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Il vaticano contro la libertà di stampa

Elio Rindone
www.italialaica.it

L’italia è solo al 72° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. Nessuna sorpresa! Il 29 aprile 2010 freedom house, la prestigiosa organizzazione indipendente che si batte per la diffusione dei principi democratici, nel suo rapporto annuale sulla libertà d’informazione nel mondo assegna all’Italia la settantaduesima posizione nella classifica mondiale, e giudica il nostro paese, caso unico nella zona euro, “parzialmente libero” a causa della concentrazione di un enorme potere mediatico nelle mani di un solo uomo, che è anche il capo del governo, Silvio Berlusconi.

I maggiori quotidiani italiani evidentemente non possono fare a meno di riportare la notizia, provocando l’immediata reazione del diretto interessato, che nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi non esita ad affermare che «se c’è una cosa che è sotto gli occhi di tutti è che in Italia c’è fin troppa libertà di stampa» (Il Messaggero, 4 maggio 2010).

Non può certo stupire l’opinione dell’attuale presidente del consiglio, che in mille occasioni ha mostrato la sua scarsa sintonia con i principi della costituzione e che fonda in buona misura il suo potere proprio sul controllo dell’informazione. È, invece, preoccupante il fatto che, con poche eccezioni, uomini politici, intellettuali e milioni di cittadini italiani sembra che si siano assuefatti a una situazione che mette in pericolo la tenuta stessa della democrazia nel nostro paese.

Altrettanto sconcertante il silenzio, sul tema, delle gerarchie ecclesiastiche, sempre pronte a esprimere il loro illuminato parere sulle questioni italiane. Di recente, ad esempio, i vescovi si sono detti angustiati per i litigi che hanno dominato negli ultimi tempi la scena politica e il loro presidente, il cardinale Bagnasco, nel discorso di apertura del consiglio permanente della Cei del 27/9/2010 ha fatto un dettagliato elenco delle criticità del nostro paese, dalla scuola alla sanità, dall’accoglienza degli immigrati alla violenza sulle donne e alla presenza del crimine organizzato. Neanche una parola sul problema della libertà d’informazione.

Sarebbe certamente da ingenui, però, meravigliarsi di tale silenzio, che non è dovuto solo a motivi contingenti – le ottime relazioni, dettate da reciproche convenienze, esistenti tra il vaticano e il governo di centrodestra – ma ha ragioni ben più profonde: l’autorità ecclesiastica ha sempre mostrato nella sua storia una radicata ostilità nei confronti della libertà di stampa. Ostilità esplicitamente formulata in numerosi interventi del magistero, di cui, limitandoci alla modernità, può essere istruttivo, oltre che per certi versi divertente, ricordare i più significativi perché aiutano a comprendere meglio la condizione attuale del nostro paese.

Già pochi decenni dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, e riprendendo disposizioni già emanate da Innocenzo VIII e Alessandro VI, Leone X approva il decreto inter sollicitudines (4/5/1515) del concilio lateranense V, che introduce la censura preventiva sulla pubblicazione dei libri: “alcuni maestri dell’arte della stampa osano stampare e vendere […] Libri che contengono errori in materia di fede e perniciose opinioni contrarie alla religione cristiana e alla reputazione di persone eminenti per la loro condizione sociale. […] Quindi, per evitare che un’invenzione salutare per la gloria di dio, il progresso della fede e la diffusione dei buoni costumi ottenga effetti contrari […] Noi stabiliamo e ordiniamo che, da ora in avanti e per sempre, nessuno osi stampare […] Libri o altri scritti di qualunque genere senza che siano stati prima attentamente esaminati a Roma dal nostro vicario […], in altre città e diocesi dal vescovo […]. A chiunque oserà comportarsi altrimenti sarà inflitta sentenza di scomunica, oltre al sequestro dei libri stampati, che saranno pubblicamente bruciati, al pagamento di cento ducati […] E al divieto per un intero anno di esercitare l’arte della stampa”.

Nasce, così, l’imprimatur: in tutti i paesi cattolici si potrà stampare, se si vogliono evitare pesanti condanne, solo ciò che piace all’autorità ecclesiastica, ed è bene notare che essa si propone di impedire, con un ordine che deve valere per sempre, non solo la pubblicazione di idee che giudica contrarie alla dottrina cattolica ma anche quella di opinioni lesive della reputazione di personaggi autorevoli: niente critiche per gli uomini di potere!

Ma poiché con il diffondersi della riforma luterana, in intere regioni sfuggite al controllo della chiesa romana non è possibile impedire la pubblicazione di scritti contenenti, a giudizio del papato, gravi errori in materia di fede e di morale, Paolo IV pubblica l’indice dei libri proibiti (30/12/1558), un elenco che comprende tutte le opere di scrittori non cattolici, anche riguardanti questioni non religiose, oltre a centinaia di altri titoli di autori comunque considerati pericolosi.

L’iniziativa di Paolo IV è ripresa poco dopo dai padri del concilio di Trento che, constatato che “il numero dei libri sospetti e pericolosi, nei quali si contiene una dottrina impura, […] È troppo cresciuto”, incaricano una commissione di ecclesiastici di “separare, come zizzania, le dottrine varie e peregrine dal frumento della verità cristiana”(sessione XVIII, 26/2/1562). Le conclusioni dei lavori saranno “presentate al romano pontefice, perché secondo il suo giudizio e la sua autorità quello che essi hanno fatto sia portato a termine e pubblicato”(sessione XXV, 4 dicembre 1563).

Nel 1564 viene, infatti, pubblicato l’indice tridentino che, in seguito più volte aggiornato, ostacolerà pesantemente lo sviluppo culturale dei paesi cattolici, e specialmente dell’Italia, perché vieta ai fedeli la conoscenza di un immenso patrimonio di idee: anche il solo possesso di un libro proibito, infatti, sarà per secoli motivo sufficiente per essere sospettati di eresia ed essere processati dal tribunale dell’inquisizione. Come è noto, l’indice sarà abolito solo da paolo vi nel 1966!

Ma, per quanto riguarda lo stato pontificio, la situazione peggiora ulteriormente con il motu proprio di Pio V romani pontificis providentia (16/4/1571): “stabiliamo e ordiniamo che in futuro e per sempre nessuno […] Osi né presuma comporre, dettare, scrivere, ricopiare, conservare o consegnare ad altri i famigerati libelli […], in volgare chiamati lettere d’avvisi, che contengano […] Espressioni offensive o affermazioni lesive del buon nome e dell’onore di qualcuno, […] O che pubblichino documenti relativi a questioni, trattate in segreto, da noi o da altri incaricati del governo della chiesa universale. […] Chi viene in possesso di simili libelli […] È tenuto a bruciarli […], sotto le pene già indicate […] Ed altre anche più gravi, sino alla pena di morte e alla confisca dei beni”.

Le lettere d’avvisi di cui parla il papa erano fogli che diffondevano notizie di pubblico interesse, in sostanza precursori dei nostri giornali. Tempi duri per i giornalisti, sin dagli inizi della professione e almeno nello stato pontificio, anche qualora non si occupino di questioni di fede ma di vicende terrene: chi pubblica fatti, magari veri, ma compromettenti per l’onorabilità altrui o divulga affari di stato che debbono restare segreti o soltanto conserva simili scritti rischia la pena di morte!

La libera circolazione delle idee non si può arrestare certo con le condanne, ma il papato non conosce altra via e, in pieno settecento, di fronte al dilagare della cultura illuministica, non trova di meglio che invocare l’intervento repressivo dello stato. Sembra davvero colto dal panico Clemente XIII quando, nell’enciclica christianae reipublicae (25/11/1766), lancia l’allarme perché “uomini scellerati convertitisi alle fandonie e non aderenti alla sana dottrina, da ogni parte invadono la rocca di Sion, e per mezzo del pestifero contagio dei libri, dai quali siamo quasi sommersi, vomitano dai loro petti veleno di aspidi a rovina del popolo cristiano”. Invita perciò i vescovi a “lottare accanitamente, come richiede la circostanza stessa, con tutte le forze, al fine di estirpare la mortifera peste dei libri; non potrà infatti essere eliminata la materia dell’errore fino a quando gli elementi facinorosi di pravità non periscano bruciati”.

Ma, se l’azione dei vescovi si rivela insufficiente, c’è ancora qualcuno in cui è possibile riporre speranza: i principi cattolici, “amorosi figli [della chiesa], per tanti motivi sempre egregiamente benemeriti verso di lei, […] Siccome non senza motivo portano la spada, dopo aver congiunte l’autorità del sacerdozio e quella dell’impero, frenino e distruggano energicamente gli uomini malvagi che combattono contro le falangi d’Israele”. Pare, quindi, che la violenza richiesta non debba essere rivolta solo contro i libri ma anche contro i loro autori!

Quando poi il principio della libertà di stampa viene solennemente affermato in francia nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 – “la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge” (art. 11) – lo stupore e l’indignazione di pio vi sono assolutamente ovvi e prevedibili: “si stabilisce come un principio di diritto naturale che l’uomo […] Possa liberamente pensare come gli piace, e scrivere e anche pubblicare a mezzo stampa qualsiasi cosa in materia di religione. […] Ma quale stoltezza maggiore può immaginarsi quanto ritenere tutti gli uomini uguali e liberi”(quod ali quantum, 10/3/1791). Che ogni uomo, come se tutti fossero uguali e liberi, possa pensare e scrivere e pubblicare come gli pare, e persino in materia di religione: è veramente troppo!

Nell’ottocento, quanto meno può contare sull’aiuto dei sovrani, tanto più il papato alza la sua voce contro il pericolo costituito dalla libera stampa. Già all’inizio del secolo Pio VII ricorda che “la salute stessa della chiesa, dello stato, dei principi e di tutti i mortali, […] Esige che questo potere [ricevuto da dio di edificare i fedeli] sia tutto da noi esplicato nel distruggere quel mortale flagello dei libri. […] E non parliamo soltanto di strappare dalle mani degli uomini, di distruggere completamente bruciandoli quei libri nei quali si dà contro la dottrina di cristo apertamente; ma anche e soprattutto bisogna impedire che arrivino alle menti e agli occhi di tutti quei libri che operano più nascostamente e più insidiosamente” (diu satis, 15/5/1800). Coloro che leggono libri proibiti non sono, evidentemente, veri cattolici: infatti, prosegue il papa, “quelli che non si mostrano così obbedienti, non si possono certo annoverare fra le pecorelle di cristo”.

Ancor più apocalittico, se possibile, lo stile usato da Gregorio XVI: alla distruzione della società “è diretta quella pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita “libertà della stampa” nel divulgare scritti di qualunque genere; libertà che taluni osano invocare e promuovere con tanto clamore. Inorridiamo, venerabili fratelli, nell’osservare quale stravaganza di dottrine ci opprime o, piuttosto, quale portentosa mostruosità di errori si spargono e disseminano per ogni dove con quella sterminata moltitudine di libri, di opuscoli e di scritti, piccoli certamente di mole, ma grandissimi per malizia, dai quali vediamo con le lacrime agli occhi uscire la maledizione ad inondare tutta la faccia della terra” (mirari vos, 15/8/1832).

E la censura dei libri esercitata per secoli dal papato – Gregorio almeno ne è convinto – non viola alcun diritto ma è, al contrario, prassi conforme al cosiddetto diritto naturale: “pertanto, per tale costante sollecitudine con la quale in tutti i tempi questa sede apostolica si adoperò sempre di condannare i libri pravi e sospetti, e di strapparli di mano ai fedeli, si rende assai palese quanto falsa, temeraria ed oltraggiosa alla stessa sede apostolica, nonché foriera di sommi mali per il popolo cristiano sia la dottrina di coloro i quali non solo rigettano come grave ed eccessivamente onerosa la censura dei libri, ma giungono a tal punto di malignità che la dichiarano perfino in contrasto coi principi del retto diritto e osano negare alla chiesa l’autorità di ordinarla e di eseguirla”.

Ben diverso invece, alla fine del secolo, l’approccio di Leone XIII al tema della libertà. Le sue idee non sono differenti nella sostanza da quelle dei suoi predecessori ma egli si sforza, come si addice a un raffinato intellettuale, di presentarle come tesi ragionevoli, spiegandone le motivazioni e tenendo conto del clima culturale in cui l’affermazione di nuovi ideali sembra ormai irreversibile. Dedica addirittura un’enciclica al tema della libertà, che definisce “nobilissimo dono di natura, proprio unicamente di creature dotate d’intelletto e di ragione” (libertas, 20/6/1888), e, rivendicando alla chiesa il merito di avere sempre “combattuto a favore del libero arbitrio dell’uomo” contro i manichei o i luterani, non teme di esagerare affermando, nel ricordare le vicende dei comuni medievali, che essa è stata “sempre coerente fautrice delle libertà civili”.

Si rammarica perciò del fatto che, mentre “la chiesa cattolica ha giovato e gioverà sempre a questo eccellente bene di natura”, siano numerosi “coloro che considerano la chiesa contraria alla libertà umana”. Secondo il papa, “la causa di tale pregiudizio proviene da un perverso e confuso concetto di libertà, che viene snaturato nella sua essenza o allargato più del giusto, in modo da coinvolgere situazioni nelle quali l’uomo non può essere libero, se si vuol giudicare rettamente”.

E il ‘confuso concetto di libertà’ è quello di chi mette sullo stesso piano verità ed errore. Allargare ‘più del giusto’ gli spazi di libertà, consentendo la diffusione dell’errore e del vizio, infatti, significherebbe aprire le porte alla licenza: “la verità e l’onestà hanno il diritto di essere propagate nello stato con saggezza e libertà, in modo che diventino retaggio comune; le false opinioni, di cui non esiste peggior peste per la mente, nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità pubblica, perché non si diffondano a danno della società”.

Ma chi stabilisce cosa è verità o errore, bene o male? Evidentemente Dio, che nel corso dei secoli fa sentire attraverso la chiesa cattolica – e come dubitarne? – la sua propria voce: infatti, “Dio stesso volle la chiesa partecipe del divino magistero in materia di fede e di morale, rendendola infallibile per sua divina grazia; perciò la chiesa è la più alta e sicura maestra dei mortali”.

In conclusione, la libertà di stampa “non può essere un diritto se non è temperata dalla moderazione ed esorbita oltre la misura”. E la giusta ‘misura’ è quella stabilita dall’infallibile magistero cattolico. Con buona pace di chi non è convinto di ciò, e cioè alla fine dell’ottocento milioni di europei e tanta parte del mondo della cultura, e che si trova evidentemente nell’errore e pretende una libertà senza limiti solo per mettere in circolazione le proprie idee perverse.

Il legame tra giusta libertà e verità insegnata dalla chiesa, annodato da Leone XIII con un’argomentazione che, almeno a lui, sembra inconfutabile, sarà ripreso nel novecento da Pio XII che, nell’enciclica miranda prorsus (8/9/1957), dopo avere esaltato “le meravigliose invenzioni tecniche, di cui si gloriano i nostri tempi”, estenderà ad esse gli scopi e i limiti già indicati per la stampa: “sia, pertanto, la prima finalità del cinema, della radio e della televisione quella di servire la verità e il bene”. E quindi ribadisce, senza alcuna originalità, che “non può essere accettata la teoria di coloro che, nonostante le evidenti rovine morali e materiali causate da simili dottrine nel passato, sostengono la più assoluta libertà di espressione e di diffusione: non sarebbe, questa, la giusta libertà, da noi sopra indicata, ma una sfrenata licenza”.

Pochi anni separano l’enciclica di Pio XII dal decreto inter mirifica (4/12/1963) del concilio Vaticano II, che per tanti aspetti costituisce un’inversione di rotta rispetto a un orientamento plurisecolare (e infallibile?). I padri conciliari non parlano più della ‘mortifera peste dei libri’ né delle pene da infliggere ai giornalisti che riportano notizie ‘lesive del buon nome e dell’onore di qualcuno’ e, quando attribuiscono all’autorità civile il compito di “proteggere – specialmente riguardo alla stampa – la vera e giusta libertà d’informazione che è indispensabile all’odierna società per il suo progresso”, non pretendono che la misura di tale libertà sia fissata dalla chiesa.

Addirittura la libera e completa informazione non è considerata un pericolo ma un diritto dei cittadini, che solo se adeguatamente informati possono avere un ruolo attivo nella società: “la pubblica e tempestiva comunicazione degli avvenimenti e dei fatti offre ai singoli uomini quella più adeguata e costante conoscenza, che permette loro di contribuire efficacemente al bene comune […]. È perciò inerente alla società umana il diritto all’informazione su quanto […] Interessa gli uomini, sia come individui che come membri di una società. Tuttavia il retto esercizio di questo diritto esige che la comunicazione sia sempre verace quanto al contenuto e, salve la giustizia e la carità, completa”.

Ma, dopo il concilio, gli ultimi due pontefici si propongono di recuperare il ruolo del magistero e riprendono l’idea, propria di Leone XIII e di Pio XII, dello stretto rapporto esistente tra libertà e verità, e perciò della necessità di evitare che gli operatori della comunicazione abusino della libertà, concessa dalle leggi, per diffondere l’errore. Ma di quale verità si può chiedere il rispetto? Essendo ormai impossibile pretendere che l’intera società accetti i dogmi della chiesa cattolica, il magistero focalizza la sua attenzione sui problemi etici. In questo campo la ragione è in grado di riconoscere che cosa è oggettivamente bene: ciò che è secondo natura. I legislatori non dovrebbero consentire quella libertà senza limiti che, ponendo sullo stesso piano il bene e il male, favorisce quel relativismo etico che è l’errore proprio della società attuale, e gli operatori della comunicazione dovrebbero ispirarsi nella loro attività ai principi della legge naturale, di cui evidentemente è custode infallibile…la chiesa cattolica.

Così Giovanni Paolo II, ad esempio, sottolinea che “l’assenza di controllo e di vigilanza non è garanzia di libertà, come molti vogliono far credere, e finisce piuttosto per favorire un uso indiscriminato di strumenti potentissimi che, se usati male, producono effetti devastanti nelle coscienze delle persone e nella vita sociale”(discorso ai partecipanti al convegno per gli operatori della comunicazione e della cultura promosso dalla Cei, 9/11/2002).

E per benedetto XVI “occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo. Essi possono e devono invece contribuire a far conoscere la verità sull’uomo, difendendola davanti a coloro che tendono a negarla o a distruggerla. Si può anzi dire che la ricerca e la presentazione della verità sull’uomo costituiscono la vocazione più alta della comunicazione sociale” (messaggio per la XLII giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24/1/2008). Certo, oggi il papa non ha il potere di legiferare in tal senso e infatti nel messaggio si limita a constatare che ci vorrebbero regole precise in materia di comunicazione: “più di qualcuno pensa che sia oggi necessaria, in questo ambito, un’“info-etica” così come esiste la bio-etica nel campo della medicina e della ricerca scientifica legata alla vita”. E, conoscendo le concezioni piuttosto restrittive del vaticano nel campo della bioetica, non è difficile immaginare quali regole abbia in mente benedetto XVI per il mondo dell’informazione!

A questo punto dovrebbe essere chiaro che la chiesa romana è l’istituzione religiosa che più a lungo e più tenacemente ha combattuto la libera circolazione delle idee e perciò non può preoccuparsi della situazione drammatica in cui si trova in Italia la libertà d’informazione. Probabilmente essa condivide l’idea che di libertà ce ne sia fin troppa, e di certo non è rimasta sconvolta dalla rimozione (inaccettabile alla luce della nostra costituzione), nel corso della visita di benedetto XVI a Palermo dello scorso 3 ottobre, di uno striscione che riportava un versetto del vangelo: “la mia casa è casa di preghiera ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri”(mt 21, 13). Del resto, tra i libri la cui lettura per secoli è stata proibita ai cattolici non c’era anche la bibbia?