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Il risorgimento contro la chiesa

Paolo Bonetti
www.italialaica.it

Le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia hanno portato con sé, inevitabilmente, alluvioni di retorica e qualche buona analisi storico-politica. La retorica, in queste circostanze è da mettere pazientemente nel conto, soprattutto perché la persistente debolezza della nostra identità nazionale e i pericoli che ancora la minacciano spingono molti celebratori a ricoprire con una fitta nebbia di parole quel molto che ancora manca per poterci considerare uno Stato veramente moderno.

Colpa della classe dirigente liberale e laica che unificò il paese? Parlare in sede storica di colpe ha sempre il sapore non gradevole della cosiddetta storia tribunalizia, mentre si tratta piuttosto di capire che cosa è davvero accaduto e quali strade alternative fossero, in quel momento, praticabili.

Per sottrarre l’Italia alla decadenza che era cominciata con l’epoca della controriforma cattolica, non c’era in realtà altra strada che quella che venne percorsa da Cavour e dai suoi immediati successori. Certo, a leggere oggi la costituzione della Repubblica romana, democratica e mazziniana, si è affascinati dalla sua straordinaria modernità civile, di gran lunga superiore a quella dello statuto albertino…

Ma l’Italia era allora un paese economicamente e culturalmente arretrato, che cercava faticosamente, per opera di quei pochi esponenti della classe dirigente che erano in sintonia con la migliore cultura europea, di riemergere da un lungo sonno della ragione cominciato nella seconda metà del Cinquecento.

Negli ultimi secoli c’erano ancora stati episodi luminosi della civiltà italiana (si pensi soltanto alla scienza galileiana e poi al movimento illuminista milanese e napoletano), ma la società nel suo complesso era affondata nella palude inerte di un cattolicesimo conformista e privo di slanci ideali.

Anche qui giustizia storica vuole che non si dimentichino le tante opere di carità dei nuovi ordini religiosi, ma era venuta meno, in tutti gli strati sociali, quella religiosità intima e convinta che può alimentare anche la vita civile.

Oggi ci sono storici che accusano l’Italia del Risorgimento di essersi fatta contro la Chiesa e contro quella che essi definiscono la “religione nazionale”. Bisognerebbe, a questo proposito, chiarire un equivoco che rischia di confondere i termini precisi del problema.

In realtà, il cattolicesimo non è mai stato una religione nazionale, ma porta nel suo stesso nome un’esigenza universale e cosmopolitica che mal si adatta a fungere da piedistallo ideologico per la creazione di un’identità nazionale. D’altra parte, gli Stati-nazione non sono sorti e non si sono consolidati in Europa, all’inizio dell’età moderna, per merito e volontà delle confessioni religiose (cattolica o protestante che fossero), ma perché le classi dirigenti di quei paesi hanno saputo piegare le loro Chiese alle esigenze di una politica che voleva superare il frazionamento e i conflitti del vecchio ordinamento feudale.

Non sono state certamente le Chiese a promuovere il rafforzamento degli Stati, anche quando questi erano governati da ecclesiastici, peraltro assai più uomini politici che uomini di fede. Spesso si dimentica che, ben prima delle battaglie risorgimentali italiane per la laicità, si sono combattute in Europa molte lotte per liberare gli Stati nazionali dalle ingerenze del clero e per eliminarne i privilegi economici, giudiziari ed educativi. Nel Settecento, perfino la cattolicissima Austria cercò di sottrarsi a ogni dipendenza nei confronti dell’autorità ecclesiastica.

Nessuna meraviglia, quindi, che l’aspirazione italiana all’indipendenza e all’unità si sia dovuta scontrare duramente con un mondo cattolico ancora refrattario ad accogliere istituzioni e cultura della modernità. I cattolici liberali ci furono, ma furono una minoranza, per quanto culturalmente prestigiosa, combattuta ed emarginata dalla Chiesa.

La vera unità d’Italia si compie non il 17 marzo nel Parlamento, ma il 20 settembre 1870 alla breccia di Porta Pia. Diciamo questo non per rinverdire vecchie polemiche anticlericali, ma per ricordare che se la nascita dello Stato italiano non ha avuto la benedizione della Chiesa cattolica, esso porta con se, fin dalle origini, una legittimazione del tutto laica e, quali che siano ancora oggi le sue tare e i suoi ritardi, è su questa laicità che deve far leva per integrare i nuovi cittadini che si affacciano quotidianamente alle sue frontiere.

Centocinquanta anni fa l’Italia era un paese quasi integralmente cattolico e i valori di libertà non erano forse ben presenti alla coscienza della stragrande maggioranza dei cittadini. Oggi nessuna identità etnico-religiosa può fare da collante di uno Stato in cui debbono necessariamente convivere molteplici culture, e l’Italia è sempre meno quella nazione cattolica di cui favoleggiano ancora le gerarchie ecclesiastiche.

Tornare consapevolmente alle radici della laicità risorgimentale significa, in realtà, proiettarsi verso il futuro di una società in cui tutte le differenze, a cominciare da quelle religiose, non vivano separate e incomunicabili, ma si incontrino in quello spazio laico che, unico, è in grado di garantirne la sopravvivenza.

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