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Il papa liberale di S.Ceccanti

Stefano Ceccanti
Europa On Line, 24 settembre 2011

Il testo di Benedetto XVI al Bundestag è una lezione sullo “Stato liberale di diritto” imperniata sulla distinzione tra legge e diritto. La legge (e il principio di maggioranza che ne sta alla base) è solo una delle modalità di produzione del diritto a fianco di altre, ma soprattutto va ancorata al diritto: anche nello stato democratico non vi è di per sé un automatismo che garantisca tale obiettivo, che ne eviti il rischio di onnipotenza.

Benedetto XVI parte anzitutto da una definizione degli obiettivi del politico, che è al tempo stesso alta e parziale: «Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. «La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace».

Non c’è qui l’idea monarchica del monopolio della politica sul bene comune, l’impegno per la giustizia crea condizioni di fondo per la pace che non sono autosufficienti, che hanno poi bisogno dell’apporto poliarchico delle persone e delle formazioni sociali.

Dopo la definizione c’è un secondo passaggio di tipo storico: a partire da Sant’Agostino e Origene si segnala il rischio della separazione tra potere e diritto e si segnala il nazismo come esempio evidente, caso in cui il dovere primo è quello di resistenza al male. In una democrazia il problema non si pone allo stesso modo perché il contesto di separazione dei poteri riduce strutturalmente e funzionalmente quel pericolo, ma non di meno la questione esiste.

Con quali risorse la affrontiamo? Qui è il terzo passaggio: lo Stato liberale di diritto è un’eredità che deriva dal cristianesimo (che ha attinto anche a eredità precedenti, compreso il diritto romano) perché esso ha secolarizzato il riferimento al diritto, non ha più proposto un legame immediato con la rivelazione divina (in base al quale il testo sacro sarebbe immediatamente diritto, con pochi margini di flessibilità), ma ha sempre fatto riferimento a una sorta di bozzolo che avvolge anche la rivelazione, senza identificarsi con essa, il diritto naturale («la ragione e la natura nella loro correlazione»), con cui giudicare il diritto positivo e limitarne i rischi di onnipotenza.

Vi è poi un quarto passaggio attualizzante e problematizzante: come aveva segnalato nel dialogo con Habermas è difficile ritrovarsi oggi su un’idea precisa di diritto naturale, si fa fatica a discuterne «al di fuori dell’ambito cattolico».

Per riuscirci il discorso relativizza una certa retorica ecclesiastica sui principi non negoziabili, talora eccessiva, quasi che essi ne fossero la concretizzazione evidente e di immediata e indiscussa utilizzabilità in puntuali scelte politico-legislative. Afferma che possiamo convenire soprattutto sull’esigenza di porre dei limiti all’onnipotenza della legge e qui si inserisce l’inaspettata valorizzazione del movimento Verde che sfocia poi nell’invito anche a un’ecologia dell’uomo.

In altri termini i verdi sono valorizzati come risorsa anch’essa liberale, di limitazione del potere, ben interpretando così anche la loro crescita quantitativa in Germania, oltre i limiti iniziali, quando erano su posizioni più fondamentaliste.

Ma alla fine cosa resta effettivamente di vitale nell’eredità del diritto naturale? Benedetto XVI precisa così il nucleo permanente: «l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire».

Non c’è quindi una definizione quasi per materie come recentemente è stato più volte tentato (vita, famiglia, scuola) gerarchizzando i temi. C’è una ricostruzione per idee-guida che attraversano la realtà civile e politica.

Un’eredità non solo del cristianesimo, ma anche di due documenti “laici” puntualmente richiamati: la Dichiarazione dell’Onu del 1948 e la Legge fondamentale tedesca. In altri termini cattolicesimo e liberalismo si alimentano bene a vicenda se il primo riesce a riproporre il tema dei limiti al potere in modo non fondamentalista, rispecchiando così l’origine del diritto naturale nettamente alternativa al diritto religioso-sacrale e se il secondo evita di cadere nel mito dell’onnipotenza della legge, un fondamentalismo laico diffuso a destra come a sinistra che dà vita a una forma di stato che “assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre”.

Il destino del diritto non è il destino della legge. Il destino del diritto non è il destino dello stato. Diritto, legge e stato non si sovrappongono. Il diritto sussiste e si genera anche fuori del comando della legge dello stato che, anzi, gli è sottoposto. La sovranità del diritto e non quella dello stato e della legge è alla radice dello stato liberale. Lo stato liberale di diritto è insomma una sfida per tutti.

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