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Tricolore contro rassegnazione

Gianni Genre
Riforma, 8 aprile 2011

«Cercate il bene della città e pregate per essa» (Geremia 29, 7)

La bandiera. Incontro vecchi amici e vedo che anche loro hanno issato, sul balcone di casa, un tricolore. Non l’hanno riposto dopo le giornate dedicate ai festeggiamenti del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Già, perché la ragione che soggiace a questa piccola decisione, non risiede nel «compleanno» di questo Paese.

Ne parliamo sorridendo e concordiamo nel pensare che è vero: dieci o vent’anni fa, non l’avremmo fatto e non lo abbiamo mai fatto prima, allergici come siamo ai nazionalismi e tiepidi sui discorsi relativi alla Patria. Ci siamo detti: proprio noi, che ci siamo sempre sentiti un poco in esilio in questo Paese che pure amiamo, proprio noi che non ci riconosciamo affatto in molte delle caratteristiche dell’«italianità» e guardiamo spesso all’estero con grande simpatia e una punta di invidia.

Perché allora quel tricolore? Per qualcosa che affonda le sue radici ma va aldilà delle solide ragioni storiche che ci ricordano che gli evangelici combatterono e morirono per questo Paese e per la sua unità; per qualcosa che è legato ma al tempo stesso trascende le testimonianze dei condannati a morte della Resistenza che parlano continuamente di una Patria libera e democratica, una sorta di magnifica Spoon River italiana. Perché, allora? Per fare qualcosa per salvare il nostro Paese, perché dalla salvezza di questo Paese dipendono anche il nostro e l’altrui avvenire.

Questi due amici, come me, sono ogni giorno compagni di cammino di donne e di uomini affaticati, disorientati, anche impauriti: chi ha perso e non ritrova il lavoro, chi ha paura di perderlo (anche nei posti che un tempo erano ritenuti sicuri, come la sanità o la scuola), chi non se la sente più di impegnarsi «perché tanto non serve a nulla», chi non trova le energie neppure per indignarsi davanti allo spettacolo quotidiano che ci viene offerto da coloro che fanno scempio delle istituzioni e di quella Carta della convivenza civile che è la nostra Costituzione. Rassegnati.

Agli esuli trascinati nell’immenso impero di Babilonia, il profeta Geremia scrive una lettera piena di incoraggiamento e di speranza. Contro i falsi profeti che dicevano che l’esilio sarebbe durato un anno o due, Geremia parla di tempi lunghi, almeno settant’anni. Non sarà facendo le barricate (come qualcuno vorrebbe fare nei confronti dei disperati che arrivano dal Nord Africa) o ripiegandosi sulla propria piccola comunità che si otterrà una garanzia di protezione e di sicurezza. Ma nel lavorare per il bene della città e pregando per essa.

Sì, quel tricolore – ci siamo ripetuti e la cosa ci è parsa del tutto inedita – assume anche la veste di una preghiera appena sussurrata, contro ogni rassegnazione. Perché l’Italia ritrovi e salvi la sua anima. E noi la nostra: insieme a lei.

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