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Chiesa, Islam, Democrazia

Massimo Faggioli
Europa On Line

Secondo uno degli schemi mentali post-11 settembre, l’Occidente teme le rivoluzioni democratiche nel mondo arabo perché ha paura che le nuove democrazie vengano svuotate dall’islamismo radicale. Se questo schema mentale vale anche per la visione della chiesa di Roma sulla questione mediorientale, vale a spiegare soltanto una parte della visione del mondo del cattolicesimo di inizio secolo XXI.

Dietro a ogni idea politica c’è un’idea teologica, e questo vale per il cattolicesimo come per l’Islam: la questione cruciale per la cultura politica della chiesa contemporanea è il tentativo attuale di dichiarare morta la cultura del “cattolicesimo liberale”, il che significa condannare a morte anche gran parte della cultura del cattolicesimo sulla democrazia e sull’idea di democrazia come punto di arrivo di un arco storico.

Il cammino dei cattolici verso la cultura democratica, nel corso degli ultimi due secoli almeno, è stato caratterizzato da un intreccio tra le rivendicazioni del laicato cattolico a favore di forme di “democrazia interna” alla chiesa e l’accettazione dei principi di libertà e democrazia affermati dalle rivoluzioni di fine Settecento in Francia e America e dalle rivoluzioni di metà Ottocento in tutta Europa. Il cattolicesimo liberale, in Europa e America, fu quell’anima teologica della chiesa di Roma che costruì un discorso di “educazione democratica” della chiesa: un discorso che per lungo tempo, fino a metà Novecento, venne percepito dal cattolicesimo istituzionale come una specie di “intelligenza col nemico” ideologico numero uno della chiesa, la Rivoluzione francese.

Alla fine prevalse anche nel magistero pontificio di Pio XII, sullo sfondo delle macerie della Seconda guerra mondiale, un’idea di democrazia non giacobina ma comunque convinta dell’irrinunciabilità, anche teologica, di un nesso tra cattolicesimo e democrazia. Era l’età d’oro della cultura cristiano-democratica e dei partiti democratici cristiani in Europa, culminata con le parole del concilio Vaticano II e della costituzione sulla chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, e durata fino al pontificato di Paolo VI. Quello che è avvenuto, all’interno del cattolicesimo mondiale, nel corso degli ultimi trent’anni, da Giovanni Paolo II in poi, è una messa tra parentesi (se non peggio) della cultura liberale del cattolicesimo.

Ma se papa Wojtyla aveva combattuto strenuamente il liberalismo teologico (la teologia femminista, la richiesta di maggiore collegialità all’interno della chiesa), con Benedetto XVI si è arrivati a dubitare dei legittimi quanto tardivi entusiasmi del cattolicesimo romano per la democrazia liberale: una democrazia nella quale gli entusiasti del cattolicesimo ratzingeriano fanno mostra di non credere, usufruendo però di tutti i vantaggi di essa.

Nei silenzi e nei tormenti della chiesa cattolica romana e dei cattolici di fronte alla guerra in Libia c’è di più dell’imbarazzo di fronte ad una guerra in bilico tra intervento umanitario ed eliminazione del dittatore libico. C’è anche un imbarazzo intellettuale e teologico di fronte alla questione della democrazia nel mondo occidentale e non: la visione scettica di Joseph Ratzinger sulla democrazia liberale è l’epitome più che la causa di questo imbarazzo. Ma c’è un costo nascosto di questa reticenza del pontificato ad avocare convintamente la causa della democrazia: se la causa della democrazia nel mondo occidentale può permettersi di perdere la voce del cattolicesimo, non possono permettersi questo lusso quanti combattono per la democrazia al di là dei confini geografico-spirituali dell’Europa di Benedetto da Norcia e di Benedetto XVI. Senza un discorso sulla democrazia, ad esempio, il braccio di ferro della chiesa di Roma con il regime cinese rischia di diventare una riedizione delle controversie giurisdizionaliste del Settecento tra imperi: una pura lotta per la supremazia di una giurisdizione sull’altra.

Questa involuzione dell’atteggiamento cattolico sulla democrazia ha effetti anche nel mondo postcoloniale e mediorientale. Il politologo conservatore (ma non neoconservatore) Samuel Huntington, nel suo libro più intelligente (anche se non celebre come Lo scontro di civiltà), vale a dire La terza ondata (pubblicato nel 1991) aveva affermato che il processo di democratizzazione nel mondo non occidentale doveva di più al concilio Vaticano II che alla diffusione dell’economia di mercato. Una lettura riduzionista della cultura politica del Vaticano II ha dei costi non solo teologici, ma anche politici su scala globale: se non ci riescono i teologi e i politici cattolici, speriamo che almeno il defunto politologo di Harvard riesca a convincere coloro che plasmano il messaggio del pontificato sul legame tra cattolicesimo e democrazia.

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