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Per aprire una nuova prospettiva

Marica Di Pierri (www.asud.net)
Liberazione, 19 giugno

La vittoria di lunedì scorso, con il quorum raggiunto per la prima volta in un referendum popolare dopo 16 lunghi anni; la carica innovativa di una mobilitazione straordinaria e diffusa unite alla portata simbolica dei temi coinvolti nella consultazione e alla profonda crisi sociale che il paese vive, sono destinate a dettare nei prossimi tempi l’agenda dei movimenti italiani . Partendo da subito. Da Genova.

Tra un mese si entrerà nel vivo delle celebrazioni per il decennale del G8 del 2001, ed è una occasione che questa nuova ‘società in movimento’può e deve cogliere.

A Genova, dieci anni dopo, possiamo chiudere un cerchio e aprire finalmente una nuova prospettiva. Chiudere con un ciclo storico che non ha coinvolto solo il berlusconismo, ma la sbornia neoliberista cui hanno guardato tutte le forze politiche in questi ultimi anni.Per aprire ad un futuro distante anni luce dalle prospettive sterili e chiuse che ci hanno lasciato per lungo tempo intravedere.

Senza smettere di chiedere giustizia per lo strappo democratico e la sospensione dello stato di diritto subiti durante le giornate di quel luglio 2001 ma guardando saldamente davanti a noi. A un percorso da costruire partendo dal quadro nuovo in campo dallo scorso 13 giugno.

Facendo uno sforzo unitario tale da riuscire a superare gli identitarismi che spesso hanno reso la politica dal basso incomprensibilmente simile a quella classica, o velleitaria. Avendo a cuore sopra ogni cosa la ricostruzione delle fondamenta della nostra società. Beni comuni, diritti sociali, lavoro, giustizia ambientale, riconversione dell’economia, pace.
Ripartendo da subito dunque.

Occorre lavorare già da oggi con più entusiasmo e abnegazione di prima, superando gli inebrianti fumi della vittoria, ma soprattutto non perdendo di vista la complessità e le straordinarie opportunità che il cammino innanzi a noi ci offre. Finalmente.

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Referendum, chi vince e chi no
Giuseppe De Marzo (www.asud.net)
il Manifesto, 19 giugno

Dalle urne una rivoluzione culturale. Che mostra l’emergere di un nuovo blocco sociale, ridefinito dalla crisi economica. Quella che esce sconfitta è la classe politica del nostro Paese. Che non può continuare a vivere di rendita

Una rivoluzione culturale! Questo il significato politico del 12 e 13 giugno. La grande vittoria dei comitati referendari è destinata a segnare una fase storica nel nostro paese perché porta con se la terra nuova su cui saranno costruite le fondamenta del futuro. Una terra in cui le proposte e le prospettive sono chiare, concrete ed immediate.

Come il diritto sacrosanto all’accesso ai servizi basici fondamentali, la necessità di un nuovo modello di sviluppo ancorato alla limitatezza delle risorse ed alla difesa dei beni comuni ed infine il diritto più grande riconquistato: quello alla partecipazione alle scelte politiche. Una rivoluzione culturale che rovescia il paradigma dominante con la forza schiacciante di 27 milioni di italiani e con una partecipazione popolare di massa ed allo stesso tempo eterogenea.

Questi referendum hanno portato alla luce una rete di relazioni e rapporti sociali diversi rispetto alla rappresentazione della politica offerta dai partiti e dai media. Si sta consolidando nel corso di questi anni un nuovo blocco sociale, condizione necessaria ed ineludibile per determinare trasformazioni profonde e durature di una società.

Le suore e i sacerdoti in sciopero della fame dinanzi a San Pietro lo scorso 9 giugno ne sono una testimonianza visiva, come la gran parte dei giornali cattolici che circolano nella parrocchie di periferia. Tutti a favore di un altro modello di sviluppo e concordi nell’affermare principi cristiani di solidarietà, rispetto e giustizia.

Una scelta precisa e consapevole fatta dalla maggioranza dei cattolici anche nelle urne, che smentisce quei dirigenti politici che fanno del loro essere cattolici un fatto distintivo ma sono poi impegnati nella corsa alle privatizzazione ed alla follia nucleare. Questo pezzo di società ha guardato dall’inizio alle nuove soggettività della politica nate nelle vertenze ambientali da nord a sud del paese.

L’epicentro del cambiamento parte proprio da questi soggetti: migliaia di comitati impegnati a difendere territorio, beni comuni e accesso ai servizi basici. Il popolo dei beni comuni, come è stato definito. Questo popolo si muove seguendo le forme della democrazia partecipata e comunitaria, riscatta l’educazione popolare e fa propria la sfida globale della giustizia ambientale.

A questi si è andato sommando un pezzo di società ridefinito dall’inizio della crisi economica che ha coinvolto l’Italia a partire dal 2008. Precari, maestri, studenti, donne, movimenti, giovani laureati, piccole partite Iva, cooperative, associazioni, centri sociali, un popolo che nel nuovo disagio sociale ha fatto la scelta di costruire ponti con le vertenze che aveva intorno, invece di fare l’errore di chiudersi in se stesso.

Così come un ruolo fondamentale di apripista sulla questione sociale è stato giocato dal movimento operaio che ha segnato le lotte di autunno, nella strenua e coraggiosa difesa di principi costituzionali visti come un ostacolo alle necessità di un modello di sviluppo in crisi e per questo ancora più feroce.

Un nuovo blocco sociale si sta quindi sedimentando attraverso relazioni, pratiche e proposte nuove. Invece di farsi deprimere dalla crisi e dalla frammentazione sociale, è stato capace di trovare forme unitarie di espressione e conflittualità, aprendo finalmente un ragionamento ed una pratica di critica al sistema nel suo complesso.

Parliamo di “società in movimento” proprio per indicare il passaggio che ci ha consentito di uscire dalle forme classiche di movimento a quelle che hanno coinvolto milioni di cittadini nella ricomposizione di un tessuto sociale e di una prospettiva generale comune.

La rivoluzione culturale portata da questa vittoria referendaria ci introduce un tempo nuovo anche nella relazione con i media. Il fatto che la stragrande maggioranza sia andata a votare nonostante la censura imposta a noi comitati sui principali media e talk show televisivi vuol dire che l’idea di costruzione unica del consenso attraverso l’uso delle televisioni è superata.

Non che non contino più, ma sicuramente meno di prima. L’utilizzo delle nuove tecnologie, dei social network ed il ritorno di forme dal basso di partecipazione popolare, condite da una creatività che premia la diversità, hanno reso possibile aggirare il blocco imposto dalle lobby del potere economico finanziario ai media.

Ma chi esce sonoramente sconfitto dal referendum del 12 e 13 giugno è la rendita di posizione che la classe politica del nostro paese pretende di continuare ad avere. La situazione sociale, le privatizzazioni, la precarietà, i disastri ambientali sono figli di una politica bipartizan che ha avuto nella fede assoluta verso il mercato la sua stella polare in questi ultimi venti anni. Questa idea ha perso, come la classe dirigente che l’ha imposta.

Bipolarismo, privatizzazioni e verticalità del potere sono state concause della crisi, non la ricetta come ci volevano far credere. Vince invece la democrazia partecipata e la costruzione di relazioni orizzontali, organizzate ma non gerarchizzate. Perde l’idea della semplificazione nelle ricette da apporre alla crisi.

Vince l’idea di una società complessa, interconnessa ed interdipendente fondata sulla giustizia sociale ed ambientale. Perde l’idea dello sviluppo misurato sul Pil. Vince l’idea che lo sviluppo debba avvenire senza intaccare i limiti ambientali e l’accesso ai servizi basici per tutti. Perde l’individualismo e l’egoismo sociale.

A questo punto la politica può far finta di niente e continuare a rimanere ostaggio del modello economico e sociale neoliberista che questa crisi ha provocato. Noi diciamo invece che per rispondere alle crisi e dare risposte alle esigenze della maggioranza degli italiani e delle italiane c’è bisogno di difendere i beni comuni, riconvertire ed innovare ecologicamente la nostra industria, istituire il reddito di cittadinanza e ri-territorializzare le produzioni, per cominciare.

Sino ad ora non siamo stati ascoltati. Ma il fatto nuovo e ineludibile è questo: la vittoria e la rivoluzione culturale del 12 e 13 giugno rendono tutti consapevoli del fatto che la vecchia politica ed il suo modello ingessato sono definitivamente superati e, così restando le cose, saranno spazzati via non solo dall’evidenza scientifica ma dall’emergenza sociale e dalla rinnovata capacità di partecipazione e prospettiva del popolo sovrano.

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Osservatore e Avvenire: «C’è molto mondo cattolico tra il popolo dei sì».

Valerio Gigante
Adista n.48/2001

Qualcuno ha sottolineato come ad incassare la straordinaria vittoria sui referendum del 12 e 13 giugno siano anche coloro i quali, Bersani e lo stato maggiore del Pd in testa, avevano salutato con favore la possibilità che a gestire i servizi idrici fossero i privati. E che non si mossero con la necessaria fermezza per contrastare l’approvazione in Parlamento del legittimo impedimento.

Analogo ragionamento si potrebbe però fare anche per la gerarchia cattolica, pronta ora a rivendicare il proprio merito nell’aver contribuito in maniera determinante al risultato dei referendum, dopo averne in larga parte ignorato, quando non contrastato, le istanze (v. notizia seguente) ed aver sostenuto Berlusconi, il suo esecutivo e la politica del governo fino a tempi assai recenti.

Certo – lo hanno scritto molti tra i media ecclesiastici, Avvenire in testa – il voto cattolico è stato decisivo al raggiungimento di quel quorum, che nell’ultima tornata referendaria del 2005 non fu raggiunto anche a causa della campagna astensionista promossa dal cardinale Ruini sul referendum sulla legge 40 (fermo restando che erano ormai da 16 anni che nessun referendum abrogativo raggiungeva il quorum e che i quesiti del 2005 riguardavano una materia, la fecondazione assistita, certamente assai più ostica e di minore appeal mediatico rispetto a quella oggetto della consultazione dello scorso 12 e 13 giugno): ma se di questo successo la gerarchia è stata brava a cavalcare l’onda, non altrettanto ha fatto nel suscitarla, e nemmeno nell’alimentarla quando ormai si era formata.

Ma i media istituzionali della Chiesa la pensano in altro modo. A partire dall’Osservatore Romano, che nell’edizione del 15 giugno afferma risoluto: «Questo insieme, sicuramente composito, di elettori – fra i quali anche molti cattolici che valutano sulla base della dottrina sociale della Chiesa – appare da solo in grado di spostare gli equilibri politici».

L’Osservatore si guarda bene, però, dal politicizzare il risultato uscito dalle urne; diversamente da Avvenire, da tempo su posizioni assai più critiche nei confronti dell’esecutivo di quanto non siano quelle della Segreteria di Stato. Cei e giornale vaticano concordano comunque nell’attribuire alla Chiesa la paternità del successo.

Per questo, nell’edizione del 16 giugno, Avvenire dà grande risalto ai risultati dei referendum, dedicandogli l’apertura, l’editoriale del direttore, Marco Tarquinio, ed un ampio speciale all’interno: «Un grande contributo – scrive il direttore del quotidiano della Cei nel suo commento – è venuto e potrà ancora venire dai cattolici italiani, che hanno le idee chiare su ciò che negoziabile non è», «e sul tanto di buono che, su questa solida base, si può fare con compagni di strada altrettanto onesti e chiari nel voler costruire un Paese più giusto, umano e capace di uscire dalla sindrome (e quasi dalla voluttà) del declino».

E il Sir, l’agenzia ufficiale della Cei, pur non soffermandosi sul ruolo dei cattolici, interpreta comunque il risultato come un nuovo «messaggio diretto al governo», perché «il quorum superato di slancio va ben al di là del merito dei quesiti» e apre «una fase di cambiamento».

Un voto politico anche per Famiglia Cristiana: «Un altro no al governo», titola l’edizione online del settimanale dei paolini, che ribadisce: «C’è molto mondo cattolico nel raggiungimento del quorum».