Home Chiese e Religioni Di chi è la mia vita? di A.Antonelli

Di chi è la mia vita? di A.Antonelli

Aldo Antonelli
www.ildialogo.org

Ho voluto disintossicarmi di tutte le tossine che in vent’ anni di berlusconismo, senza che mi abbiano infettato, hanno tuttavia impiastrato la mia speranza, infettando anche gli angoli più remoti della mia coscienza. Starei per dire “Portatore sano!”…,perché?. Assolutamente no! Passata la tempesta odo gli augelli far festa, direbbe il poeta. […]

Grazie a noi tutti, i resistenti, ora si ritorna a lottare e sperare, a parlare di politica e di società.
Questo il motivo del mio lungo silenzio. Certo, stiamo ridotti male. Le macerie sono ancora fumanti. Macerie di politica e di economia, ma anche macerie di morale e di chiesa. Sì: di chiesa! Una chiesa ottusa e autoreferenziale, una chiesa che non sa farsi interrogare dalla storia e non sa interpellare i fatti. Una chiesa ancora prigioniera dei suoi tabù e vittima dei suoi stessi principi che ripete all’infinito come mantra.

E’ bastata la morte del carissimo e indimenticabile Luigi Magri perché nel suo mutismo blaterasse solo un incontestabile principio: “Non siamo padroni della vita”! E a chi lo dice? Ad uno che nella vita ha sempre combattuto i padroni e non ha voluto essere padrone di niente….!
Giustissimo: non siamo padroni della vita!

Ma padrone della vita non può essere nemmeno il caso, o la malattia, o la tecnologia, o lo stato con le sue leggi e lei stessa, chiesa, che della vita dovrebbe essere serva, non padrona! Il problema della morte assistita e, allargato, del suicidio, non è così semplice ed i teologi di un tempo, grandi teologi, se ne rendevano conto. E’ questa presa di coscienza della complessità del problema che manca ai teologicchi di oggi, semplici megafoni amplificatori della “Voce del Padrone”!

Per darvi il senso delle distanza siderale che passa tra i teologi di un tempo e quelli di oggi ho voluto rileggermi ciò che si scriveva, sul suicidio, negli anni settanta, ai tempi del Concilio. Nel “Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale”, edito dalle Paoline nel 1974 (in seguito censurato e poi mai più ristampato), Leandro Rossi, grande moralista ed indimenticato sacerdote, sotto la voce “suicidio” scriveva:

“Il motivo immediato del suicidio è sempre dato dalla disperazione, ma questa non è che l’indice dello svuotamento del senso della vita… Il problema del suicidio, posto in termini di responsabilità morale dell’individuo, è mal posto, sia per la teologia che per la psicologia. Lo sforzo di scandagliare il cuore umano, per scorgerne fino in ultimo la colpevolezza, potrebbe suonare anzitutto come pretesa di sostituirsi a Dio. Solo lui conosce esattamente la responsabilità degli uomini. Solo lui legge nell’intimo delle coscienze. Il compito nostro, compreso quello del moralista, non sarà quello di emettere verdetti di colpevolezza per i singoli…. La valutazione morale del soggetto è, più che delicata e difficile, addirittura impossibile al nostro sguardo miope. Solo una smisurata presunzione può farci apparire all’altezza delle nostre modeste possibilità di giudizio morale da emettersi su di un uomo….
Più che accusare il suicida, la società di oggi dovrebbe autoaccusarsi o, almeno, esaminarsi coscienziosamente per scorgere e rimuovere le cause del suicidio. Non è lecito mettere gli atti di suicidio sempre sullo stesso piano di volgare diserzione di fronte agli obblighi morali. In certi casi è proprio la prosecuzione della vita che verrebbe considerata come una facile diserzione da quanto viene sentito come impellente e durissimo obbligo”
Avete capito?

Solare e chiara appare la sensibilità, la delicatezza e la preoccupazione multidisciplinare di Leandro in questa lunga, volutamente lunga citazione. A dire il vero già molto prima del concilio un grande teologo protestante, Dietrich Bonhoeffer si era posto il problema di fino a che punto fosse valida la condanna del suicidio nell’era della morte di Dio… Nel suo libro “Etica” (Milano 1969, pag, 140) scriveva:

“Per l’uomo, a differenza degli animali, la vita non è un destino a cui non ci si possa sottrarre: egli è libero di accettarla o di togliersela. Il suicidio è un atto specificamente umano…. se viene compiuto nella libertà, esso si solleva molto al di sopra del giudizio meschino e moralistico che lo considera espressione di debolezza e di codardia”.
Bisogna stigmatizzare, senza sconti di sorta, questa chiesa degli spot che con saccenza è subentrata alla chiesa dell’attenzione e della riflessione.

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