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Ancora un Natale nel paese senza le donne

Liviana Gazzetta
www.womenews.net

A dispetto di tutto ciò che ha rappresentato la tradizione cristiana e, soprattutto, la tradizione cattolica per la storia delle donne, credo che non ci sia oggi in Italia un soggetto collettivo più vicino al Natale di quanto lo sia il movimento delle donne (con questo termine intendendo esattamente ciò che le donne hanno “mosso” in questi anni e in questi mesi nel nostro paese).

Non si vuole, sia chiaro, riprendere l’antica tesi che le donne siano un soggetto per natura religioso, né tanto meno che la religione rappresenti il paradigma più completo della loro identità, così come si è detto per secoli.

Tutt’altro. Penso anzi che si debba lavorare in profondità a liberare le donne di tutto il fardello ideologico e moralistico che tanta parte di quella tradizione ha caricato sulle loro spalle.

E, tuttavia, mi pare ci sia qualcosa che avvicina strutturalmente le donne italiane alla dimensione della trascendenza rispetto al presente, che è il vero cuore della prospettiva cristiana del Natale.

Esso per una/un credente è in primo luogo il tempo dell’attesa, della speranza in una pienezza che deve venire come esito dell’incontro tra Dio e umanità. L’Evangelo di Cristo ricorda che Dio ha già fatto il primo passo verso di noi e che questo incontro è già in cammino.

Il problema del nostro tempo, però, e della nostra società in particolare – immersa in questa stagnazione da cui neppure l’urgenza della crisi riesce a spingere oltre – è proprio la mancanza d’attesa, intesa come capacità di coltivare il desiderio di alterità: desiderio di un’altra gerarchia possibile tra le componenti della vita, di un riconoscimento pieno e vitale anche di ciò che non è funzionale al potere, al sesso o al denaro, capacità di pensare ad un altro ordine socio-politico e ad un altro modo di impostare le relazioni tra gli esseri umani…

Oggi questo desiderio di alterità è certo più oscurato che in altre epoche storiche, perché le strutture del nostro vivere non fanno che spostare o rinviare l’esperienza del limite di cui è intessuta la nostra vita, occultandola con una serie potenzialmente infinita di sostituti, di riempitivi, di palliativi. Ma bisogna riconoscere che questa mancanza è soprattutto una cancrena della italianità: questo atteggiamento tra lo scettico e il nichilistico per cui è reale solo ciò che si riesce a mettere nel piatto sul momento; questo estenuante giustificazionismo dell’esistente, questo abbarbicarsi ai propri privilegi mentre il livello del vivere collettivo sprofonda, questa incapacità di com-patire la sofferenza se non nell’attimo della fruizione televisiva.

E invece tante donne intorno a noi hanno mostrato e mostrano di non sapersi accontentare di questo spettacolo, di questa disperante etica collettiva; mostrano di riuscire a desiderare ancora – e talora a costruire – sprazzi di un diverso modo di organizzare la vita, di stare insieme, di pensare alla gerarchia delle necessità, mantenendo viva la prospettiva dell’attesa del cambiamento possibile e anche dell’utopia.

Tante donne continuano a manifestare la loro insoddisfazione per il presente senza scadere nella polemica, senza accreditare la tesi che sarà un qualche guadagno in più, una qualche garanzia in più a darci la pienezza, come se la vita e la storia fossero un puzzle in cui basta mettere i pezzi al posto giusto perché tutto funzioni.

Le donne continuano a guardare più lontano; non per tutte si tratta di attendere la realizzazione della Verità, ma per tutte si tratta di una trascendenza da rendere possibile, chiedendo a ciascuna/o di fare ogni giorno il proprio gesto per una maggiore libertà e pienezza femminili, sapendo che porterà con sé molto altro.

L’attesa delle donne confina in qualche modo con l’attesa dell’Avvento. Perché bisogna avere una speranza perché qualcosa davvero avvenga e tra noi è esattamente ciò che manca.

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