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Leggere la Parola può essere pericoloso

Daniel Marguerat
www.garriguesetsentiers.org, 14 luglio (traduzione: www.finesettimana.org)

Martin Lutero, convocato dall’imperatore Carlo Quinto a spiegarsi, comparve davanti alla dieta di
Worms il 14 aprile 1521. All’ingiunzione di ritrattare i suoi scritti che erano stati posti davanti a lui,
rispose con un discorso in latino, che gli chiesero di ripetere in tedesco; lo fece, in piedi al centro
dell’assemblea, di fronte all’imperatore:
“Sono dominato dalla Sacra Scrittura che ho citato e la mia coscienza è prigioniera della Parola
di Dio. Non posso né voglio ritrattare nulla, perché non è né saggio né prudente agire contro la
propria coscienza.” E al giudice ecclesiastico che gli risponde: “Abbandona la tua coscienza, frate
Martino, il solo atteggiamento senza pericolo sta nel sottometterti all’autorità”, Lutero ribatte e
persiste: “Eccomi, non posso fare diversamente. Che Dio mi aiuti.”

Curiosamente, Martin Lutero rivendica la sua libertà usando un linguaggio di cattività: sono
dominato, la mia coscienza è prigioniera, non posso fare diversamente. Non vedo in questo
un’astuzia per mostrarsi innocente, perché il monaco di Wittemberg non ricorre a tali pietose
strategie di difesa; vedo l’ammissione di essersi imbarcato in un’avventura che lo travolge
interamente: la lettura della Parola. E in questa avventura, padrone non è il lettore, ma la Scrittura
che si è impossessata di lui. Dopo Worms, Lutero si rinchiuderà a Wartburg: cattività voluta,
deliberata, segno della cattività della lettura.

Leggere quindi non è senza pericolo. Non si sa mai in anticipo dove vi condurrà l’avventura della
lettura, almeno se si accetta di aprirsi al viaggio, all’ignoto, alla scoperta, invece di leggere
stringendo a sé con paura un cumulo di certezze acquisite. Leggere non è disporre di un libro; il
lettore si espone al testo, e in un certo modo, è lui ad essere a disposizione del testo e della sua
parola. Leggere può essere pericoloso.

È sembrato che dai racconti di miracolo al linguaggio del giudizio, da Luca a Paolo, dagli Atti degli
Apostoli all’Apocalisse, le immagini di Dio siano infinitamente più diverse di quanto si pensi. Il
Nuovo Testamento non ha una dottrina, ma presenta diversi approcci di Dio, o più esattamente tiene
insieme diversi tentativi di dire il mistero di Dio. È rischioso leggere; il rischio è qui di volatilizzare l’unità del Nuovo Testamento. Si può ancora parlare di un Dio dei primi cristiani?
Valutiamo la portata di questa constatazione. Queste diverse immagini di Dio, tratte dalla lettura,
non sono semplicemente addizionabili le une alle altre, come se, accumulando gli autori del Nuovo
Testamento, sovrapponendo le loro percezioni di Dio, si ottenesse così un ritratto competo del Dio
dei primi cristiani. Si è constatato che i loro discorsi non possono essere messi semplicemente gli
uni di seguito agli altri.

L’apostolo Paolo ha un modo di indicare la grazia, con la sua convinzione potente che la barriera della Legge sia caduta, che non si accorda immediatamente con la teologia di Matteo, per il quale il Regno di Dio è una fessura, una porta stretta attraverso cui passare. Luca si ostina a percepire Dio nello spessore della storia sociale e politica del suo tempo, mentre l’Apocalisse vive della convinzione che Dio si sia assentato dal mondo. La lettera ai Galati (3,28), perpetuando il gesto liberatore di Gesù, abolisce ogni prerogativa dell’uomo sulla donna, ma all’altro capo del Nuovo Testamento, le epistole pastorali delineano il ritratto di una donna destinata al silenzio, invitata a sottomettersi all’uomo e resa responsabile della caduta (1Timoteo 2,9-15; 5,3- 16). L’unità del Nuovo Testamento non si farà per addizione.

Bisogna allora rassegnarsi alla constatazione di una Scrittura spezzata in posizioni teologiche
inconciliabili? Il Dio dei primi cristiani sarebbe l’emblema di teologie disparate? Direi che
dobbiamo ammettere l’irriducibile diversità delle immagini di Dio nel Nuovo Testamento, e che
questa ammissione passa attraverso un lutto: il lutto dell’uniformità. Solo la rinuncia all’utopia
dell’identità ci fa accogliere la pluralità come un fatto positivo, e non come una minaccia. L’unità
del Nuovo Testamento non è sospesa alle corrispondenze che si troverebbero nei suoi autori ispirati;
sta nella loro comune volontà di render conto dell’evento Cristo. Gesù di Nazaret, poiché verso di
lui tendono tutti i racconti e i discorsi, cementa l’unità del Nuovo Testamento.

Ma attenzione. Questa unità è in tensione. I primi cristiani hanno, ciascuno alla sua maniera, accolto
e attualizzato nella loro situazione la memoria di Gesù. La loro diversità indicherebbe che certi
hanno preservato fedelmente il messaggio del Nazareno, mentre altri lo avrebbero falsato?
Diffidiamo di questi termini, perché la “fedeltà alla tradizione di Gesù” che consiste nel fissarla per
trasmetterla parola per parola è in realtà una fondamentale infedeltà; fa della parola di Gesù un
oggetto da museo, una parola da incensare come si incensano i morti. I primi cristiani non avevano
questa visione immobile della tradizione; la parola di Gesù, perché era la parola del Signore
presente nella Chiesa, doveva essere attualizzata. Per loro, essere fedeli ad una tradizione impone
che essa evolva e si sviluppi. Prova ne è che la scrittura dei vangeli non ha esaurito il flusso delle
tradizioni orali, segno che perfino questa imponente cristallizzazione letteraria non aveva svigorito
la memoria di Gesù. La Chiesa antica del resto ha mantenuto solo una parte degli scritti cristiani per
farne la raccolta normativa della sua fede; molti altri, che noi conosciamo in parte, sono stati
scartati, ed amplificano ancora considerevolmente la diversità di cui parliamo; ma questa è un’altra
storia.

I primi cristiani hanno impegnato la loro fedeltà a Cristo su vie teologiche diverse, e il Nuovo
Testamento vive del riunire queste fedeltà. Paolo è fedele alla memoria di Gesù quando afferma che
la dignità dell’uomo gli viene da Dio solo e che la salvezza non è una prestazione religiosa. Matteo è
fedele alla memoria di Gesù, quando ripete ostinatamente che la fede si concretizza nel gesto e nella
parola, altrimenti non esiste. Luca è fedele alla memoria di Gesù quando vede lo Spirito di Dio
all’opera nelle peripezie della missione. L’autore dell’Apocalisse è anch’egli fedele quando sostiene
che i poteri oppressivi sono già stati vinti sulla croce, e che il giudizio su di loro è solo una
questione di tempo.

Il Nuovo Testamento vive dell’accoglienza di queste fedeltà, la cui diversità arriva fino al
disaccordo, e le tiene insieme. Può farlo, perché le testimonianze e i sistemi teologici che riunisce
non invitano ad adottare un principio, una norma, una dottrina, ma a seguire qualcuno, Gesù di
Nazaret, il Cristo, Parabola di Dio. La fedeltà ad una persona non si accontenta di una uniformità, e
lo Spirito si è incaricato di farlo comprendere ai primi cristiani.

Gestire oggi la loro eredità, significa resistere all’illusione totalitaria del discorso unico, e rischiare a propria volta una parola. Una parola che dovrà essere umilmente sottoposta alla testimonianza della Scrittura, per sapere se prende posto, e come, nello spazio delle fedeltà a Cristo, Ma una parola che, e proprio se si discosta dal discorso maggioritario, non sarà forse totalmente nostra, perché in essa, un’Altra Parola parla, che fa dire: non posso fare diversamente…

Tratto dal libro: Le Dieu des premiers chrétiens, éd. Labor et Fides, 2011 (pp. 249-252)

Daniel Marguerat, biblista, è stato pastore della chiesa evangelica riformata del cantone del Vaud e dal 1984 al 2008 insegnante di Nuovo Testamento alla Facoltà teologica dell’Università di Losanna.

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