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Quando la Chiesa parla chiaro

Alberto Bobbio
Famiglia Cristiana 4 ottobre 2011

Degrado della politica, erosione dei valori, questione meridionale, crescente povertà, ruolo dei cattolici. Oltre Berlusconi. Ne abbiamo parlato con il vescovo di Mazara del Vallo.

Silvio Berlusconi? «Deve dimettersi punto e basta. Sarebbe la prima volta che fa qualcosa che giova al Paese». Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo è uno abituato a parlare limpido. Si gira in mano i fogli della prolusione del cardinale Angelo Bagnasco e spiega: «Tutti aspettavamo parole chiare che sono arrivate. Certamente la Cei non ha titolo per chiedere a un presidente del Consiglio di fare un passo indietro. Ma i singoli vescovi come cittadini italiani lo possono fare e io sono un cittadino italiano».

Monsignor Mogavero ragiona di molte cose della Chiesa e del Paese in un libro-intervista scritto con il vaticanista della Stampa Giacomo Galeazzi: “La Chiesa che non tace” (Rizzoli). Adesso nel suo episcopio di frontiera affacciato sul Mediterraneo dalle sponde turbolente e attraversato da una umanità disperata, in un lungo colloquio riprende il filo dei pensieri, nella settimana della svolta, delle parole cristalline del presidente della Cei: «Sì, si avvertiva un disagio: troppo silenzio a livello ufficiale, quasi fosse approvazione di comportamenti che invece la nostra gente sente come assolutamente impropri».

Bagnasco invece ha spazzato l’orizzonte e rimesso le cose a posto. Mogavero è soddisfatto anche perché da ora in poi «sarà difficile giustificare le coperture che qualche esponente ecclesiastico ha dato, per altro non richiesto, al presidente del Consiglio, come se si dovesse custodire in qualche modo l’uomo della Provvidenza del terzo millennio». Non ha alcun timore a usare le parole il vescovo di Mazara. Ha sempre scelto una parte, «anche se minoritaria». Osserva con una punta di orgoglio: «Ho espresso opinioni di cittadino e non amo nasconderle per convenienze ecclesiastiche, anzi mi dispiace, per essere ancora più chiaro, che tanti italiani si riconoscano politicamente in Silvio Berlusconi».
Ma c’è anche un altro rammarico e cioè il fatto che «tra i sostenitori più accesi del premier ci siano dei buoni cattolici».

Non si ferma Mogavero e affonda: «Come uomo Berlusconi è una grande delusione, perché tratta la politica e il Paese con il taglio dell’imprenditore borghese che cura i propri interessi. Poi c’è il profilo morale dell’uomo, che adotta comportamenti non certamente esemplari ». Sulle intercettazioni e sui guai giudiziari sottolinea che «vale per tutti anche per Berlusconi la presunzione di innocenza». Tuttavia, visto che si tratta di un politico, «abbiamo l’esempio di quanto accade all’estero, dove si fa un passo indietro per molto meno». Mogavero, in ogni caso, non vuole dare l’impressione che sia un fatto personale: «Ciò che mi preoccupa di più, alla fine, non è Berlusconi, ma il berlusconismo. Temo che resista al leader, che sopravviva a lui ed è questo che dobbiamo contrastare».

Lo preoccupa la politica «ridotta a gazzarra di cortile», dove «manca il confronto anche duro di opinioni diverse» e tutto diventa «guerra dove uno deve vincere e l’altro soccombere ». Dove raramente si affrontano le questioni reali che toccano la vita della gente e dove tutto viene ricondotto «a situazioni particolari che riguardano in modo più o meno indiretto la vita, gli interessi e la sorte del premier». Mogavero entra nel merito e non si tira indietro nemmeno sulle Manovre finanziarie: «Ho perso il conto, come tutti, ma ciò che avverto è l’assoluta mancanza di strategia per occupazione e famiglie. Pagano sempre i poveri, mentre chi evade il fisco, chi porta capitali all’estero è premiato». E non ci sta nemmeno al gioco dell’indulgenza per via della crisi internazionale: «Qui rischiamo di elevare all’altare Berlusconi come martire della congiuntura disgraziata».

Descrive un Paese depresso, che non si indigna più, che non alza la voce, che si limita a sorridere al ministro Brunetta, il quale «in nome della semplificazione e del risparmio della carta fa sparire anche il certificato antimafia per le imprese». Mogavero adesso è inesorabile e severo: «La criminalità organizzata ha capito il momento, si camuffa nelle pieghe della politica e gestisce affari senza che nessuno più si sconvolga». E guarda al suo Sud da questo episcopio siciliano, dove la solidarietà di vicinato ancora tiene, ma dove «nessuno sembra lavorare seriamente a livello politico per lo sviluppo e il progresso».

È una questione di «educazione da rifare », di «riscatto che deve partire da noi». Lo demoralizza il fatto che «neppure noi meridionali abbiamo veramente a cuore le nostri sorti». Così il Meridione rimane «la palla al piede del Paese e continua a fare del male prima a sé stesso e poi all’intera nazione». Insomma, monsignor Mogavero ribalta l’analisi e le prospettive. Lui non ci sta ad aspettare, non vuole che si ripropongano le nefandezze dell’assistenzialismo del passato. Spiega che anche il federalismo va in questa direzione: «Divide i buoni dai cattivi, diventa razzista e selettivo. E ho l’impressione che il “federalismo solidale” finisca per dare qualche soldo al Sud, perché stia buono». Adesso alza la voce: «Noi non siamo la parte peggiore del Paese, abbiamo solo pagato più di altri e a caro prezzo la connivenza tra politica e mafia, e un sottosviluppo democratico, prima che economico, che ha spazzato via competenze a tutti i livelli, cioè dei singoli e delle istituzioni».

È l’afasia che lo inquieta, le parole non dette, le reazioni timide e schive, il «timore di non uscire allo scoperto» anche dei laici cattolici che in questa stagione «non brillano certo per franchezza e audacia». Né basterà, per correggere, il richiamo di Bagnasco al “nuovo soggetto” dei cattolici, interlocutore della politica: «Ho l’impressione che si cerchi di ricondurli dentro lo steccato, organizzando una nuova falange offensiva. La tentazione della scorciatoia del partito unico dei cattolici è dietro l’angolo, resistere non è semplice». Quel cappello della Cei sulla “cosa bianca” a Mogavero proprio non piace.

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renato zilio domenica, 16 Ottobre 2011 at 20:05

giovani che emigrano

“Tristissimo!” mi fa, con un’aria ancora più triste. Daniela è arrivata a Londra da qualche giorno e mi descrive così il panorama italiano. Non quello fisico-geografico che resta pur sempre splendido. Ma quello degli animi, delle mentalità, delle situazioni sociali. E dalle sue parole avverti un certo nascosto senso di tragedia.
Antonella di Andria ritorna per la seconda volta a Londra, dopo avervi fatto un master tempo fa, è qui per ritentare la fortuna: in Italia non ha attecchito. Il Sud? “Un deserto!” ti risponde immediatamente. “Si è perfino stanchi di cercare lavoro, tanto non lo si trova. Non c’è nulla. Si lavora al nero, anzi – calcando il tono – un nero che più nero non c’è.” Accenna anche allo scadimento di valori: le ragazzine ormai desiderano fare le veline, i ragazzi i calciatori. E viene in sintonia, ti precisa, anche un vuoto culturale. “Ciononostante – mi fa con un’impennata di orgoglio meridionale – “no, non sono tutti così. C’è gente che vale, laggiù!”
Olga e Giovanna di Rho, due ragazze bionde e vivaci, mi dicono a raffica gli aspetti che colgono nei giovani che conoscono: “Rassegnati, delusi, demotivati, squattrinati e cionostante studiano… chissà, perchè.” Chiedo della presenza della chiesa in Italia… “Lontanissima!” mi scagliano e non capisco se fisicamente o metafisicamente, forse entrambi.
Boris, bergamasco di Pontida, qui da vari anni ha appena incontrato l’altra settimana due trentenni arrivati di fresco dall’Italia, anzi “scappati,” si corregge subito. Li ha aiutati a trovare casa ed altro, anche se con difficoltà. Ormai ce ne sono troppi che arrivano a Londra, in particolare, giovani dalla Grecia, dalla Spagna.
Clarissa, piacentina, invece, prende il tempo di riassumermi cosa ha apprezzato in questa metropoli. La cosa più bella è la sincerità: quello che un inglese ti dice è quello che pensa. “Per quanto rude possa essere è la verità, e la verità si gestisce, l’ipocrisia invece ti affonda nei dubbi” sottolinea con un bel fare magistrale. Poi ha trovato molto rispetto per chi vuole imparare: l’accoglienza verso chi studia è espressa anche ai livelli più alti. Nessuno, poi, si preoccupa di come si appare, piuttosto che pre-giudicare, non giudica affatto. Infine, gli inglesi leggono ovunque e conclude: “Io in Italia venivo guardata bizzarramente, quando leggevo camminando per strada o aspettando il bus, qui invece io sono… normale!”
Renata, da qualche anno ormai a Londra, dove si trova come di casa dipinge il quadro così: molti sono fuggiti dall’Italia in cerca di lavoro e di opportunità. Molti sono rimasti a seguito di un’esperienza lavorativa, perchè meglio pagati, molti qui non vorrebbero stare, ma lo fanno perchè riescono a guadagnare bene, hanno una buona posizione che in Italia non avrebbero. Altri stanno semplicemente provando a vivere e lavorare in una realtà diversa per mettersi alla prova. Spesso si riscontra un disagio a livello umano, perchè l’Inghilterra non ha il calore umano dello stivale; nella maggior parte si nota la nostalgia del sole, del buon cibo e dell’estro nostrano, ma in tutti si sente la necessità di vivere in una società più rispettosa, meno macchinosa e falsa. In Italia si è tutti amici, è vero, ma è una lama a doppio taglio: questo rapporto spesso richiede favori… E conclude: “Chi vive in Italia lo vedo frustrato, depresso e scontento di un Paese che si svende, che non investe, che si piange addosso fingendo di stare bene, che vorrebbe ribellarsi, ma ne ha paura o non ne ha le forze.”

Simone, ormai da due anni a Londra, ricorda i suoi amici in Italia come solari, affettuosi, insicuri e generosi, mentre qui si presentano un po’ riservati, internazionali, forse poco collaboratori; anche se in questo clima sa resistere bene.

Seguendo il filo del discorso di questi giovani emerge un’idea inquietante. Sembra che i barconi che approdano alle nostre coste siano paradossalmente l’immagine stessa della nostra terra. Essa getta a mare i suoi giovani. E fa ricordare una massima amara, che un vecchio professore ripeteva spesso: “Quando in una società il vecchio uccide il giovane c’è ben poco da sperare: si autodistrugge senza saperlo.”
Viene, allora, da interrogarsi se i responsabili della nostra società siano come gli idoli nella Bibbia, che hanno orecchi ma non sentono, hanno occhi e non vedono, come recita il salmo. Sapendo che la dinamica dell’idolo è concentrare in sè ogni potere, ogni ambizione e farsi adorare. Centrato in se stesso, per eccellenza. Forse è la naturale conseguenza di una società che ha assunto ultimamente una regola d’oro perversa: fare i propri interessi. “Siamo rimasti al medioevo!” – mi analizza clinicamente Massimo, un giovane medico veneto – “da noi non c’è stata una rivoluzione francese o una rivoluzione industriale come in Gran Bretagna o una rivoluzione protestante…”
All’estero, poi, il paragone viene naturale. I nostri emigranti italiani hanno costruito per decenni dei ponti con altre culture e con altri popoli, hanno lanciato passerelle, hanno imparato a vivere in simbiosi con loro “facendo la loro patria il mondo”. Nella nostra terra, invece, ci si rinchiude in campanilismi, in clan, in corporazioni e nei propri interessi. Chi governa, sensibile a tutto questo, si mostra incapace di cambiare passo, di lanciarsi nella modernità, di investire sui giovani. Per questo per loro la perdita di identità, di fiducia e di speranza è sempre in agguato.
“Signore, per questi giovani abbandonati da tutti, abbandonati a se stessi, resti ormai solo tu a proteggerli!” Così, il nostro sguardo si fa compassione e preghiera

Renato Zilio, missionario a Londra

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