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Progetto culturale o parola incarnata? di P.Farinella

«Dare a Dio quel che è di Cesare? Il progetto culturale della Cei nella crisi italiana»
Convegno proposto da: Adista, Cdb San Paolo, Cipax, Confronti, Gruppo di controinformazione ecclesiale, Gruppo “La Tenda”, Koinonia, Liberamentenoi, Noi Siamo Chiesa – nodo romano
Sabato 1 ottobre 2011, Sala dei Verbiti, via dei Verbiti, 1 (P.le Ostiense) – Roma

PROGETTO CULTURALE O PAROLA INCARNATA?

di Paolo Farinella, prete

Premessa di attualità

Il logo del progetto culturale della Cei è un semicerchio che rappresenta una piazza col campanile, la torre civica le case con i portici tipici di una piazza italiana. In una parla è il simbolo della città. Il semicerchio per sua natura indica l’apertura, la convergenza e il dialogo. Il pensiero corre all’agorà greca come luogo di discussione, di partecipazione, di decisione assembleare. Questo riferimento all’agorà greca non è peregrina, ma è la chiave di lettura sia del fantomatico progetto culturale della Cei, sia delle scelte operative e ideologiche che la Chiesa gerarchia, dal papa in giù, sta facendo in questi anni «con piena avvertenza e deliberato consenso» (come dice il catechismo per definire un peccato mortale).

In occasione della 45a Settimana Sociale dei cattolici italiani (Pistoia, 23 settembre 2007), nel suo messaggio Benedetto XVI auspicava che i cattolici «sappiano cogliere con consapevolezza la grande opportunità che offrono queste sfide e reagiscano non con un rinunciatario ripiegamento su se stessi, ma – al contrario – con un rinnovato dinamismo, aprendosi con fiducia a nuovi rapporti e non trascurando nessuna delle energie capaci di contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia».

Tre mesi dopo, (23 gennaio 2008), riprendendo questa consegna, nella prolusione al Consiglio permanente della Cei, il card. Angelo Bagnasco andava oltre (tutte le sottolineature sono mie).

«“Progetto culturale cristianamente ispirato” che, lanciato dal Cardinale Camillo Ruini nel 1994, ha avuto un primo varo nel Convegno ecclesiale di Palermo del 1995, e il definitivo avvio nel biennio 1996-98. Esso ha aiutato nell’ultimo decennio la Chiesa che è in Italia a individuare una “nuova svolta antropologica come il passaggio obbligato nel rapporto fede-cultura-società, diventando “un punto di riferimento” per altre Conferenze e “un fattore dinamico di paragone e di confronto, talora dialettico, con tutti i soggetti pubblici che agiscono nella società civile italiana e non solo” (Patriarca Angelo Scola, Intervento all’Università Cattolica, 5 novembre 2007)».

L’apertura e l’impegno verso le sfide che vengono da un mondo in corsa, qui si identificano col «progetto culturale» che è diventata la nuova parola magica con cui la Cei cucina da tempo tutte le pietanze che riguardano l’Italia. Prosegue il cardinale dicendo di essere convinto

«che questo Progetto abbia prodotto molto di più di quanto esteriormente talora non appaia, in termini di una maggior consapevolezza ai diversi livelli: quello della pastorale ordinaria, giacché è attraverso tutta la sua attività che la Chiesa vuol fare anzitutto cultura; quindi mediante la presenza e l’azione dei cristiani nel mondo, i quali incidono nella misura in cui la fede diventa per loro vita vissuta; infine attraverso la valorizzazione della dimensione intellettuale e l’esercizio delle attitudini proprie di chi fa vocazionalmente cultura».

Dunque sappiamo che il «progetto culturale» ha competenza su tre ambiti: a) la pastorale ordinaria; b) la vita dei laici che sono nel mondo; c) le università, i media e qualsiasi altro centro dove si fa cultura «vocazionalmente». In altre parole: tutto deve stare sotto controllo e nulla deve sfuggire al centralismo culturale e non solo della Cei. Infine il cardinale dà un tocco finale di sarcasmo quando dice che «il Progetto è stato una felice occasione per far emergere competenze e professionalità, porle in rete, e convocarle a convergente riflessione su temi nevralgici». Qui a me pare chiaro che queste competenze e professionalità sono quelle di alcuni individui a loro volta individuati dalla gerarchia e che comunque fanno parte della cerchia degli eletti che in campo profano normalmente si chiamo «cricche». Se doveva esserci una convergenza di professionalità e competenze,bisognava cercarle in tutta la Chiesa e specialmente tra coloro che sono critici perché nessun progetto può essere autentico e lecito se non nasce dal confronto di visioni diverse come sintesi di modalità ecclesiali diversificate.

Il culmine però si raggiunge all’auspicio finale che è il vero obiettivo primario, ma detto quasi noncuranza, come se fosse un fatto di normalità:

«È il momento, a me pare, per dare un ulteriore sviluppo al Progetto, rafforzando un poco la struttura centrale e suggerendo a questa di promuovere periodicamente dei momenti pubblici di elaborazione e di proposta ad alto livello, dando la priorità − se questo sarà condiviso − ai temi della coscienza nel suo nesso con la libertà e la responsabilità».

Ecco lo scopo per cui è nato dalla fertile mente del cardinale Ruini, il «progetto culturale»: rafforzare la struttura centrale e ogni tanto illudere la plebe con qualche convegno facendole credere di essere propositiva. Il cardinale nella sua prolusione parla di una «svolta antropologia» che il progetto Cei ha aiutato a individuare. Vediamo quale è stata questa «svolta antropologia» operata dalle scelte della gerarchia cattolica, ubriaca ed erotizzata dal progetto culturale:

a)      Nel 1991 la Cei pubblica un documento programmatico per il decennio 1991-2000, in preparazione al Grande Giubileo del 2000. Il titolo è ««Educare alla Legalità»[1]. Mai documento ecclesiale fu così profetico e puntuale nella diagnosi di ciò che sarebbe accaduto nel decennio seguente 2001-2010. Previde  il connubio tra «Istituzioni e criminalità» (p. 11), «l’oblio del bene comune» (p. 12-14), «l’asservimento della legge» (p. 14) la degenerazione politica, il conflitto tra interessi privati e bene comune; li descrisse, li condannò e spinse ogni credente a vigilare. Previde addirittura che «il Parlamento corre il rischio di essere ridotto a strumento di semplice ratifica di intese realizzate al suo esterno» (p. 15). I vescovi riescono persino a descrivere gli eventi come sarebbero accaduti:

«Nell’ambito poi dei diritti fondamentali della persona vengono promulgate “leggi manifesto” che proclamano solennemente alcuni valori, ma che, in mancanza di strutture e di risorse adeguate, naufragano al primo impatto con la realtà» (p. 15). Vescovi così sono subito da sposare.

b)      Il documento non ebbe storia, perché appena pubblicato fu dimenticato e mai citato in alcun testo ufficiale. Forse dopo averlo letto i vescovi si resero conto avrebbero dovuto fare sul serio ed essere seri loro stessi. Non so più chi mi ha detto che recentemente un vescovo, a chi gli chiedeva interventi sulla qualità morale della politica, rispose: «Oggi non è tempo di profezia, ma di occuparci di cose concrete».

c)      Nacque in compenso il primo governo Berlusconi a cui seguì il secondo, il terzo e il quarto: nacque il sodalizio incestuoso tra lui e il Vaticano e la Cei di Ruini. Berlusconi promise tutto e il contrario di tutto, il concedibile e anche oltre, promise che mai si sarebbe messo contro la politica del Vaticano che mai avrebbe fatto votare leggi contrarie alla morale cattolica e usò la religione in modo osceno, ottenendo in cambio appoggi elettorali, silenzio e condanne a chi lo contrastava. Il referente di garanzia nel governo era Pierferdinando Casini, il frutto maturo della illegalità e della immoralità della DC che sostenne il governo Berlusconi votando tutte le leggi contrarie alla decenza di uno Stato democratico.

d)     La Cei e il Vaticano assistettero afoni e muti al cambiamento antropologico che il berlusconismo, prima con le tv private e di Stato e poi con la sua immonda azione politica, supportata intrinsecamente dalla xenofobìa della lega, negarono ogni singolo articolo della morale cristiana e della dottrina sociale della Chiesa.

e)      Nell’epoca berlusconista l’unico mantra che i vescovi e il papa sanno ripetere sono «i principi non negoziabili»  che invece negoziano sottobanco con metodi mafiosi.

f)       «La crescita culturale e morale» dell’Italia di cui parla Bagnasco è davanti a tutti: la corruzione dilaga, la mafia e le associazioni di malavita organizzata hanno preso possesso del parlamento e del governo; il parlamento non è più eletto, ma nominato dai magnaccia dei partiti; il presidente del consiglio è a capo della tratta della prostitute, ha permeato il potere che esercita di corruttela e di ricatti incrociati; fa la comunione ostentatamente e impudicamente; bestemmia in pubblico e il responsabile della Nuova Evangelizzazione, il vescovo Rino Fisichella si precipita a «contestualizzare»; ha fatto eleggere deputate parlamentari che sono passate dal letto di Putin; ha distrutto lo stato sociale, ha dichiarato guerra alla Giustizia che non sia la sua; ha spergiurato quattro volte sulla testa dei figli (che vanno in giro con le zampe di coniglio e i cornetti rossi), ha devastato l’economia; ha fatto i suoi esclusivi interessi immorali; fonda tutto sulla bugia e la falsità …

g)      E’ questo l’uomo che il Vaticano e la Cei hanno appoggiato, sostenuto e difeso e continuano a sostenere, difendere e appoggiare. Ecco il progetto culturale della Cei e del Vaticano: fare affari, fare affari sporchi, avere vantaggi e privilegi economici e alla fine concludere con un Pater Ave e Gloria.

Alla luce di questi fatti, ritengo che la gerarchia cattolica abbia perso ogni diritto di parlare di etica e di progetti culturali perché essi hanno permesso che Opus Dei, Comunione e Liberazione, Legionari di Cristo e i movimenti, che in qualche modo controllano, a votare e sostenere questo sistema immorale che si regge sulla disonestà e sulla illegalità. Questa gente fa i gargarismi con il vangelo, ma occupa il proprio tempo a difendere un uomo e un sistema che è l’incarnazione dell’anticristo. Papa e vescovi sono colpevoli dello sfacelo in cui è piombata l’Italia perché sono complici consapevoli e coscienti. Se Dio esiste dovranno rendere conto della loro ignominia e non basta una sciacquata in una confessione a rigenerare le colpe che essi hanno accumulato in questi 18 anni di decadenza sempre  più profonda. Nel ventennio hanno appoggiato con indifferenza il fascismo, nel diciottennio hanno appoggiato e appoggiano Berlusconi … non si fanno scrupoli perché essi sono adeguabili alla moda di ogni stagione.

L’obiettivo del progetto culturale

Il cardinale Camillo Ruini quando nel 1994 (anno del 1° governo Berlusconi/Lega) pone all’odg «il progetto culturale cristianamente orientato» aveva un obiettivo preciso: porre le mani della gerarchia su tutte le strutture, le organizzazioni e gli strumenti culturali che allora vivevano e si esprimevano in Italia con relativa libertà. Il caso più emblematico fu quello di Famiglia Cristiana. Nel 1998 su richiesta di Ruini il Vaticano commissaria Famiglia Cristiana perché aveva assunto posizioni spregiudicate e progressiste[2]. Il direttore don Leonardo Zega non accetta di essere licenziato, ma nel 2005 deve lasciare la rivista e approda alla Stampa di Torino. Non è un caso isolato, ma la risultanza di un sistema che ha avuto illustri precedenti[3].

Azione Cattolica, Focolarini, CL, Neocatecumenali, Scout, ecc. tutti furono messi in riga di sottomissione alla gerarchia in nome della riconciliazione lanciato a Loreto nel 1985 (v. sotto nota 3), con l’obiettivo di formare falangi in vista del progetto culturale che l’utero fertile di Ruini andava gestendo in segreto. Per raggiungere questo scopo bisognava spezzare le ali agli uccelli migratori a cominciare dalla grandi Congregazioni come i Gesuiti, contrastare la teologia della Liberazione che in Italia cominciava ad avere ripercussioni in ogni direzione e stabilire il principio di autorità: chi comanda è la gerarchia, al popolo spetta per concessione ecclesiastica dire «Amen» nella liturgia, poi obbedienza, obbedienza cieca, obbedienza convinta.

Il progetto culturale aveva l’ambizione di riportare tutte le editrici di matrice cattolica, tutti i giornali di ispirazione cristiana, tutti i settimanali e fogli diocesani sotto un unico cappello di garanzia; nessuno avrebbe potuto e dovuto più respirare senza permesso. E’ il ritorno non detto, ma praticato al tempo di papa Pacelli, quando a pensare nella Chiesa bastava il papa e tutti a cantare giulivi e anche contenti: «Bianco Padre che da Roma / ci sei mèta, duce e guida. / Su noi tutti tu confida, / un esercito a marciar». L’obiettivo di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI di abolire il concilio Vaticano II senza eliminarlo è essenziale a questo  ritorno alla cristianità pacelliana. Per chi fosse scettico, cito la Nota ufficiale della CEI dopo Palermo:

«Entro le coordinate del progetto culturale sono invitati a situarsi creativamente i molteplici soggetti pastorali delle nostre Chiese. Inoltre, in funzione di stimolo, per alimentare e rilanciare continuamente la riflessione nei luoghi pastorali, verranno organizzati un servizio di coordinamento presso la CEI e una rete di laboratori di studio e di proposta, distribuiti sul territorio e distinti per aree tematiche»[4]

Da una parte «i molteplici soggetti pastorali delle nostre Chiese» invitati a coordinarsi entro il progetto e dall’altra «un «servizio di coordinamento presso la CEI». Se 2 + 2 fa 4, il cerchio si chiude. Il progetto culturale partorito da Ruini e imposto alla Chiesa italiana è un grande sombrero per nascondere un disegno di morte: eliminare o quanto meno emarginare nella Chiesa ogni forma di dissenso, di autonomia, di iniziativa, riportando tutte le agenzie di comunicazione sotto la supervisione della Cei che tutto deve controllare, verificare, autorizzare. Il concilio ecumenico Vaticano II che ha cercato di porre le basi per una incarnazione del vangelo in ogni cultura, è sepolto e seppellito, un incidente dello Spirito Santo, un accidente della Storia.

In questo contesto ai più è passata inosservata la nomina di Lorenza Lei a direttore generale della tv che è avvenuta con il beneplacito della segreteria di Stato. I risultati si vedono già: la tv di Stato, tv pubblica, è stata svuotata di ogni contenuto di lettura critica della realtà e rimpiazzato da filmetti del secolo scorso con l’obiettivo dichiarato di chiudere rai3. Gli interessi collimano: si apprestano a fare spazio al progetto culturale per cui se va in porto questo disegno, vedremo la tv pullulare di preti, religiosi e laici clericali che riempiranno i vuoti con  trasmissioni educative.

La tragicità si tocca quando si leggono parole completamente opposte pronunciate dal Segretario di Stato. Nella lectio magistralis tenuta a Wrocław (Polonia) per ricevere un dottorato onoris causa, il cardinale Tarcisio Bertone ha parlato di «stile nuovo» della presenza dei laici nella Chiesa, dichiarando con enfasi che questo stile

«non può essere che quello sinodale, valido non soltanto per la celebrazione del Sinodo, ma anche come metodo per l’approccio ai problemi. Quello sinodale è uno stile che ha il pregio di coinvolgere tutte le comunità, chiamandole alla partecipazione attiva e responsabile; uno stile che esige ricerca e dialogo, elaborazione di proposte con risposte non prefabbricate; uno stile che domanda l’ascolto di tutti, o quanto meno delle rappresentanze delle comunità … [in quanto] il pluralismo ecclesiale non può esser concepito come pluralismo di individui, ma come pluralismo di chiese particolari o di comunità» (Agenzia SIR, 11-02-2010) [sottolineature mie].

Di fronte ad affermazioni come queste, uno resta allibito di stupore perché da un segretario di Stato Vaticano non se l’aspetta proprio e pensa istintivamente: accidenti, questo mi ha superato a sinistra. Il linguaggio è suadente ed anche un pizzico erotico: «stile sinodale … coinvolgere tutte le comunità … partecipazione attiva … pluralismo di chiese particolari o di comunità». Credo che tra i presenti, tutti, nessuno escluso, firmerebbero queste dichiarazioni. Io avrei qualche problema a riconoscermi in questo linguaggio, specialmente dove parla di «stile sinodale», che è una mistificazione storica e di cui parlerò più avanti, se resterà tempo.

Padre Bartolomeo Sorge, direttore di Aggiornamenti Sociali, prima responsabile del Centro Pedro Arrupe di Palermo insieme a P. Ennio Pintacuda, se ne accorge e pur con il suo linguaggio, a volte diplomatico, dichiara: «indubbiamente, dopo la normalizzazione di Loreto, la distanza tra le attese e le risposte tende a ridursi. Bisognerà però che il «progetto culturale» della CEI coinvolga finalmente anche la base della Chiesa italiana (diocesi e parrocchie, associazioni e movimenti, che finora tutt’al più ne hanno sentito solo parlare), anziché rimanere (come oggi è) un cenacolo riservato a una élite di intellettuali (pochi, prudentemente selezionati, e più o meno sempre gli stessi)[5].

A questa prospettiva tutta orientata non cristianamente verso la restaurazione della «Christianitas» di stampo medievale, risponde il cardinale Martini nel discorso di Sant’Ambrogio (1995), dicendo che per la Chiesa questo non è

«un tempo di indifferenza, di silenzio, e neppure di distaccata neutralità o di tranquilla equidistanza. Non basta dire che non si è né l’uno né l’altro, per essere a posto […]. È questo un tempo in cui occorre aiutare a discernere la qualità morale insita non solo nelle singole scelte politiche, bensì anche nel modo generale di farle e nella concezione dell’agire politico che esse implicano. Non è in gioco la libertà della Chiesa, è in gioco la libertà dell’uomo; non è in gioco il futuro della Chiesa, è in gioco il futuro della democrazia»[6].

Progetto culturale? Cosa dice la Bibbia e la Teologia

Passiamo ai contenuti dell’ipotetico progetto culturale e proviamo a vedere se è compatibile con il vangelo e di conseguenza se può avere una collocazione all’interno della teologia. Diciamo subito che il progetto culturale descritto non ha niente da spartire con il vangelo e con la teologia perché si riduce ad una mera gestione di potere all’interno della Chiesa Italiana dove a periodi alterni si danno battaglia i due referenti principali: il Vaticano e la Cei.

Al tempo di papa Giovanni XXIII prevaleva la Cei perché il papa tendenzialmente cercava di disinteressarsi dell’Italia, ma guardava alla Chiesa universale in spirito di autentico servizio. Al tempo di Paolo VI vi fu una sostanziale collaborazione, sia perché il papa conosceva bene la situazione e aveva rapporti diretti con alcuni protagonisti della politica italiana, di cui era stato assistente in Fuci, sia perché la Chiesa italiana era in fermento vivace con un dopo concilio che vide figure di rilievo come testimoni e come uomini di cultura e di fede: accenno solo al carmelitano Anastasio Ballestrero, al segretario generale della Cei Enrico Bartoletti, uomini onesti e credenti in Dio che mai avrebbero usato la Chiesa per i loro scopi personali e tanto meno di potere.

Nel pontificato di Giovanni Paolo II, la Cei è stata guidata da uomini senza fede perché hanno lavorato per perpetuare il loro potere anche dopo la loro formale, ma non reale, uscita di scena. Il cardinale Ruini Camillo si dimette nel 2007 e tre anni dopo, nel 2010, lo ritroviamo a pranzo con Berlusconi e Letta per coordinare le elezioni regionali del Lazio per fare vincere ad ogni costo Renata Polverini contro l’atea e miscredente Emma Bonino che i sondaggi davano per vincente. Colpo riuscito, anche a costo di passare sopra tutte le immoralità del presidente del consiglio che in quei giorni coprivano i giornali di tutto il mondo. Nel luglio dello stesso anno 2010, il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone partecipava ad una cena notturna, di stampo mafioso con Berlusconi, Letta, Casini, Draghi, Geronzi in casa di Bruno Vespa, sempre  pronto a fare da cameriere di regime. In questo caso l’obiettivo era convincere Casini a sostenere il governo e non farlo cadere dopo la cacciata di Fini.

Se questo è il progetto culturale, possiamo dire addio alla decenza democratica, alla laicità dello Stato e all’etica senza aggettivi. Credo che il mondo laico interno alla Chiesa e il mondo laico senza chiesa dovrebbero programmare insieme un progetto culturale che abbia solo un punto all’odg: l’abolizione semplicemente del Concordato, il vero invitato di pietra alla mensa democratica italiana. Ci domandiamo: con quale autorità le loro eminenze si arrogano il diritto di interferire nella vita democratica di uno Stato estero? Quale mandato evangelico essi hanno ricevuto per determinare le elezioni politiche?

Il punto zenit di questa prospettiva di progetto culturale si trova nel discorso di Joseph Ratzinger a Regensburg/Ratisbona, dove il papa ha fatto una operazione che nessuno aveva osato prima per la sua temerarietà e, permettetemi, assurdità: di fatto egli identifica il «Lògos» giovanneo, e quindi il messaggio evangelico, con il pensiero ellenistico, arrivando a dire che pensiero greco e contenuto evangelico sono in simbiosi quasi «ipostatica». In estrema sintesi: non si può essere cristiani se prima non si diventa greci di cultura. Ritorna la grande questione che già pose Paolo all’inizio del Cristianesimo, quando i giudaizzanti, seguaci di Giacomo pretendevano che io Greci per diventare cristiani dovevano farsi circoncidere, cioè diventare Giudei. Se fosse passata questa linea, oggi il Cristianesimo sarebbe una setta insignificante del Giudaismo sopravvissuto alla diaspora (cf Gal 5,4-6.11-12; 6,15-16). Paolo si oppose a questo progetto culturale antesignano nel concilio di Gerusalemme (cf At 15,1; 21,21), definendolo una perversione (Gal 5,2) perché sarebbe ammettere che il vangelo è solo giudaico e soltanto il vangelo giudaico può essere comunicato alle nuove culture e ai nuovi popoli. Da questo momento nasce il principio che il vangelo non può identificarsi con alcuna cultura, ma può incarnarsi in tutte le culture. Ecco le parole del papa:

«Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il λόγος”. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: “Passa in Macedonia e aiutaci!” (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una “condensazione” della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco.

«In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall’insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all’interno dell’Antico Testamento, una nuova maturità durante l’esilio, dove il Dio d’Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: “Io sono”. Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto opera delle mani dell’uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l’adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l’epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la “Settanta” – , è più di una semplice (da valutare forse in modo poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio»[7].

Il papa dimostra di non essere un esegeta e di non conoscere molte cose riguardo alla Bibbia. Il papa si ferma all’esegesi preconciliare quando la Bibbia veniva usata in funzione della dogmatica per appoggiare con i testi le conclusioni teologiche. Egli, infatti, non sa, per esempio, che la manifestazione di Dio al roveto ardente di Es 3,14 con l’espressione «Io Sono» non intende mostrare il senso filosofico di Dio o «l’Essere» nel senso aristotelico/tomistico, ma la Presenza storica del Dio dei volti e dei nomi: «Il Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe»  (Es 3,15) e che la traduzione esatta del testo ebraico «hy<h.a, rv,a] hy<h.a, – ’ehyèh ashèr ’ehyèh» (Es 3,14) significa «io sarò chi sono stato» dando così un senso unitario alla salvezza che si fa storia.

Il papa traduce «lògos» partendo solo dalla lingua ellenistica greca, ma dimentica che l’autore del IV vangelo è imbevuto di giudaismo e di tradizione orale e che in questa parola greca, che porta in sé certamente una porzione di significato ellenistico, vi è racchiusa tutta la ricchezza del «Dabàr» ebraico e della «Memrà» aramaica. Il termine ebraico «Dabàr» ha il significato di «detto e fatto», esprime cioè il concetto di opposizione, metodo tipico dell’ebraismo biblico per esprimere la totalità. «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Gen 1,3). E’ la Parola che si fa azione perché Dio parla agendo e agisce parlando. Ridurre il «Dabàr» al «lògos» greco è impoverire la rivelazione biblica.

Proporre un progetto culturale connesso col vangelo significa vedere il mondo solo con gli occhiali occidentali e pretendere che per essere cristiani bisogna diventare prima occidentali e solo dopo asiatici cristiani, africani cristiani, indiani cristiani, ecc. D’altronde l’elezione di Benedetto XVI non è stata fatta per la paura suscitata dalla secolarizzazione del vecchio continente? I cardinali non seppero guardare i fermenti e le messi biondeggianti ovunque rigogliose nel mondo, ma ebbero solo paura per la mancanza di operai (cf Lc 10,2) e si rintanarono nel cenacolo della sicurezza occidentale per correre ai ripari, ma fuori dalla Storia e anche dal Vangelo.

L’obiettivo di Benedetto XVI è portare la Chiesa a fare una alleanza fondamentalista con l’Islam perché fra due decenni saranno le due religioni più forti in Europa e, disponendo del diritto di voto, avranno la forza di condizionare la politica e le leggi dell’Europa. Per fare questo si inventa un «Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione» dell’Occidente, affidato al vescovo Rino Fisichella con il compito di arginare l’uscita di sempre  più masse di credenti dalla Chiesa cattolica[8]. Va in questa direzione il motu proprio «Summorum Pontificum» con cui il papa di fatto azzera il concilio ecumenico Vaticano II e concede carta bianca ai denigratori di esso, lasciandoli liberi di fatto e di diritto di farsi la teologia che vogliono, la chiesa che vogliono, la storia che vogliono, l’ecclesiologia che vogliono. Concedere libertà di messale non è cosa da poco da un punto di vista teologico, ma dare diritto di cittadinanza a due liturgie contrarie e opposte, a due antropologie antitetiche, a due Chiese conflittuali. Il motu proprio toglie anche credibilità e autorità ai vescovi locali, che diventano meri esecutori papali.

La concessione della Messa preconciliare senza condizioni, senza una adesione preliminare al concilio Vaticano II, ha un solo obiettivo: mentre il clero cala in tutto il mondo e le chiese si svuotano per la mancanza di profezia della gerarchia, è necessario riportare nella Chiesa le falangi dei fondamentalisti lefebvriani insieme ai Legionari di Cristo, all’Opus Dei, a CL, alle varie «Legio Mariae», ai Neocatecumenali, ecc. ecc. Questi garantiscono sicurezza e stabilità dottrinale, sono ancorati al passato e disdegnano il mondo moderno, vivono nel passato remoto e non si smuovono nemmeno se venisse di nuovo Gesù Cristo in terra che, se fosse necessario, sarebbero capaci di crocifiggere un’altra volta se per caso dovesse dissentire dalla loro visione e dai loro obiettivi.

Da un punto di vista biblico e da un punto di vista teologico esiste solo la possibilità per la Chiesa di incarnare la Parola di Dio in ogni lingua e cultura, in ogni popolo e nazione, secondo il genio proprio di ciascun popolo e cultura. E’ la visione dell’apocalisse che non lascia equivoci:

« Dopo ciò apparve una gran folla, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua; stava ritta davanti al trono e davanti all’ Agnello; indossavano vesti bianche e avevano palme nelle loro mani» (Ap 7,9)

( Tutte le lingue del mondo possono dire il nome di Dio e nessuna è più uguale alle altre da poter dire: io mi identifico con la Parola. IL vangelo di Giovanni non dice che il Lògos si fece italiano, occidentale, biondo e cattolico, ma dice con severità e sobrietà che «Kai. o` lo,goj sa.rx evge,neto kai. evskh,nwsen evn h`mi/n – kài ho lògos sàrx egèneto kài eskênosen en hēmìn» (Gv 1,14) e cioè che il Lògos assume la «carne», la fragilità, la caducità, il relativismo, la vita e la morte e piantò la sua tenda provvisoria in mezzo a noi. Il «noi» ha un valore universale, ha il sapore dell’umanità e non il sopruso di una egemonia.

Parlare di progetto culturale, oggi in Italia, significa scegliere di stare sul Monte Sinai e sul Monte delle Beatitudini, dalla parte della Parola che «viene piantare la sua tenda tra noi» (cf Gv 1,14), dando compimento alla profezia del sapiente Siracide: «Allora il Creatore di tutto mi diede un comando, il mio Creatore mi ha dato una sede per riposare e mi ha detto: “Metti tenda in Giacobbe, sia in Israele la tua eredità”» (Sir 24,8). La Chiesa dovrebbe essere il «riposo» del Creatore e l’eredità da donare al mondo; ma questo avviene solo per grazia e fidandosi solo della Provvidenza e dello Spirito Santo. Se invece si privilegiano gli accordi di potere e i progetti culturali che sono strategie di egemonia e metodi di sopraffazione per pretendere di essere sempre maggioranza anche quando si è ad ogni livello  minoranza, la Chiesa rinnega la sua natura di « mikròn pòimnion – pusillux grex – piccolo gregge» (Lc 12,32) rinunciando al Regno di Dio per acquisire il potere degli uomini.

In questo modo la gerarchia elimina il fondamento della laicità dello Stato e la sua distinzione netta dalla logica del mondo come descritta e voluta dal Signore nella preghiera sacerdotale «prima di passare da questo mondo al Padre» (Gv 13,1):

«Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, e hanno osservato la tua parola. 9«Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 11Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, mentre io vengo a te. 14Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo come io non sono del mondo. 15 Non ti chiedo che li tolga dal mondo, ma che li preservi dal maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (Gv 17,6.9.11.14-16).

E’ la categoria teologica «nel-del» che esprime la presenza provvisorio, locativa «nel» e di appartenenza, di identità «del». E’ qui a mio parere il fondamento biblico della separazione tra Stato e Religione: «nel mondo/non del mondo», ma non è questo l’argomento del convegno per cui lo accenno soltanto senza proporre alcuno sviluppo esegetico. Sta però anche qui la definizione della natura intima della Chiesa che non può confondersi.

Quando la Chiesa non è odiata e perseguitata, ma ricercata, riverita e ossequiata si compiace dei progetti culturali, rinnega la sua anima e il suo Signore che l’ha inviata nel mondo senza bisaccia, senza tunica e senza denaro, ma solo con il vincastro e i sandali (Mc 6,8-9). Tutto il resto viene dal maligno. Nel momento storico che sta vivendo l’Italia, essere Chiesa di Dio e non bottega di efficienza significa non collaborare con un governo e una maggioranza che hanno distrutto il tessuto sociale del nostro popolo, che hanno frantumato la coesione generazionale, che ha disintegrato le coordinate antropologiche delle relazioni, che hanno introdotto il virus dell’individualismo come fine, della corruzione come metodo e della illegalità come strumento di dominio e di predominio del malaffare istituzionalizzato.

La Chiesa non deve temere le persecuzioni e non deve cercare accordi di «regime» perché dovrà per necessità di cose venire ad una contrattazione al ribasso fino al punto di diventare «cane di guardia» del potere come codificava Il cardinale Mazzarino che se ne intendeva quando affermava: che  «Il trono si conquista con le spade e i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni».[9]

Il timore di Sant’Ilario di Poitiers è oggi più che attuale, è reale e reso effettivo dal comportamento delle gerarchia che inveiscono contro il «relativismo», mentre di fatto si relativizzano su questioni particolari, dimenticando la visone globale della storia e del bene comune, venendo a compromessi che nulla hanno da vedere con la prospettiva del Regno di Dio. Se vivesse oggi, San’Ilario non cambierebbe una virgola al rimprovero che rivolge al clero del suo tempo che si lascia corrompere dal corrotto imperatore Costanzo che con ogni mezzo vuole la gerarchia a libro papa per averla sempre  a suo servizio:

«Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga, non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro».[10]

Parlando al Bundestag durante la sua visita in Germania, Benedetto XVI ha citato Sant’Agostino per affermare il discrimine tra il diritto e il brigantaggio: «Togli il diritto, e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?»[11]. Guardando in casa nostra, noi vediamo che i vescovi che pensano il progetto culturale negli ultimi venti anni sono stati e sono ancora oggi complici di una «banda di briganti» che hanno allevato nel loro seno e con i loro consigli, con accordi e scambi mercantili, ignobile e peccaminosi. Il progetto culturale nella nostra sventurata Italia è oggi:

–  Non collaborare con i briganti che siedono al governo, indagati di mafia compresi.

–  Non appoggiare politiche contro i diritti dell’uomo come fa il governo Bossi/Berlusconi.

– Non tacere per opportunismo quando c’è da parlare da profeti.

– Non contrattare sottobanco leggi secondo la propria morale a scapito di quella degli altri.

– Anteporre gli interessi della povera gente ai privilegi delle caste.

–  Definire i confini tra Stato e Chiesa.

–  Avere chiaro il fine ultimo dello Stato che è laicità come condizione previa di democrazia.

–  Rispettare le esigenze delle minoranze anche a scapito dei propri interessi.

– Amare la profezia della testimonianza come garanzia di fedeltà al Signore Gesù.

– Vivere come provvisori in cammino verso il definitivo, senza pretese e con amore.

–  Amare la verità, la libertà e la giustizia come frutti buoni dello Spirito.

– Vivere l’unico progetto culturale possibile che è testimoniare con la vita il Signore Risorto, perché non si possono servire due padroni: Dio e mammona (cf Mt 6,24).

Se non si può fare a meno di un progetto culturale, ecco il modello della  Lettera a Diogneto[12] 

 I Cristiani nel mondo

«V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale … 4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. 5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. 7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. 8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. 11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati … VI. 1. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. 2.L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. 3.L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile …  8 L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli …10. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare»..

In altre parole, ecco l’unico progetto di vita possibile, descritto da Matteo:

5:3«Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4Beati quelli che piangono, perché saranno consolati. 5Beati i miti, perché erediteranno la terra. 6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10Beati i perseguitati a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli. 11Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male a causa mia, 12rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così, del resto, perseguitarono i profeti che furono prima di voi» (Mt 5,3-12).


[1] Cei, Educare alla Legalità. Per una cultura della legalità nel nostro Paese. Nota pastorale della CEI. Commissione ecclesiale «Giustizia e Pace», Paoline, 200713.

[2] Aldo Maria Valli, Scritti cattolici, Edizioni Messaggero, Padova, 2010, p. 103.

[3] Riportiamo in nota solo due esempi. (1) Il 5 ottobre 1981 si era avuto il primo avviso a livello mondiale dell’oscurantismo del pontificato di Giovanni Paolo II a cui non andava a genio la libertà e l’autonomia dei Gesuiti che, alla guida del grande Padre Pedro Arrupe, in tutto il mondo erano l’anima, insieme ad altri, della teologia della liberazione e della richiesta di autonomia delle chiese locali, specialmente in Asia e in America Latina. Quel giorno, approfittando di un ictus improvviso che colpì Pedro Arrupe, il papa contro le costituzioni dell’ordine e con atto d’imperio autoritario commissariò la Compagnia nominando suo delegato l’ottuagenario padre Paolo Dezza, che poi per premiarlo dei servigi fece cardinale.

(2) In Italia l’opera di compattazione centralizzata attorno alla presidente della Cei, ebbe inizio con il II convegno della Chiesa Italiana svoltosi a Loreto (1985) con il titolo programmatico: «Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini». I titoli clericali sono sempre  piani, ma dirompenti, e dietro l’irenismo di facciata si nasconde una guerra per bande e senza quartiere. La «riconciliazione cristiana» non è un invito evangelico alla conversione, alla metànoia, ma un imperativo categorico a tutte le anime dell’associazionismo italiano a uniformare il loro pensiero e i loro ideali per formare un corpo unico specialmente in viste delle elezioni che si sarebbero svolte in Italia nel 1987 e che videro ancora la vittoria del socialisti e della DC, le ultime prima dello scoppio di Tangentopoli e delle conseguenti Mani Pulite.

[4] CEI, Nota pastorale: la Chiesa in Italia, dopo il Convegno di Palermo (26 maggio 1996), in Enchiridion della Conferenza Episcopale Italiana, vol. 6 (1996-2000), EDB, Bologna 2002, n. 25, 90s.

[5] B. Sorge, s.j.,«Tra profezia e normalizzazione La Chiesa italiana da Roma 1976 a Verona 2006», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2006), 115-126.

[6] C. M. MARTINI, «C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare». Discorso per la festa di S. Ambrogio, Centro Ambrosiano, Milano 1995. Il testo ha il titolo: «Chiesa e comunità politica» pubblicato in Aggiornamenti Sociali, 2 (1996) 165-176, da dove è tratta la citazione riportata.

[7] Benedetto XVI, Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni (Discorso nell’aula magna dell’Università di Regensburg, martedì 12 settembre 2006).

[8] Su questo argomento strategico cf P. Farinella, «Benedetto restauratore» in MicroMega 5 (2007) 163-188, qui 185-188; Id., ««La Santa Alleanza contro l’Illuminismo» in MicroMega 3 (2009) 111-127.

[9] Citazione in S. Lodato – R. Scarpinato, Il ritorno del Principe, Chiarelettere Editore, Milano 20096, 16.

[10] Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo, 5 [PL10,478-504]).

[11] Sant’Agostino, De Civitate Dei, IV, 4, 1.

[12] Lettera a Diogneto, V,1-10; VI,1-10.

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