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Una spiritualità ecumenica vissuta già oggi

Hans Küng e Jürgen Moltmann
Concilium n. 3 del 2011

(estratto dal colloquio tenutosi durante la giornata ecumenica a Monaco 2010)

HANS KÜNG – Il nostro tema ha per titolo «Una spiritualità ecumenica vissuta già oggi». Credo di
poter dire che noi già la viviamo. Quando Karl Barth, il grande teologo riformato, un giorno mi
chiese: «Che cosa c’è, propriamente, fra lei e me?», io gli risposi: «In mezzo a noi due, in effetti,
propriamente nulla, ma dietro di lei e dietro di me c’è moltissimo». Noi perciò non possiamo
accontentarci di piccole riforme; dobbiamo esigere una nuova riforma: non per una divisione, bensì
per l’unità della chiesa.

JÜRGEN MOLTMANN — Per me l’ecumenismo non è la composizione delle situazioni di fatto
delle chiese attuali. Ecumenismo vuol dire: comunione a partire dal rinnovamento delle chiese nel
nome di Gesù Cristo. Non è l’unità che porta il rinnovamento, bensì è il rinnovamento che porta
l’unità. Voglio citare al riguardo un esempio. Ecco, nel 1962 è accaduto qualcosa di inatteso e di
improvviso: il concilio Vaticano II. Nulla ha avuto tanto influsso su noi protestanti quanto il
concilio Vaticano II: in quel momento abbiamo ammirato e anche invidiato i cristiani cattolici per
questo grande passo. Io non ho mai vissuto una comunione più grande con cristiani cattolici quanto
durante il Vaticano II e in seguito nella rivista Concilium, a cui per vent’anni ho partecipato come
co-editor. La chiesa conciliare, questa è la speranza che io nutro.

H.K. – In tal senso il cambiamento di paradigma è incominciato già allora, ma si è realizzato
soltanto a metà. Adesso abbiamo la lingua del popolo, abbiamo la liturgia del popolo, abbiamo
anche il calice ai laici, ma, per esempio, non abbiamo ancora il matrimonio per i preti. Del
paradigma dell’Illuminismo abbiamo la libertà di religione, abbiamo la svolta nei confronti
dell’ebraismo, la svolta nei confronti delle religioni mondiali e del mondo secolare. Ma nel concilio
non ci è stato possibile discutere molte cose, tra le quali la questione della
contraccezione – nel 1968 arrivò poi l’enciclica Humanae vitae -, la questione del celibato, la
questione dell’intercomunione eucaristica. Sono tutte questioni che da allora sono rimaste aperte, e
non vogliamo aspettare altri venti o trent’anni!

1. Chi sono i laici?

J.M. – Per laico noi intendiamo spesso uno non-religioso, un non-specialista, ma ciò è
completamente falso. Il termine “laico” viene da laòs, ossia “popolo”, il popolo di Dio. Un laico è
un membro del popolo di Dio. E da questo punto di vista ogni pastore, uomo o donna, ogni vescovo
e lo stesso papa di Roma è un laico, un membro del popolo di Dio. Io sono stato totalmente
entusiasta che il concilio Vaticano II abbia ripreso l’idea di chiesa come popolo di Dio, perché
questa idea riunisce clero e laici in una grande comunione.

H.K. – Dai vescovi venne la richiesta che all’inizio della Costituzione sulla chiesa, Lumen gentium,
fosse posto un paragrafo sul popolo di Dio, De populo Dei. Ciò era naturalmente in
contrapposizione con l’immagine di chiesa che, dal Medioevo in poi, aveva contraddistinto la chiesa
romano-cattolica: una piramide con il papa, i vescovi, i preti sopra, e i laici sotto. Era qualcosa di
rivoluzionario, e tuttavia al concilio lo abbiamo fatto passare con una grande maggioranza. Soltanto
il gruppo curiale fu contrario: gli stessi che, in gran parte, sono ancor sempre aggrappati al potere e
impediscono che se ne traggano le conseguenze.

J.M. — Noi abbiamo l’espressione “il cristiano maggiorenne”. L’espressione include il coraggio di
un giudizio proprio, di una parola propria, di una propria fede. Arriveremo a un’epoca in cui la fede
personale avrà maggiore importanza e la partecipazione alla fede della chiesa sarà più debole;
perciò abbiamo bisogno di cristiani diventati adulti, maggiorenni. I laici devono diventare cristiani
maggiorenni nel collaborare al governo della chiesa: nel concilio, nei sinodi e nelle comunità del
risveglio. Se una parrocchia o una circoscrizione ecclesiale diventa una comunità, allora si formano
questi cristiani maggiorenni che includono nella loro comunione anche i parroci e i vescovi. Nella
comunità ogni membro è responsabile per quello che accade in essa. È necessario pensare la chiesa
a partire dal basso. E la chiesa dall’alto, la gerarchia, deve essere inserita nella grande comunità
cristiana.

2- Chi sono i preti e le donne parroco?

J.M. — Se lo stesso popolo di Dio è già un popolo sacerdotale, come si afferma nel Nuovo
Testamento, non ne consegue forse il sacerdozio universale di tutti i fedeli? L’ho letto anche nel
Vaticano II. Ma nella tradizione cattolica e nel movimento cattolico di riforma come si rapporta il
sacerdozio universale di tutti i fedeli al sacerdozio speciale di alcuni ministri?

H.K. — Il sacerdozio universale è certamente un’affermazione della Scrittura; il passo più noto è 1
Pt 2,9: «Voi siete una nazione eletta, un sacerdozio regale», e questo naturalmente fu recepito anche
dal concilio Vaticano II. Ciò comporta poi che i ministri ufficiali non sono i padroni della chiesa,
bensì ne sono i servitori. Il Nuovo Testamento per indicare i ministri non ricorre a una concezione
civile qualunque, ma fondamentalmente a un concetto che non era affatto usato per questo scopo,
ossia quello del servizio a tavola: un servizio semplice, umile, per indicare il quale si usava la
parola diakonia. Si compresero i ministeri ecclesiali come diaconia, come servizio alla comunità.
Questo viene detto con molta chiarezza anche dal concilio Vaticano II nella Costituzione sulla
chiesa. La questione, però, è appunto quale volto abbia la prassi effettiva. Il papa chiama se stesso
«servo dei servi di Dio», e questa è una bella espressione di Gregorio Magno, ma di fatto egli si
comporta come il signore dei signori e così tratta persino i vescovi.
Nel mio libro La Chiesa (1967) io sono partito dal fatto che, in fondo, ogni cristiano è abilitato a
battezzare. Ciò non viene contestato da nessuno. Allora si pone però un’altra questione: non può lo
stesso cristiano, in certe circostanze, assicurare anche il perdono dei peccati? Certo, lo può fare,
nella speranza che Dio perdoni i peccati. L’eucaristia — questo è evidente —non è stata data a un
singolo: è stata data a tutti. «Fate questo in memoria di me» è l’affermazione che rimanda alla
celebrazione dell’eucaristia. E da essa ogni cristiano è abilitato a celebrare l’eucaristia. Naturalmente
non nel senso che adesso uno, da solo, possa celebrare per sé la messa, come mi è stato
rimproverato di sostenere; non è questo il senso. Ma in linea di principio un gruppo di cristiani può
raccogliersi per celebrare l’eucaristia. Anche se altri lo contestano, io sostengo che questa è una
celebrazione dell’eucaristia valida.

J.M. — Questa è anche la prassi nelle famiglie evangeliche e questa era la prassi nei campi di
prigionia, in situazioni di emergenza, e io sono molto contento che su questo noi siamo dello stesso
parere. Tutti i fedeli battezzati hanno il diritto di annunciare, di rendere testimonianza della loro
fede, di battezzare e di condividere la Cena del Signore. Nella celebrazione evangelica della Cena
noi ci disponiamo in modo da formare un grande cerchio e ci rivolgiamo vicendevolmente le parole
dell’istituzione: «Per te dato, per te versato». Ecco, noi facciamo questo come una grande comunità,
non come una prestazione di un singolo all’altare per i molti che sono soltanto destinatari, ricettori.

H.K. — Pensiamo alla Cina: se lì un gruppo di cristiani si raduna e celebra l’eucaristia, si dirà che
quella è una celebrazione valida dell’eucaristia. Ciò ha naturalmente un altissimo significato per
l’ecumenismo, poiché poi non si può negare ad altri cristiani la validità dell’eucaristia solo perché
non rientrano nella successione apostolica.
In una situazione normale ovviamente presiede l’eucaristia il parroco, colui che è a capo della
comunità. Questa è in ogni caso la tradizione cattolica, e io vorrei conservarla. Ma questo non
dovrebbe voler dire che non tutti, in definitiva, possono presiedere. E se le cose continuano come si
sono messe, ossia che sempre più comunità rimangono senza parroco, si porrà la questione di che
cosa devono fare queste comunità. Che cosa è più importante: l’eucaristia o il celibato?

J.M. — Molti pastori e donne-pastore sono sovraccaricate di impegni, perché devono fare di tutto
nello stesso tempo: predicare, istruire, garantire la cura pastorale, visitare i malati, attuare la
diaconia, organizzare circoli comunitari ecc. Che cosa facciamo in una situazione del genere?
Dobbiamo impiegare più “laici” che aiutino il pastore, dunque suddividere il complesso dei carismi,
delle doti personali e delle esigenze che confluiscono nell’ufficio parrocchiale? Oppure, viceversa,
non è meglio pensare a partire dalla comunità e dai circoli domestici, e poi ridistribuire i diversi
compiti, per esempio l’assistenza pastorale nella casa di cura, le visite ai malati e così via? Sono
però doni che in una comunità si trovano allo stato dormiente. E proprio quando una comunità non
ha un pastore, allora questi doni dormienti dei “laici” spesso si risvegliano.

H.K. — Un’affermazione del tutto fondamentale in Paolo riguarda proprio i carismi: ogni cristiano
ha i suoi doni di grazia, egli dice. Possono essere semplicissimi, quali il dono del consigliare,
dell’aiutare, del guarire; possono essere anche doni di direzione. Nella comunità ci sono gli apostoli,
ma anche profeti, maestri, teologi ecc. In Paolo non c’è dunque semplicemente una gerarchia, in
base alla quale uno decide e gli altri sono passivi. Io penso che in tante comunità noi abbiamo una
moltitudine di “laici” che già esercitano il loro carisma. In entrambe le confessioni. E i parroci
hanno notato che la cosa funziona solo in gruppo. Chi è dunque la chiesa? Come viene percepita
pubblicamente la chiesa?

3- Chi è la Chiesa?

J.M. — Pubblicamente la chiesa viene percepita come chiesa istituzionale, come chiesa di vescovi,
come chiesa del papa. A prescindere però da quei grandi eventi che guadagnano il palcoscenico
della televisione, chiesa sono, domenica dopo domenica, i tre, quattro milioni di cristiani presenti
nelle chiese, quelli che durante la settimana lavorano nelle istituzioni diaconali, ma ciò non è un
bene altrettanto “spendibile”.

H.K. — E come viene percepita la chiesa privatamente?

J.M. — Nell’ambito privato abbiamo un’immagine di chiesa con la quale solo difficilmente
possiamo identificarci. Negli uffici parrocchiali veniamo catalogati come frequentatori delle
funzioni liturgiche. Come se noi esistessimo soltanto per frequentare il culto divino! E alla Cena
veniamo contati come ospiti, come se non facessimo parte della famiglia. È però una cosa
impossibile. Perciò la mia tesi è questa: la comunità è la critica della chiesta ufficiale e il suo futuro!
Una comunità è più di una circoscrizione ecclesiastica. In ambito evangelico c’è il tentativo di
rendere la chiesa più attraente nella sua offerta religiosa con l’aiuto di consulenti d’impresa. Ma ciò
non ci degrada forse a clienti della chiesa e dei suoi apparati? Le comunità nelle quali viviamo non
sono però le associazioni locali della chiesa territoriale! La chiesa territoriale è piuttosto l’unione
delle chiese vive in quel determinato posto!

H.K. — Noi cattolici abbiamo il problema opposto. In Germania, tra breve, soltanto un terzo delle
comunità avrà ancora un parroco. Tutto ciò viene mascherato aggregando diverse comunità e
chiamando l’esito di questa operazione “circoscrizione o unità pastorale”. Abbiamo operatori
pastorali che alla domenica corrono freneticamente da una chiesa all’altra. Nel Medioevo lo si
sarebbe definito un “prete da messa”: si limita a celebrare la messa e poi è costretto di nuovo a
fuggire via subito. Così naturalmente si sfasciano le comunità. Tuttavia, come si passa dalla chiesa
dell’assistenza religiosa alla chiesa della partecipazione attiva? Come la chiesa per il popolo diventa
una chiesa del popolo?

J.M. — Nella storia della chiesa evangelica abbiamo un esempio: le comunità spontanee della
Chiesa confessante all’epoca del nazionalsocialismo. Esse non erano articolate in modo gerarchico,
ma organizzate mediante cosiddetti “consigli di fratelli”. Erano comunità che, nella situazione di
oppressione da parte dello Stato e del partito, finanziavano in proprio i loro pastori. Si entrava in
una comunità del genere per esplicita scelta e si riceveva una carta che attestava l’esserne membro.
A Tübingen abbiamo oggi la comunità di S. Giacomo. Da circoscrizione ecclesiastica è diventata
una comunità, e precisamente attraverso venti circoli domestici. Questi circoli domestici preparano
le liturgie. Le attività della comunità non si concentrano nella persona del pastore, il quale non deve
essere dappertutto. Ognuno è un esperto della propria vita, delle sue capacità, della sua fede.
Quando il pastore che ha avviato tutto ciò è andato in pensione, la comunità ha gestito da sola le
liturgie per nove mesi; e la chiesa era piena come prima. Questo per me è un esempio di come si è
passati da una chiesa dell’assistenza a una chiesa dell’attiva partecipazione.

H.K. — Se dunque l’ambiente-cattolicesimo non funziona più, e neppure ciò che prima costituiva la
cultura protestante non esiste più in quelle modalità, allora dipende completamente dalla decisione
del singolo il fatto che egli partecipi o meno.

J.M. — Sì, di questo sono convinto. Soltanto che i singoli non sono naturalmente degli individui
che vivono per sé stessi. Essi vivono in relazioni, in famiglie, in gruppi di amici ecc. Ma
appartenere a una comunità e partecipare ad essa in modo attivo è una decisione personale.

4- La situazione dell’ecumenismo e la questione dell’ospitalità eucaristica

J.M. — Credo che il motivo più profondo per l’ecumenismo sia la preghiera rivolta da Gesù al
Padre: «Che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). E credo che questa preghiera è ascoltata, così che
noi, in fondo, già siamo una cosa sola. Perciò ecumenismo per me significa: alla fine cresce insieme
ciò che appartiene a tutti. Ma quale forma del crescere insieme c’è oggi?

H.K. — Fondamentalmente è vero: nello Spirito già siamo una cosa sola. Siamo uniti nel battesimo,
che le chiese riconoscono reciprocamente, e se tutti noi siamo battezzati nel nome di Gesù Cristo, in
Gesù Cristo siamo una cosa sola. Questo dovrebbe essere preso molto più sul serio di quanto non
facciamo di solito.
Io rifiuto l’ecumenismo di ritorno. Il fatto che il mio collega di un tempo, l’attuale papa Benedetto
XVI, abbia offerto ai parroci e ai vescovi anglicani conservatori, in cambio del loro ritorno a Roma,
la possibilità di non osservare il celibato, io lo vedo come il contrario di ciò che il concilio ha
voluto. Abbiamo voluto che ci rinnovassimo da entrambe le parti e ci orientassimo secondo il
vangelo e non andassimo di nuovo a caccia nella riserva degli altri, per accaparrarci dei singoli.
Che ne pensi della formula della “diversità riconciliata”? Non va a finire in un ecumenismo che
rimane statico? Constatiamo che siamo diversi. Io non valuto il fatto che non venga evidenziato il
profilo cristiano comune, ma il profilo luterano rispetto al profilo romano. In questo eravamo già
andati oltre.

J.M. – Anch’io lo credo. Nel dialogo interreligioso, per esempio, sperimento una profonda
comunione con teologi cattolici, poiché di fronte ad altri possiamo parlare con una sola voce.
Ricordo un colloquio con dei marxisti, nel 1968, in Cecoslovacchia. Josef Hromàdka, Johann
Baptist Metz e il sottoscritto rappresentavamo il cristianesimo in modo del tutto naturale con una
sola voce. Una cosa analoga accade nel dialogo con gli ebrei. L’ebraismo non ha un rapporto
speciale con la chiesa evangelica e un rapporto diverso con Roma. Nei confronti dell’ebraismo noi
cristiani parliamo con una sola voce e in questo siamo vicini gli uni gli altri.
Una domanda rivolta ai teologi è proprio questa: ci sono ancora differenze, soprattutto dottrinali,
che rendono impossibile la comunione eucaristica? E da quarant’anni tra i teologi, evangelici e
cattolici, c’è accordo comune nel dire che non ce ne sono. Anni fa c’era stata la proposta Rahner —
Fries. Prima della I Giornata ecumenica del 2003 a Berlino, gli istituti ecumenici hanno fatto sul
tema una verifica e hanno detto la stessa cosa. Alcuni teologi, che oggi sono cardinali, hanno
asserito che lo scandalo della divisione tra cristiani nell’eucaristia è molto più grave dello scandalo
di singoli gruppi che vanno avanti e celebrano insieme l’eucaristia.

H.K. — Già la Commissione per la fede e la costituzione della chiesa del Consiglio ecumenico
delle chiese, nel 1982, insieme con rappresentanti ufficiali della chiesa cattolica, ha emanato la
Dichiarazione di Lima su battesimo, eucaristia e ministero. In essa venne stabilita anche la comune
“liturgia di Lima”. Secondo tale dichiarazione tutti i punti controversi — sacrificio espiatorio,
presenza reale, ministeri — possono essere propriamente considerati risolti. Tutti i cristiani possono
asserire con il documento di Lima: «È Cristo che invita al banchetto e lo presiede. [.. .] Nella
maggior parte delle chiese, questa presidenza è significata da un ministro ordinato. […1 II ministro
(minister) dell’eucaristia è l’ambasciatore che rappresenta l’iniziativa di Dio ed esprime il legame
della comunità locale con le altre comunità locali nella chiesa universale». Del resto nel 1971 ci fu
l’incontro ecumenico di Pentecoste ad Augsburg, nel quale venne semplicemente praticata la
intercomunione. Nel 1971! Dunque, se si vuole andare avanti si deve necessariamente di nuovo
procedere con un auto-aiuto.

J.M. — Negli anni Settanta abbiamo sperimentato a Tübingen un gruppo ecumenico di lavoro, nel
quale la Bibbia veniva letta e pregata in comune. Di quando in quando sorgeva la domanda: non
possiamo celebrare in comune anche l’eucaristia? Un padre gesuita e io siamo stati incaricati di
preparare una liturgia. Si pensava che per farlo avremmo avuto bisogno di alcune settimane, e
invece dopo tre ore eravamo pronti! Noi non siamo affatto lontanissimi gli uni dagli altri. Poi
abbiamo celebrato insieme l’eucaristia — e siamo stati tutti assai soddisfatti.
Allora non abbiamo reso pubblica la cosa. Nel frattempo però la pressione è diventata così forte che
si dovevano fare ulteriori passi. Si poteva iniziare con le coppie di sposi di confessione diversa. Ciò
che Dio ha unito, l’uomo non deve separare. E la chiesa cattolica neppure. E segnatamente non
nell’eucaristia, alla mensa del Signore. Ciò è impossibile e insopportabile. Infatti da questa
esperienza o escono coppie atee, che non frequentano più alcuna chiesa, oppure esse vanno insieme
in una sola chiesa.
Un secondo passo da compiere sarebbe forse che i coniugi divorziati e separati non vengano esclusi
anche dall’eucaristia, poiché probabilmente essi sono quelli che ne hanno maggiormente bisogno. E
il terzo passo sarebbe l’ospitalità eucaristica, il fatto che ci si inviti reciprocamente. A questo
proposito voglio rendere una testimonianza personale: tutte le volte che mi ritrovo ad essere
presente a un culto liturgico e ascolto la voce di Cristo «Per te dato, per te versato», io vi partecipo.
E finora non sono mai stato respinto. Nel gruppo degli editor della rivista Concilium c’era sempre
una celebrazione eucaristica e i miei amici cattolici sono sempre venuti da me e mi hanno invitato
con loro a questa celebrazione dell’eucaristia, e io ho ascoltato la voce di Cristo.

H.K. — La questione non è trattata in modo coerente neppure a Roma: se vengono le persone
giuste, un’eccezione la si fa. Papa Benedetto ha offerto l’eucaristia al fondatore della comunità di
Taizé, il teologo riformato Roger Schutz. Quando era professore a Tuebingen, Joseph Ratzinger ha
partecipato a una celebrazione dell’eucaristia dove parecchi cattolici e protestanti erano gli uni
accanto agli altri. Anzi, allora egli era ancora dell’opinione che i fratelli ortodossi devono essere
vincolati solo ai concili a cui essi stessi hanno partecipato, cioè i primi sette. Ciò sarebbe
naturalmente un enorme alleggerimento. Ma ecco, ciò non viene fatto, in certe circostanze, contro i
migliori precedenti modi di vedere. Perciò anch’io sono del parere che noi dobbiamo prendere
personalmente in mano la situazione adesso e andare semplicemente avanti.

J.M. — Voglio a questo riguardo esprimere ancora un pensiero audace: prima viene l’esperienza, poi
la teoria! Prima la prassi e poi la teologia! Nella Cena e, rispettivamente, nell’eucaristia, noi
celebriamo non le nostre teorie, bensì la presenza del Cristo vivente! E perciò, ecco la mia proposta:
prima viene il mangiare e bere, e solo dopo restiamo a tavola per discutere, alla presenza vissuta del
Cristo, le nostre differenze, per appianare le nostre controversie ecc. Dunque, prima la comunione
nella Cena del Signore e in seguito la discussione sulla teoria e la teologia.

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