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Papa Ratzinger indica Angelo Scola come suo successore

Paolo Flores d’Arcais
Il Fatto Quotidiano, 1 luglio

Il Patriarca di Venezia è gerarchicamente più importante dell’arcivescovo di Milano. Da Venezia nello scorso secolo sono venuti tre Papi (da Milano due). Perché allora la “retrocessione” di Scola? Perché Benedetto XVI lo vuole assolutamente come suo successore sul soglio di Pietro

La nomina del cardinale Angelo Scola come arcivescovo di Milano è incredibilmente irrituale ed esige dunque una spiegazione ragionevole. La carica di Patriarca di Venezia è una delle più prestigiose nell’ambito della Chiesa. Il passaggio a Milano costituisce anzi dal punto di vista protocollare una retrocessione, perché “Patriarca di Venezia” è titolo superiore a cardinale e arcivescovo. Insomma, non si “trasloca” da quella sede venerabile verso un’altra diocesi, per importante e grande che sia, a meno che non si tratti di Roma, per diventare Sommo Pontefice, cosa che nel XX secolo è avvenuto ben tre volte (Pio X, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo I).

Non regge allora la spiegazione (ventilata ad esempio dal teologo Vito Mancuso) che Ratzinger volesse chiudere radicalmente e platealmente con l’ultimo ridotto del cattolicesimo democratico, la Milano di Martini e Tettamanzi, delle Acli e di don Colmegna, attraverso un gesto “brutale” di discontinuità. O meglio, l’ipotesi di Mancuso è del tutto plausibile, direi certa, ma per realizzarla il cardinale Scola non era l’unica personalità rilevante di cui Ratzinger disponesse. È vero che nella nomina di Scola vi è un elemento di “sfregio” verso il cattolicesimo ambrosiano che sarebbe mancato ad altri candidati (a Scola fu rifiutato il sacerdozio, al termine del seminario diocesano di Venegono, tanto che per farsi ordinare prete dovette trasferirsi a Teramo: ora torna da arcivescovo), ma è davvero improbabile che la volontà di Ratzinger di sottolineare come a Milano il vento debba cambiare avesse la necessità irrinunciabile di un ingrediente tanto “velenoso”.

Una scelta di sbandierata normalizzazione poteva perciò essere realizzata anche senza la novità inaudita dello spostamento di un porporato da Venezia a Milano. Se per Benedetto XVI Angelo Scola è risultato perciò “unico”, deve esserci una motivazione in più, una motivazione davvero eccezionale che giustifichi l’irritualità e l’insostituibilità della scelta. Una ragione di SUCCESSIONE. La nomina, altrimenti incomprensibile, di Ratzinger, ha il significato di una INVESTITURA: Benedetto XVI indica ai cardinali che come suo successore sulla cattedra di Pietro vuole Angelo Scola. Irritualità che spiega irritualità.

Del resto anche Karol Wojtyla aveva compiuto un gesto irrituale che indicava la sua propensione per Ratzinger quale successore, dedicando un libro “all’amico fidato”, e facendo risapere nei sacri palazzi l’assai insolito e iper-lusinghiero “titolo” (accompagnandolo poi con l’incarico – tutt’altro che irrituale, questo – di scrivere i testi per l’ultima solenne “via crucis”). Ogni Conclave, naturalmente, decide poi come preferisce, nella convinzione, anzi, che a scegliere sia lo Spirito Santo, “vento” di Dio che, come è noto, “soffia dove vuole”. Ma il senso profondo e perentorio di investitura e testamento, da parte di Benedetto XVI, della nomina di Scola sulla cattedra di Ambrogio, non è certo sfuggito a nessuno dei Porporati che compongono il sacro collegio. Perché, ripetiamolo, altra spiegazione non c’è, a meno di chiamare in causa categorie inammissibili per un Pontefice: capriccio e oltraggio.

Forse Ratzinger ha sentito il bisogno di rendere plateale l’investitura di Scola anche per l’handicap che attualmente – dopo secoli di situazione opposta – costituisce per ogni papabile l’essere italiano. Nel (quasi ex-) Patriarca di Venezia, Benedetto XVI vede la più sicura (e ai suoi occhi evidentemente ineguagliabile) garanzia di continuità con il proprio pontificato sotto almeno due profili: il rilievo crescente assicurato a movimenti “carismatici” come Comunione e Liberazione rispetto all’associazionismo tradizionale legato a diocesi e parrocchie, e il privilegio del dialogo con l’Oriente, nel duplice senso di cristianità ortodossa e di islam.

Se il primo tema è sottolineato da tutti gli osservatori, il secondo è talvolta trascurato benché perfino più influente. Il filo conduttore del papato di Ratzinger è infatti l’offerta agli altri monoteismi, e a quello di Maometto in modo speciale, di una Santa Alleanza contro la modernità atea e scettica. Questo era il senso dello sfortunato discorso di Ratisbona, che per una maldestra citazione accademica provocò invece risentimento e disordini. Dialogo con l’islam, ma nel segno del comune anatema contro il disincanto dell’illuminismo, del pensiero critico, della democrazia conseguente, in alternativa all’accoglienza verso “i diversi” del cattolicesimo democratico di stampo conciliare.

La fondazione e la rivista “Oasis”, volute a Venezia da Scola, sono da anni l’efficacissimo strumento di questa linea ideologico-pastorale dall’afflato “globale” ma dagli evidenti risvolti europei, vista la presenza dell’islam come seconda religione (in espansione demografica galoppante) in tutte le grandi metropoli del vecchio continente. Solo in un’ottica un “piccina” si può pensare che con l’investitura di Scola, seguace di don Giussani, Ratzinger paghi il debito di gratitudine verso CL, lobby trainante della sua elezione.

In realtà, Ratzinger vede in Scola il successore capace di proseguire con più coerenza e successo degli altri papabili la sfida oscurantista della rivincita di Dio sui lumi che caratterizza il suo pontificato: intransigenza dogmatica, “fronte integralista” con l’islam, presenza decisiva della fede cattolica nella legislazione civile, spregiudicatezza nel confronto pubblico con l’ateismo, accompagnati da un’affabilità pastorale superiore alla sua.

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Scola e il disegno di Ratzinger

Valerio Gigante
www.adistaonline.it

Scola, alla fine ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta nonostante il papa stesso avesse dichiarato di voler scegliere come vescovi candidati che abbiano almeno dieci anni prima della rinuncia canonica a 75 anni, perché possano svolgere un piano pastorale decente. E invece Scola, con i suoi quasi 70 anni di età, terrà pochi anni di “governo” della diocesi di Milano. Scola ce l’ha fatta nonostante rivestisse il ruolo di patriarca di Venezia, città da cui i suoi predecessori si mossero solo per essere eletti papi; ce l’ha fatta nonostante la sua storia ecclesiale fosse distante anni luce dalla linea teologico-pastorale seguita negli ultimi decenni dalla diocesi ambrosiana; nonostante da Milano, nel 1970, fosse stato addirittura allontanato, allora seminarista del Venegone, e costretto a farsi prete a Teramo; nonostante la sua smaccata appartenenza ciellina, che crea un oggettivo “conflitto di interessi” in una Regione dominata dal movimento fondato da don Giussani.

Scola ce l’ha fatta perché Ratzinger ha voluto che ce la facesse. Perché, come ha notato Zizola su Repubblica (30/6), questa nomina rappresenta bene «un pontificato che si narra come proiezione dell’autobiografia di Joseph Ratzinger nelle scelte istituzionali». Alieno da qualche “colpo di teatro” che pure Wojtyla ogni tanto si concedeva, Ratzinger persegue con lucida coerenza e determinazione il suo disegno di collocare ai vertici della Chiesa le persone di cui si fida, quelle con cui ha lavorato in passato, quelle che condividono la sua impostazione teologico-pastorale; quelle, insomma, che possano mettere al riparo la Chiesa da qualsiasi “deviazione” conciliare o di apertura al mondo contemporaneo. Per le altre semplicemente non c’è posto.

Benedetto XVI, al limite, si può concedere una cena a Castelgandolfo con il teologo “eretico” Hans Küng. Può addirittura dichiarare all’interno di un libro intervista che in casi eccezionali è consentito l’uso del preservativo. Ma si tratta di incontri informali e di parole che in nulla modificano i pronunciamenti magisteriali. Piccoli gesti mediatici, da dare in pasto alla stampa ed all’opinione pubblica per allontanare da sé l’immagine del severo custode della tradizione e del tenace antagonista della modernità. Ma la sostanza, dietro le forme e le apparenze, non è mai cambiata.

La nomina di Scola va in questo senso. E mette in una posizione di oggettivo rilievo il card. Scola all’interno del Collegio cardinalizio, almeno tra i cardinali italiani. Difficile fare pronostici per il futuro Conclave. Gli equilibri nella Chiesa mutano rapidamente. Ma attraverso la nomina di Scola non c’é dubbio che Benedetto XVI abbia indicato con chiarezza quale linea teologica e pastorale predilige. E quale figura di pastore la incarni al meglio. E ciò non potrà non avere ripercussioni nel breve come nel medio periodo nel governo della Chiesa.

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Milano, entri Scola ed esca il popolo di Dio

don Paolo Farinella
www.micromega.net

pfarinellaHabemus Scolam. Come volevasi dimostrare. Il cardinale Martini, malato, è andato a Roma a perorare Milano, il cardinale Tettamanzi è andato a Roma a supplicare il papa perché non interrompesse una linea pastorale che da Montini, a Colombo, a Martini e a Tettamanzi ha mantenuto di fatto la rotta sulla indicazione del concilio ecumenico Vaticano II, facendo di Milano in un certo senso il «contr’altare» della Curia Romana, il segno, seppur debole, di una ecclesiologia plurale, eppure il papa sceglie l’antico, e guarda al passato.

Amico personale del papa, garante delle idee di Joseph Ratzinger, ipergarante di Comunione e Liberazione che ora ingrassa anche all’ombra della «Madunnina», l’ex patriarca Angelo Scola prende possesso della Chiesa che fu Ambrogio con grande cipiglio e anche un pizzico di vendetta. Quando era in seminario a Milano fu mandato via per le sue impurità nei confronti di CL e ora ritorna a consacrare CL come «modello di ecclesialità» rampante che sguazza bene anche nel malaffare attraverso la Compagnia delle Opere, vero sigillo di satana.

Il papa non ha tenuto conto delle consultazioni, degli appelli dei credenti milanesi e non, dell’identikit che gruppi ecclesiali hanno prospettato, ma ha scelto «motu proprio» non secondo gli interessi della Chiesa milanese e universale, ma secondo gli esclusivi interessi suoi personali e dei gruppi che egli protegge. E’ indubbio che l’elezione di Scola a Milano è un regno di transizione, quanto basta per rompere la «tradizione ambrosiana» aperta al futuro. Il passaggio infatti di Scola da patriarca ad arcivescovo (il cardinalato è a sé anche perché resta una carnevalata), formalmente è una retrocessione perché per il protocollo il patriarca di Venezia è titolo onorifico che precede il cardinale e l’arcivescovo.

Se addirittura c’è una retrocessione protocollare, significa che la posta è alta e gli interessi sono cogenti: Scola deve garantire la rottura, anzi la discontinuità tra i suoi predecessori e il suo successore. Milano deve rientrare nell’orbita della Curia Romana e non deve permettersi di assumere posizioni differenziate nei confronti della società civile (non credenti, divorziati, matrimonio, politica e politica governativa) e tutto deve essere riportato all’obbedienza «pronta e cieca» di memoria fascista.

Scola vuol dire: sguardo, cuore, reni, fegato e frattaglie rivolte a Trento, anzi più indietro, verso il tempo avanti Cristo, quando si stava sicuri anche dei sospiri perché chi dissentiva veniva fatto fuori, come poi imparò bene la chiesa medievale. La nomina di Scola è una lettura del pontificato ratzingheriano sul quale ormai è morta non solo la speranza, ma anche l’ipotesi di speranza. Un papato chiuso in se stesso, diffidente di se stesso, un papato che ha come segretario di Stato un Bertone qualunque (perché un qualunquista come Bertone, è difficile trovarlo anche con la lanterna di Diogene) non può che volere uno Scola a Milano.

L’elezione di Scola a Milano è anche un contro bilanciamento all’elezione «laicista» di Pisapia a palazzo Marino, eletto da buona parte di cattolici. Ora le distanze torneranno di sicurezza, di sorveglianza e tutto quello che varerà la giunta in materia di diritti civili ecc. sarà spiato, soppesato, contraddetto, distanziato.

Che pena vedere le foto di Scola che brilla nei suoi polsini dorati, nel suo orologio d’oro, nella sua croce d’oro, nella sua gualdrappa rosso porpora, nel suo cappello a tre punte, rigorosamente rosso. Mi chiedo se uno vestito così poteva entrare nel cenacolo o se non stava meglio alla corte di Nabucodònosor tra i satrapi e gli eunuchi di corte. Ora è l’ora della Chiesa intesa come popolo di Dio: o rialza la coscienza e la schiena, magari piegando le ginocchia, o si sotterra e perde il diritto di lamento perché il «mugugno» solo a Genova è gratis.

E’ il tempo dei laici che non possono più lasciarsi trattare da chierichetti cresciuti e rincitrulliti. Ora è il tempo delle sorprese. Le sorprese del popolo di Dio che può essere capace di convertire i vescovi come i poveri fecero con Mons. Oscar Romero, con Mons. Hélder Cámara e tanti altri. Entri Scola ed esca il popolo di Dio.

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