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Il lato oscuro delle finanze vaticane

Ferruccio Pinotti
www.adistaonline.it

Quale significato ha l’intenzione, manifestata dal presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, di imprimere un nuovo corso alla banca vaticana dopo le recenti inchieste giudiziarie che l’hanno vista coinvolta in nuove e pesanti accuse di riciclaggio? Chi comanda nel complesso mondo delle finanze vaticane? Come si è spostato il pendolo del potere nei primi cinque anni del pontificato di Ratzinger?

Sono nodi delicati, che richiedono una premessa. Con la riforma della Curia promulgata da Paolo VI nel 1967, nasce la Prefettura degli affari economici, una specie di Corte dei conti che ha il compito di “vigilare” su tutte le amministrazioni vaticane e di redigere ogni anno i bilanci preventivi e consuntivi. In accompagnamento alle novità introdotte fin dal 1979 da Giovanni Paolo II, si arriva nel 1981 alla pubblicazione del primo bilancio annuale: esso segnava un disavanzo di 17 miliardi di lire italiane.

Le iniziative di Giovanni Paolo II furono rese necessarie, oltre che dal deficit crescente, dal danno di immagine venuto alla Santa Sede dalla vicenda Ior-Ambrosiano: era del 26 maggio 1984 l’accordo con i liquidatori del Banco Ambrosiano attraverso cui la banca vaticana si impegnava a pagare 244 milioni di dollari come “contributo volontario”, da destinare al risarcimento dei creditori.

Benedetto XVI, dal canto suo, ha cercato di attuare una riduzione della macchina curiale – e dunque anche delle sue spese – realizzando un “dimagrimento” volontario delle strutture del governo centrale della Chiesa, di cui non si conoscono precedenti in epoca moderna.

Quanto ai conti del Vaticano, da tempo la Santa Sede, con una tecnica simile a quelle delle più navigate aziende non quotate, presenta bilanci in leggera perdita, atti a ribadire le necessità finanziarie della Chiesa.

Il Vaticano nel luglio del 2010 ha presentato il bilancio sia per la Santa Sede (con tutti i dicasteri), sia per il Governatorato della Città del Vaticano. I conti del bilancio consuntivo del 2009 appaiono ancora in rosso, tuttavia in netto miglioramento rispetto al 2008. Il bilancio consuntivo consolidato del 2009 della Santa Sede registra infatti entrate per 250 milioni 182mila euro circa ed uscite per 254 milioni e 284mila euro, con un disavanzo di esercizio di 4 milioni 102mila euro.

Si tratta di cifre che lasciano perplessi. È vero che la macchina interna della Chiesa è complessa: nei dicasteri e negli organismi della Santa Sede soggetti al bilancio lavorano complessivamente 2.732 persone, di cui 761 ecclesiastici, 334 religiosi, 1.637 laici. E al Governatorato lavorano 1.894 persone, di cui 31 religiosi, 28 religiose, 1.558 laici e 277 laiche. Ma il bilancio tiene conto di poche voci di entrata, tra le quali una delle principali è l’Obolo di San Pietro, il complesso delle donazioni al papa, che si attesta 82,5 milioni di dollari. Anche i vescovi hanno fatto la loro parte. In base al canone 1271, che li invita a venire incontro liberamente alle necessità della Santa Sede, hanno versato una ventina di milioni di euro nelle casse del papa.

In realtà le finanze vaticane sono ancora lontane da criteri di realismo e trasparenza nel comunicare la consistenza dei propri conti. La glasnost in questa materia è un processo lento e delicato, che ha avuto inizio poco più di vent’anni fa, nell’ ‘89. Vediamo come.

Lo scontro sulla guida dello Ior e il ritorno dell’Opus dei

Il 20 giugno 1989, ben sette anni dopo la morte di Calvi e lo scandalo dell’Ambrosiano, saliva alla guida dello Ior il banchiere Angelo Caloia, presidente del Mediocredito Lombardo e uomo di fiducia di Giovanni Bazoli, patron di Intesa.

Lo Ior, l’istituto finanziario vaticano creato nel 1942 da Pio XII, con personalità giuridica e che dipende tuttora da una commissione cardinalizia, venne riformato da Giovanni Paolo II proprio nel 1989, dopo le vicende che lo avevano visto coinvolto sotto la presidenza di mons. Marcinkus. Con il nuovo statuto entrato in vigore nel 1989, venne soppressa la figura del presidente dello Ior, che dal 1971 in poi era stata tenuta da Marcinkus. Al suo posto si decise di nominare un direttore generale laico, affiancato da un consiglio di esperti, sempre laici, e con ruolo puramente tecnici.

La guida dello Ior nella gestione Caloia è stata contrassegnata da una forte laicizzazione nella gestione delle finanze vaticane e da uno sforzo di trasparenza, culminato nella collaborazione prestata alla magistratura italiana in occasione della vicenda della maxitangente Enimont: una parte dei soldi era infatti transitata su conti in essere presso lo Ior. La Procura della Repubblica di Milano, nell’ottobre ‘93, si rivolse a Caloia per avere informazioni circa la destinazione di gran parte della maxi-tangente, circa 93 miliardi, versata nell’ambito della vicenda Enimont. È emerso che la maxi-tangente dallo Ior si sarebbe suddivisa in diversi filoni con destinazione Lussemburgo, Ginevra, Lugano e Chiasso. Il più consistente (50 miliardi), avrebbe preso la via della Banca Internazionale del Lussemburgo.

Lo Ior è stato poi chiamato in causa di recente dalle Procure di Palermo e di Roma in quanto è emerso che il sindaco di Palermo Vito Ciancimino, noto per i suoi rapporti con la mafia, aveva dei conti presso lo Ior dai quali – secondo il figlio Massimo – sarebbero state dirottate somme di denaro a beneficio di Provenzano e Riina.

Sotto la guida di Caloia lo Ior ha gestito circa quarantamila conti correnti, in diverse valute, principalmente dollaro, euro, yen e franco svizzero. La gestione del patrimonio, costituito dai versamenti in conto di diocesi, missioni, congregazioni, ordini religiosi sparsi nei cinque continenti, e che si avvale della consulenza di esperti internazionali, si è sviluppata con investimenti che interessano il 70 per cento l’area dell’euro e il 30 per cento il resto del mondo.

Lo Ior con Caloia ha privilegiato gli investimenti obbligazionari, ma non sono mancati quelli azionari, concepiti sul medio-lungo termine e relativi a società legate all’economia reale. Caloia ha escluso le operazioni a puro titolo speculativo, frequenti nell’epoca di Calvi, Sindona e Marcinkus. Lo Ior ha ottenuto sotto la gestione Caloia risultati particolarmente brillanti avendo intuito in anticipo la tendenza dei tassi d’interesse.

La gestione di Caloia è durata 20 anni e nel 2009 si è aperta la corsa per la nomina del successore al vertice dello Ior. La commissione dei Quindici che sovrintende alle questioni organizzative ed economiche della Santa Sede ha valutato a lungo la delicata scelta. A decidere è stato il consiglio dei cinque cardinali che presiede alla banca vaticana, guidato dal segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone. Il prescelto è stato il presidente del braccio italiano del gruppo Santander in Italia, nonché editorialista dell’Osservatore romano, Ettore Gotti Tedeschi, portabandiera di quella “finanza etica” che tanto sta a cuore a papa Ratzinger: uomo dell’Opus Dei, è stato sfiorato dallo scandalo Parmalat, poi però è stato prosciolto. Con la sua nomina l’Opus Dei raccoglie un grosso successo, che cancella le voci del suo coinvolgimento nello scandalo del Banco Ambrosiano: è noto che Calvi sperava in un aiuto dell’Opus Dei per il suo salvataggio, che poi non avvenne. L’Opus Dei con Gotti Tedeschi corona il suo sogno di vedersi affidata la delega delle ricchissime finanze vaticane, uno strumento politico di grande peso in mille vicende interne ed esterne alla Curia.

La sfida della trasparenza

L’avvio della presidenza di Gotti Tedeschi è stato tutto in salita a causa dell’inchiesta dei pm Nello Rossi e Rocco Fava della Procura di Roma sul transito dallo Ior al Credito Artigiano di 23 milioni di euro di cui non è apparsa chiara né la destinazione né l’origine. L’inchiesta è scaturita da una segnalazione dell’Uif, l’Ufficio di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, preposto ai controlli previsti dalla normativa antiriciclaggio. Si trattava della movimentazione di 20 milioni destinati all’istituto di credito tedesco J.P. Morgan Frankfurt e di altri tre milioni destinati alla Banca del Fucino. I 23 milioni di euro depositati al Credito Artigiano sono stati sequestrati dalla procura il 20 settembre 2010 dal gip del Tribunale di Roma su richiesta dei pm della procura capitolina. Il Gip di Roma, Maria Teresa Covatta, respingendo l’istanza dei legali della banca vaticana, ha sottolineato il fatto che “resta impossibile individuare i beneficiari di bonifici e assegni”.

Nell’indagine è indagato anche il direttore generale dello Ior Paolo Cipriani. Nel dispositivo con cui il gip motivava la sua decisione di non dissequestrare i soldi, veniva messo in evidenza come non siano “intervenute modifiche sostanziali rispetto al quadro indiziario preesistente in ragione della persistenza di quella che correttamente il pm definisce ‘globale confusione’ della disponibilità sui conti riferibili allo Ior”. Una situazione “testimoniata dalla impossibilità di fatto di individuare da parte della banca depositaria – scriveva il Gip – i clienti Ior beneficiari di bonifici e assegni, la cui identificazione passa esclusivamente per il tramite dello stesso Ior, senza possibilità di controllo e riscontro da parte delle autorità italiane”.

Secondo i magistrati di piazzale Clodio, “è proprio un siffatto schema intellettuale ed operativo che ha determinato le violazioni della normativa antiriciclaggio in cui sono incorsi i dirigenti dell’Istituto; che ha permesso di utilizzare conti Ior per operazioni di assai dubbia liceità su cui sono in corso molteplici accertamenti di questo ufficio”. In assenza dell’osservanza delle norme poste a garanzia “di un ordinato e trasparente svolgimento dei rapporti tra enti creditizi italiani e Ior in funzione antiriciclaggio”, la banca vaticana “può facilmente divenire un canale per lo svolgimento di operazioni illecite di riciclaggio di somme di danaro provento di reato”. Parole pesanti, che hanno scatenato molte dietrologie.

La pressione della banca d’Italia e della magistratura è stata interpretata da alcuni osservatori come un attacco della finanza “laica” e massonica al santuario dello Ior, di fatto allo stesso tempo una banca in-shore e off-shore, tramite ideale per evasioni fiscali, pagamenti estero su estero, transito di tangenti e fondi neri, riciclaggio. Sta di fatto che dopo l’esplosione dell’inchiesta, che fa seguito ad un’analoga indagine del 2009, lo Ior ha annunciato l’intenzione di aderire formalmente alle principali materie internazionali in tema di riciclaggio.

Il 30 dicembre il Vaticano dava notizia della pubblicazione del Motu Proprio del Papa con cui verrà data applicazione alla normativa europea antiriciclaggio. Esso contiene il dispositivo “concernente la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”. Un passo verso l’iscrizione del Vaticano nella “white list” dei Paesi dell’Ocse, voluta dai vertici della Santa Sede per proseguire l’operazione di trasparenza già avviata. Con il Motu Proprio sarà pubblicato anche lo statuto dell’Aif, l’Autorità di informazione finanziaria che recepirà le norme internazionali in materia di controllo preventivo. Si colmerà così una lacuna nella legislazione vaticana e si crea un organismo che in un certo senso ricalca quelle che sono le prerogative in Italia dell’Uif, l’Ufficio di informazione finanziaria controllato dalla Banca d’Italia. La legge interesserà tutte le attività economiche dello Stato della Città del Vaticano, non soltanto l’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica), ma le tutte amministrazioni, anche i Musei Vaticani. Resta però il nodo dell’Istituto Opere di Religione, che, come ha ricordato più volte il suo presidente Ettore Gotti Tedeschi, “non è una banca”, ma realizza un “servizio che offre a diocesi, congregazioni ed enti religiosi”.

Anche lo Ior in teoria dovrebbe rientrare nel dispositivo della nuova legge, anche se l’Istituto propriamente non è un organismo dello Stato della Città del Vaticano. Ma, a quanto si è appreso, la commissione cardinalizia che sovrintende le sue attività ha dato espressa delega ad adeguarsi alle nuove norme contenute nel Motu Proprio. Quanto alle persone che si dovranno occupare dell’operazione trasparenza, già da tempo al centro della vigilanza finanziaria vaticana è stato messo il card. Attilio Nicora, presidente dell’Apsa, nominato dal segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone.

Le autorità europee in materia di monetazione hanno tra l’altro fatto dei rilievi al Vaticano per la coniazione delle famose e ambite serie d’oro, che, pur essendo soltanto monete commemorative dell’anno, sono sempre emesse in euro (25 e 50 euro). Il rischio era, tra l’altro, il blocco dell’emissioni di monete, tanto ricercate dai collezionisti di tutto il mondo.

Resta ora da vedere se e in che termini la promessa di trasparenza e pulizia sarà mantenuta, tenendo comunque presente che lo Ior rappresenta un unicum a livello mondiale in termini di struttura giuridica, operatività, livello di protezione dallo sguardo della magistratura e del fisco.

La lunga avventura delle finanze vaticane promette quindi nuove sorprese, anche perché la finanza “cattolica” ha vinto la sua battaglia in Italia: alla guida del potere politico ed economico sta un alleato storico del Vaticano come Silvio Berlusconi; in vetta al tempio laico di Mediobanca siede un cattolico come Geronzi, mentre il gruppo Intesa è in mano al cattolicissimo Bazoli, interprete di una visione diversa e più attenta all’etica delle finanze vaticane.

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