Home Chiese e Religioni Alla Babele di Libia si associa il Vaticano. Tacendo

Alla Babele di Libia si associa il Vaticano. Tacendo

Sandro Magister
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Un silenzio che è passiva accettazione dei raid aerei contro Gheddafi. Decisi per fini “umanitari”? Il vescovo di Tripoli non ci crede: “Questa guerra non risolve nulla”

Proprio mentre a Parigi ha la sua apertura solenne il “cortile dei gentili” voluto da papa Benedetto per un pacifico dialogo planetario tra uomini di fede e uomini lontani da Dio, da quella stessa Parigi e dal presidente francese Nicolas Sarkozy – come poi da altre capitali occidentali in ordine sparso – ha preso il via la più disastrosa Babele politica e militare che si sia mai vista in questo secolo, su scala internazionale.

Una Babele che si scarica sulla Libia. Spaccata questa tra Gheddafi e i rivoltosi. Ma attaccata da stati a loro volta divisi da interessi e rivalità. Privi di un comando unificato. Privi di obiettivi comuni e di un minimo di visione globale.

Una Babele i cui sviluppi volgono tutti al peggio. Vittorio Emanuele Parsi, docente all’Università Cattolica di Milano, tra i più acuti esperti di politica internazionale, ha riempito martedì 22 marzo un’intera pagina di “Avvenire”, il quotidiano della conferenza episcopale italiana, per analizzare tutti i possibili sbocchi dell’avventura libica. Tra le “mille incognite” esaminate, non ce n’è una sola che tranquillizzi.

Ma in questa babelica confusione c’è un elemento in più. Il silenzio delle autorità della Chiesa cattolica.

Un silenzio che contrasta con i giudizi incalzanti che le stesse autorità della Chiesa, ai vari livelli, emettono ogni volta che si pone mano alle armi tra gli stati e dentro gli stati. Ogni volta che è compiuto un eccidio.

Certo, per proteggere chi resta esposto a nuove aggressioni la Chiesa fa largo ricorso alla virtù della prudenza. Il realismo politico non le è estraneo. I suoi fedeli sono presenti in tutti i continenti e in alcuni luoghi affrontano rischi mortali.

Ma anche se cauto, il giudizio della Chiesa è di norma netto. Non equivoco. E neppure dogmatico. Giovanni Paolo II fece di tutto per contrastare la seconda guerra del Golfo, in Iraq, ma mai condannò teologicamente e moralmente quei cattolici che la ritenevano giusta.

Questa volta, invece, ogni giudizio tace.

Benedetto XVI, all’Angelus di domenica 20 marzo, ha invocato protezione e soccorsi per i cittadini inermi e ha pregato perché “un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nordafricana”. Ma sulla guerra non ha espresso alcuna valutazione, neppure velata.

Perché questa – del “no comment” sulle azioni militari intraprese in Libia da alcuni governi occidentali – pare essere la linea adottata dalla segreteria di stato vaticana. “L’Osservatore Romano”, che esprime istituzionalmente tale linea, ha titolato a tutta pagina, mentre gli attacchi missilistici e aerei erano in pieno svolgimento: “Un orizzonte di pace per la Libia”. Con subito sotto la foto del papa con una colomba, e il rimando alla sua preghiera e al suo appello umanitario.

Quella dell'”ingerenza umanitaria” è l’unica ragione alla quale le autorità della Chiesa si sono appellate negli ultimi decenni per giustificare un intervento armato in un determinato paese.

Giovanni Paolo II lo invocò in difesa della Bosnia e poi del Kosovo, quando le potenze occidentali erano riluttanti a intervenire. E fece capire – inascoltato – che l’avrebbe voluto anche per il Rwanda, quando il genocidio era alle porte.

Analogamente, Benedetto XVI ha assegnato agli stati e alla comunità internazionale la “responsabilità di proteggere” i popoli dalle aggressioni, nel discorso da lui tenuto a New York, alle Nazioni Unite, il 18 aprile 2008.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della conferenza episcopale italiana, ha ribadito lo stesso principio quando ha detto, pochi giorni fa: “Il Vangelo ci indica il dovere di intervenire per salvare chi è in difficoltà”.

Ma tale principio può essere applicato al caso della Libia? A sentire il più autorevole dei testimoni cattolici sul campo, il vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, no. “Non sono le bombe che possono darci la pace”, ha detto in un’intervista del 22 marzo alla Radio Vaticana.

E in un’intervista del giorno dopo a “Il Foglio” il vescovo Martinelli ha espresso con parole ancor più drastiche la sua totale contrarietà ai raid aerei occidentali: “Mi fanno ridere coloro che dicono che l’intervento militare in Libia è per fini umanitari”.

In effetti, più che lo sterminio di una popolazione inerme e innocente ad opera del regime di Gheddafi, in Libia risulta essere in atto una vera e propria guerra civile, con i rivoltosi anch’essi armati. Una guerra civile che l’intervento militare di alcuni stati occidentali pare lontano dal risolvere fruttuosamente.

Tanto più colpisce il “no comment” sulla Libia delle autorità vaticane, quanto più tale neghittosità si estende, da qualche tempo, all’intero quadrante arabo e mediorientale.

Ciò che accade nello Yemen, o nel Bahrein, o in Egitto sembra essere registrato dai diplomatici vaticani con la stessa rinunciataria passività con cui prendono atto del caso libico.

Anche qui “L’Osservatore Romano” riflette diligentemente gli indirizzi della segreteria di stato. Nel riferire, ad esempio, della vittoria schiacciante dei “sì” nel referendum del 20 marzo sulle varianti alla costituzione in Egitto, il giornale della Santa Sede ha riportato, come unico giudizio sul voto, quello espresso da un consigliere della Casa Bianca, secondo cui “i risultati del referendum rappresentano un successo per la transizione democratica in uno dei paesi chiave della regione”.

Quando invece quello stesso giorno, il 22 marzo, e sullo stesso avvenimento, il referendum egiziano, il quotidiano dei vescovi italiani “Avvenire” ha pubblicato un editoriale di Luigi Geninazzi di intonazione opposta, come si evinceva già dal titolo: “Prime disillusioni sulla primavera egiziana. Vincono i Fratelli Musulmani e i pro-Mubarak”.

In effetti, quel risveglio democratico che si era intravisto tra gennaio e febbraio al Cairo in piazza Tahrir, con musulmani e cristiani copti che fraternizzavano, è oggi più un ricordo che una realtà.

La tregua che era seguita al Natale di sangue di Alessandria d’Egitto ha infatti lasciato il passo in questo mese di marzo a una ripresa delle aggressioni islamiste contro i copti e le loro chiese.

E ora, la vittoria dei Fratelli Musulmani al referendum costituzionale ha messo il sigillo su quell’articolo 2 che indica nella sharia islamica la fonte principale della legislazione, anche per il futuro Egitto. Un durissimo colpo – ha commentato “Avvenire” – per la popolazione cristiana d’Egitto, per la quale “la riforma della costituzione ha sempre rappresentato una questione di vita o di morte”.

“La Libia vacilla. Ma intanto il Libano è già perduto”, ha titolato www.chiesa un suo servizio d’inizio marzo, con riferimento allo strapotere di Hezbollah in quello che fu l’ultimo regno cristiano d’oriente.

Oggi la Libia è ancor più a rischio. In Egitto, che per molti arabi è il paese guida, gli islamisti guadagnano sempre più terreno. Nello Yemen, dopo una strage a freddo di 52 manifestanti nella sola giornata di venerdì 18 marzo, ambisce a salire al potere un generale, Ali Muhsen Saleh, anche lui privo di qualsiasi credenziale democratica. Nel Bahrein la monarchia sunnita ha dovuto ricorrere all’esercito della vicina Arabia Saudita per sottomettere la popolazione sciita ribelle, appoggiata dall’Iran. A Gaza Hamas è più spavalda, mentre a Gerusalemme scoppiano nuove bombe.

Persino il superpoliziesco regime siriano è scosso da moti di protesta, sanguinosamente repressi. E più lontano, in quel Pakistan del “puro islam” che vuol mettere a morte la cristiana Asia Bibi e ha appena visto il martirio del ministro Shahbaz Batthi, altri cristiani sono stati uccisi il 23 marzo davanti a una chiesa di Hyderabad.

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