretazioni dei testi sacri: ma soprattutto, agire insieme significa arginare l’isolamento, sottrarsi alla capacità repressiva dei regimi sfidati. Anche se internet si è rivelato molto più che un semplice mezzo di comunicazione e organizzazione: in quanto spazio plurale e informale di voci e opinioni, ha finito inevitabilmente per erodere il monopolio degli ulama sulle questioni religiose. Il femminismo islamico, infatti, non è solo critica dei contenuti, delle singole interpretazioni. Prima ancora, è critica del metodo. Si rivendica una lettura pubblica e trasparente del Corano, in nome del diritto di ogni musulmano a partecipare all’analisi della rivelazione. Un processo democratico da affidare all’intera comunità dei fedeli e delle fedeli.

Ma il rischio non è un femminismo non rappresentativo, privilegio di minoranze tecnologizzate e anglofone?

L’iniziativa, senza dubbio, è di minoranze. Ma pensiamo al Marocco, dieci anni fa, il dibattito sulla riforma del diritto di famiglia. Le femministe laiche si sono contrapposte alle attiviste islamiste: le prime hanno portato in piazza, a Rabat, circa 100mila persone, le seconde, a Casablanca, 200mila. Segno di un dibattito per niente elitario.

Attiviste islamiste. Accanto alle femministe laiche e alle femministe islamiche, quindi, una terza categoria.

Più che femministe islamiste, preferisco dire islamiste attente alle questioni di genere – il termine ‘femministe’ è per loro troppo legato all’Occidente e al suo colonialismo. L’obiettivo è sempre l’emancipazione attraverso l’Islam: però mentre il femminismo islamico mira direttamente all’emancipazione, e all’interno di stati laici, per le islamiste la priorità è creare società basate su princìpi e valori islamici, o comunque ispirate da princìpi e valori islamici – nella convinzione che solo in simili società sia poi possibile una autentica emancipazione delle donne: e più in generale, un autentico sviluppo. L’obiettivo è la complementarietà, invece che l’eguaglianza dei generi: il riconoscimento cioè dell’eguaglianza davanti a Dio, e dunque della pari legittimità dei ruoli, tra uomo e donna, ma anche della diversità di questi ruoli – sia in famiglia sia in società. L’uomo sarebbe più orientato verso la sfera pubblica, la donna verso la sfera privata. Anche se questo non significa assolutamente un’esclusione dalla sfera pubblica: per le islamiste le donne hanno pieno titolo a partecipare alle scelte delle società in cui vivono.

Il Marocco, diceva. Il femminismo islamico ha avuto un ruolo decisivo nella riforma del suo diritto di famiglia.

Il codice risaliva agli anni Cinquanta, all’indipendenza, ed era particolarmente restrittivo – per sposarsi, per esempio, le donne avevano bisogno dell’autorizzazione di un tutore. Ma la loro opposizione è rimasta a lungo inascoltata. Poi, negli anni Novanta, il re si è finalmente deciso a una serie di piccole concessioni: riforme minime, ma espressione dell’inedita forza e influenza di una società civile in fermento. Anche perché erano anni di pressioni intense: per le Nazioni Unite e le loro principali agenzie, l’integrazione delle donne nella vita sociale era un elemento cardine della crescita economica del paese. La sinistra, arrivata al governo, ha proposto riforme allineate all’agenda internazionale – e ha innescato così la contestazione dei movimenti islamici: contrari non certo all’emancipazione delle donne, ma all’assimilazione di modelli esogeni di sviluppo. E da qui, appunto, le due manifestazioni di cui parlavo. Alla fine, la mediazione è stata l’istituzione di una commissione di esperti chiamata non a caso ‘Commissione Ijtihad’ – con il compito, cioè, di studiare una riforma del codice della famiglia nel rispetto dei princìpi islamici. Ogni cambiamento, dall’innalzamento dell’età minima per il matrimonio, all’eguaglianza e corresponsabilità dei coniugi, all’obbligo di divorzio in tribunale, ha trovato legittimità e giustificazione non nelle dichiarazioni universali sui diritti umani, ma in una rilettura del Corano.

In realtà, nella sua ricostruzione lo scontro sulla donna appare come uno scontro più profondo sull’identità delle società musulmane. Su un equilibrio, ancora tutto da calibrare, tra tradizione e modernità.

Il Marocco è l’esempio di come il discorso sull’emancipazione femminile si inserisce in una più generale rivendicazione, sostanziale e non solo formale, di diritti civili, politici, economici sociali, culturali che sono oggi minati da tradizioni restrittive, certo, ma anche da un contesto internazionale di diseguaglianze e asimmetrie. E qui il femminismo islamico, senza dubbio, incrocia e adotta la critica a quella presunzione tutta occidentale secondo cui liberarsi dall’oppressione, modernizzarsi, per i non occidentali, significhi necessariamente liberarsi della propria cultura.

(Di Renata Pepicelli si può leggere “Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme”, Carocci 2010)

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